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Cronaca Mesagne

Scu, Giovanni Donatiello libero dopo la condanna all’ergastolo

Il mesagnese, alias Cinquelire, mandante dell’omicidio Antonica: carcere a vita sostituito con la pena dei 30 anni in abbreviato, già scontati. Nel periodo di detenzione si era iscritto all’università

MESAGNE – Uomo libero da qualche settimana, il vecchio Cinquelire della Sacra Corona Unita, che in carcere dopo la condanna all’ergastolo aveva iniziato a studiare per laurearsi. Giovanni Donatiello, mesagnese, ritenuto il mandante dell’omicidio Antonica, è stato scarcerato dalla Corte d’Assise d’Appello di Lecce: i giudici hanno accolto l’istanza del difensore storico, Marcello Falcone, con riferimento, da un lato a una pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo e dall’altro, alle nuove disposizioni italiane in ambito penale che hanno permesso la sostituzione del carcere a vita con la pena di trent’anni. Tutti scontati dietro le sbarre.

La scarcerazione

L'avvocato Marcello FalconeLa notizia, in verità, non è nuova perché il provvedimento della Corte salentina risale a due mesi addietro. Ma a Mesagne, comune in cui Donatiello è tornato a vivere, in molti si sono chiesti se fosse proprio lui. Sì. Lui. Lui è l’uomo che per lo Stato italiano è da considerare uno dei capi storici dell’associazione per delinquere di stampo mafioso brindisina, quella Scu (Sacra Corona Unita), sodalizio che la storia processuale riferisce sia stata fondata da Pino Rogoli nel lontano 1983, la notte di Natale. Le sentenze, passate in giudicato, lo indicano nel triumvirato assieme a Rogoli e a Giuseppe Gagliardi. (Nella foto accanto l'avvocato Marcello Falcone)

L’ergastolo per l’omicidio e il 41 bis

Mai una parola, nessuna dichiarazione. Sempre in silenzio Donatiello. Neppure durante il processo Aggiano, di fronte alla condanna al carcere a vita, con isolamento diurno di tre anni, perché ritenuto il mandante dell’omicidio di Antonica, avvenuto nel mese di febbraio 1989: venne ucciso in ospedale, a Mesagne, dove lo ricoverarono per le ferite riportate in un conflitto a fuoco. Alcune ore più tardi, i killer sparano. Due colpi dietro l’orecchio. Fu una delle prime eseucuzioni nella logica della vendetta interna. Scia di sangue che macchiò il territorio provinciale, ricostruita anche grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia. All'epoca, mai si sarebbe neppure immaginato che qualcuno potesse passare dalla parte dello Stato. 

L’imputato, nel frattempo, inchiesta dopo inchiesta, un processo dietro l'altro,  finisce in regime di carcere duro, al 41 bis perché considerato altamente pericoloso e ancora in contatto con esponenti della Scu, nonostante sia ristretto. La sua libertà, quindi, viene ridotta al lumicino.

La Corte europea

Arriva il tempo dell'Appello e Donatiello chiede di accedere all’abbreviato e viene condannato all’ergastolo “semplice”, senza isolamento. Sempre su istanza dell'avvocato Falcone. La condanna viene confermata in Cassazione. Nel frattempo, arriva la pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo, sul cosiddetto caso Scoppola (dal nome del ricorrente italiano) che nel 2003 ha sostenuto che la sua condanna all'ergastolo costituiva una violazione degli articoli 6 e 7 della Convenzione: pronuncia di rilievo perché permette la sostituzione della condanna all’ergastolo, senza isolamento, con la pena di 30 anni prevista nel caso di giudizio abbreviato. L’anno di spartizione è il 2000. Donatiello rientra in questo caso e il difensore, quindi, procede con un incidente di esecuzione davanti alla Corte d’Appello di Lecce che rigetta l’istanza negando i trent’anni e confermando il “fine pena mai per Donatiello”. 

La difesa in Cassazione

Il penalista Falcone, a questo punto, si presenta in Cassazione e gli Ermellini annullano con rinvio, in accoglimento dell’istanza ritenendola fondata. Il caso Donatiello torna, così, davanti alla Corte d’Assise d’Appello e giudici, di conseguenza, dispongono la scarcerazione: in pratica al vecchio Cinquelire della Scu è stato sostituito l’ergastolo semplice con la condanna ai trent’anni. Condanna già scontata. Perché Donatiello dietro le sbarre ha passato trent’anni della sua vita.

L'università

In questo lungo periodo di detenzione si è anche iscritto all’università quando era detenuto nel carcere di Parma e poi in quello di Padova partecipando alla redazione di Ristretti Orizzonti, rivista per la quale ha scritto raccontando la sua storia: “Sono iscritto al secondo anno della Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Padova. Per motivi di studio ero autorizzato a detenere il proprio PC nella camera di pernottamento. L’Università di Padova, attraverso una fondazione, garantiva sia l’iscrizione gratuita sia tutte le spese occorrenti per un eventuale cambio di sede, come nel mio caso. Infatti, prima di arrivare a Padova ero iscritto presso l’Università di Pisa”, ha scritto.

“Partecipavo al progetto "Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in carcere". Gli incontri con gli studenti, nella media di 70-80 ragazzi a ogni incontro, si svolgevano in un auditorium tre volte alla settimana per tutta la durata dell’anno scolastico. Frequentavo un corso di lingua Inglese. Ho frequentato un corso universitario di Diritto Privato, un corso di yoga e meditazione. Ero iscritto per seguire un corso universitario di Diritto del Lavoro. Ho partecipato a diverse partite di calcetto con scolaresche. Sono intervenuto in svariati incontri con professori universitari, i quali nella veste di relatori affrontavano tematiche di vario genere. Per ultimo, non per ordine di importanza, il 22 maggio sono intervenuto al convegno che si è tenuto presso la Casa di Reclusione di Padova intitolato "La rabbia e la pazienza" alla presenza di 600 persone giunte da tutta Italia”.

L’appello allo Stato 

“In sintesi, ciò che voglio dire è che essere quotidianamente a contatto con un pensiero attivo, profondo e creativo, come viene praticato nel carcere di Padova, dovrebbe essere una condizione della detenzione fondamentale e continuamente alimentata”. Ha continuato a lanciare questo appello dietro le sbarre. Sino a quando non si è lasciato alle spalle il carcere. Una volta per tutte.

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