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Scu, omicidio Presta: la Dda chiede il processo per Carlo Solazzo

Notificata la data dell’udienza preliminare: l’imputato accusato di essere il killer. Rimasto senza none il complice alla guida della Lancia di colore bianco, indicata da sei testimoni

BRINDISI – Per i pm dell’Antimafia di Lecce, ad uccidere Antonio Presta sei anni fa, a San Donaci, sarebbe stato Carlo Solazzo: resta l’unico imputato accusato dell’omicidio avvenuto il 5 settembre 2012 davanti alla sala giochi di San Donaci, per il quale la Procura ha chiesto il processo a conclusione delle indagini bis sull’esecuzione.

L’imputato e i presunti complici

Carlo Solazzo-2Solazzo (nella foto accanto), difeso dagli avvocati Pasquale Annicchiarico e Stefano Prontera, comparirà davanti al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Lecce, nelle prossime settimane. I pm hanno ribadito l’impostazione l’iniziale contestata nella prima ordinanza di arresto legata all’inchiesta chiamata Omega, eseguita a dicembre 2016 e successivamente annullata dal Tribunale del Riesame anche per Solazzo. L’imputato è stato arrestato una seconda volta, lo scorso 20 settembre 2017, ed è tuttora ristretto in carcere con l’accusa di essere stato l’esecutore materiale dell’omicidio “in concorso” con altri, allo stato non ancora identificati. 

Restano, quindi, ancora senza nome e liberi i presunti complici di Carlo Solazzo, uno dei quali – secondo la ricostruzione dell’accusa – sarebbe stato alla guida della Lancia Delta di colore bianco, indicata da sei testimoni ascoltati dai pm in fase di indagine. Hanno confermato tutti la presenza in via Tobagi, davanti all’ingresso della sala giochi, dell’auto, riferendo di due uomini.

L’accusa e le aggravanti contestate

L’accusa mossa nella richiesta di rinvio al giudizio del Tribunale è di “omicidio premeditato aggravato dalle modalità mafiose” perché  il fatto di sangue è ritenuto dalla Dda di Lecce maturato in seno alla frangia della Sacra Corona Unita che operava nel settore della droga tra i comuni di San Donaci e Cellino San Marco. Accusa di fronte alla quale Solazzo ha opposto la facoltà di non rispondere in sede di interrogatorio garanzia.

Gravi indizi di colpevolezza rispetto alla posizione dell’imputano restano intercettazioni ambientali, nelle auto di alcuni degli indagati accusati di traffico di droga (e sotto processo, in rito abbreviato) considerate alla stregua di confessioni. Ci sono, inoltre, i verbali dei pentiti da Ercole Penna a Francesco Gravina, alias il Gabibbo, sino ad arrivare all’ultimo, Sandro Campana, fratello di Francesco, considerato il punto di riferimento della frangia della Scu tuturanese.

Antonio Presta, come già evidenziò il risultato dell’autopsia, morì “a causa di un violentissimo trauma cranico”: venne prima raggiunto da “numerosi colpi di pistola calibro 38”, poi finito con il calcio di un fucile calibro 12 che, stando alla ricostruzione, si sarebbe inceppato.

Per l’omicidio, sono state contestate a Solazzo le aggravanti della premeditazione, “avendo organizzato l’agguato”, e dell’agevolazione “dell’attività della frangia della Scu operante a San Donaci e Cellino, a cui apparteneva”.

Il movente del fatto di sangue

Antonio Presta, la vittimaQuanto al movente, l’accusa sostiene che Presta (nella foto al lato) avesse “sfidato  Carlo Solazzonel ruolo di vertice, entrando in contrasto nella gestione del traffico di sostanze stupefacenti, essendo per di più il figlio di Gianfranco, collaboratore di giustizia”.

Il fratello di Carlo, Piero, anche lui difeso dall’avvocato Stefano Prontera, è indicato come appartenente alla frangia della Scu, attiva nel narcotraffico, settore di attività contestata a Daniela Presta, la sua convivente, sorella di Antonio Presta, la prima ad aver intuito chi fosse stato l’autore dell’omicidio, stando a quanto sostenuto dai pm. Determinanti sarebbero i colloqui in carcere tra lei e il convivente, nei passaggi in cui si fa riferimento a che a quanto era avvenuto prima del fatto di sangue.

Le intercettazioni

Dopo l’omicidio, stando a quanto si legge nel provvedimento di arresto, Daniela Presta si lasciò scappare di essere stata lei, assieme al fratello, ad agire per l’incendio dell’abitazione di Carlo Solazzo, il 15 agosto 2012. Pensava di non essere intercettata. Piero Solazzo, al contrario, temeva le cimici. “Tuo fratello c’entra qua dentro, ci odia a morte, sa che siamo stati noi”: lo dice Daniela Presta il 15 settembre, dieci giorni dopo l’omicidio, al suo compagno. Il 13 ottobre, sarà Pietro Solazzo a parlare di una “guerra con il fratello Carlo”, anche perché nel frattempo c’era più di qualcuno che in paese alimentava i sospetti sul coinvolgimento nel delitto: “Deve morire sparato in testa e non lo devono neanche trovare”.  Carlo Solazzo, il 6 marzo 2013, a confesserà di essere stato l’autore dell’omicidio, nel corso di un colloquio con uno degli indagati, Marco Pecoraro: “Quando mi vide (Antonio Presta, ndr) capì”. E Pecoraro: “Hai fatto bene, se l’è meritato”.

La Lancia Delta usata dai killer di Antonio Presta

Per il processo legato alla presunta esistenza di un’associazione finalizzata al traffico di droga, per Carlo Solazzo i pm hanno chiesto la condanna alla pena di venti anni di reclusione. La requisitoria si riferisce al processo in abbreviato pendente davanti al gup del Tribunale di Lecce Carlo Cazzella. La sentenza è attesa prima della pausa estiva.


 



 

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