Cronaca

Ladri equipaggiati e istruiti dai ricettatori: e le aziende erano ormai facili prede

Le telecamere della zona industriale qualcuno, per fortuna, le ha utilizzate. La Squadra mobile di Brindisi, che dal 2012 al principio del 2013, in costante coordinamento quotidiano con il pm Marco D'Agostino, ha monitorato le attività della banda che ha causato danni ingenti al patrimonio di aziende insediate nell'area, e delle società impegnate nella produzione di energia fotovoltaica

BRINDISI - Le telecamere della zona industriale qualcuno, per fortuna, le ha utilizzate. La Squadra mobile di Brindisi, che dal 2012 al principio del 2013, in costante coordinamento quotidiano con il pm Marco D'Agostino, ha monitorato le attività della banda che ha causato danni ingenti al patrimonio di aziende insediate nell'area, e delle società impegnate nella produzione di energia fotovoltaica. Un elemento di paragone può essere il valore del materiale recuperato nei mesi delle indagini, che ammonta a circa un milione di euro. Ma la refurtiva, soprattutto rame, oltre che lastre di acciaio, macchine utensili e attrezzi svaniti nei canali della ricettazione specializzata, è costata molto di più. Si calcoli che i soli cablaggi di un campo fotovoltaico da un megawatt costano dai 50 ai 70mila euro.

Una situazione di stress continuo, soprattutto per le imprese colpite più volte come la Scandiuzzi, che ha reso insicura la zona industriale e le campagne. Ma alla fine la fisionomia della rete criminosa che gestiva questo stillicidio di furti è stata delineata dagli investigatori, che hanno utilizzato tutte le tecnologie a disposizione per ricostruire l'attività criminosa, individuarne i capi, e soprattutto localizzare gli snodi da dove partivano gli ordinativi del materiale da rubare, molto spesso già individuato e addirittura mostrato prima del furto all'utilizzatore finale, e dove poi i materiali razziati nelle fabbriche e nei campi fotovoltaici arrivava per essere trattato e poi smistato.

Ci sono tutti gli elementi per imputare i membri di questa organizzazione di associazione per delinquere, sia in furto aggravato che in ricettazione (c'è anche una simulazione di reato legata ad uno degli episodi scoperti), hanno detto stamani in conferenza stampa il procuratore capo Marco Dinapoli e il sostituto Marco D'Agostino. le sinergie, la programmazione dei furti, i ruoli costanti e precisi nella pianificazione e nella esecuzione degli stessi, non lascia dubbi. Tutte circostanze - hanno spiegato gli inquirenti - cristallizzate nelle registrazioni delle videocamere, e nei colloqui intercettati telefonicamente o attraverso le microspie disposte dagli investigatori diretti dal vicequestore Alberto Somma nei luoghi critici utilizzati dalla banda (auto personali incluse).

Microspie che in alcuni casi sono state scoperte dagli interessati, ma non tutte per fortuna, ha detto ancora il procuratore Dinapoli. Così è stato possibile procedere per alcuni mesi, dal 2012 sino al gennaio del 2013 e incartare questa indagine, anche se la banda ha continuato ad agire come dimostra la trappola tesa il 14 febbraio scorso dalla Squadra mobile nello stabilimento Scandiuzzi ad un gruppo di ladri guidato dal 33enne Antonio Leo, arrestato in quella circostanza e nuovamente oggi. I ladri avevano a disposizione un autocarro munito di braccio meccanico con benna, che era stato messo a loro disposizione dal proprietario.

Leo è stato indicato dagli investigatori come uno dei capi del gruppo, assieme a Gianluca Giosa, già noto per essere  stato uno dei componenti della famosa banda dei bancomat sgominata dai carabinieri. La banda, come dimostra proprio il caso del furto del 14 febbraio alla Scandiuzzi, aveva la disponibilità di macchine per raggiungere i luoghi dove venivano compiuti i furti e per caricare i materiali rubati. Camion, furgoni, trattori, addirittura piattaforme elevatrici per penetrare nei capannoni da aperture poste molto in alto e portare fuori dalla stessa via i materiali depredati (come mostrano i i video allegati). Li mettevano a disposizione le persone che nella vicenda ricoprono il ruolo di mandanti, intermediari, ricettatori. A Brindisi, erano Antonio Cannone e Tiziano Martina, con i loro parchi di demolizione e raccolta di materiali ferrosi.

Queste imprese erano anche la base per trattare i cavi di rame strappati nei campi fotovoltaici, grazie ad apposite macchine sguainatrici. E dove il rame e le altre refurtive venivano custodite prima di essere smistate (lo stesso ruolo viene attribuito ai fratelli Urso originari di Villa Castelli). Ma c'era anche un altro livello, oltre a quello dei capi e degli esecutori, e dei ricettatori e mandanti: quello degli informatori, dei basisti. Quasi sempre custodi dei campi fotovoltaici, che non solo lasciavano via libera ai ladri nelle strutture che erano chiamati a vigilare, me spesso indicavano anche dove si trovavano i cavi con il maggiore diametro dei conduttori in rame.

Certamente "Industrie sicure" è una delle operazioni anticrimine più importanti degli ultimi anni, per la minaccia rappresentata per imprese ed economia locale dalle attività della banda. Per non allarmare i ladri e i ricettatori, la Mobile decideva assieme al pm D'Agostino di volta in volta cosa fare dopo ogni intercettazione di furti avvenuti o imminenti. In questo modo è stato possibile "rassicurare" gli indagati quando la polizia effettuata perquisizioni e sequestri di materiali ricettati. Servizi che si concludevano con denunce a piede libero per trascorsa flagranza, e gli interessati pensavano che la faccenda si fosse chiusa lì. Invece stamani all'alba quindici di loro hanno avuto una brutta sorpresa. Undici sono finiti in carcere, sette ai domiciliari, tre erano già detenuti.

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