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Società/ Un giovane spacciatore in famiglia e gli errori dei genitori

Spaccia e guadagna quasi duemila euro, la famiglia lo fa partire per un viaggio. Un ragazzo di appena 15 anni è capace di spacciare sostanze, oltre a farne uso personale, e di ricavare più di quello che un comune stipendiato ottiene in un mese

Spaccia e guadagna quasi duemila euro, la famiglia lo fa partire per un viaggio. Un ragazzo di appena 15 anni è capace di spacciare sostanze, oltre a farne uso personale, e di ricavare più di quello che un comune stipendiato ottiene in un mese. Poi i genitori, forse per vergogna, mettono a tacere il tutto facendogli fare un viaggio. Succede nel nostro territorio, tra adolescenti, che forse si rifugiano nella droga per dimenticare le problematiche che li affliggono, i legami soffocanti e costrittivi con famigliari.

L’impulso li spinge al voler stare bene subito, usando la sostanza e spacciandola: una marea di soldi in cambio di un benessere immediato e frivolo che non lascia spazio alla ragione e coinvolge anche ragazzi più piccoli. A scuola, nei centri di ritrovo, sempre più spesso è allarmante quanti giovanissimi fanno girare come una roulette russa droga: pochi grammi per centinaia di euro. Nell’ingrandire il mercato dello spaccio sovente vengono coinvolti minori che ad un certo punto non sanno più come pagare la dose, e vengono pestati, picchiati o minacciati.

Il tutto si muove sotto gli occhi di genitori inconsapevoli o complici, che rimangono nel silenzio. Quando si accorgono, increduli e angosciati cosa sta succedendo è tardi. Il ragazzo che ha picchiato il suo “cliente” viene a sua volta minacciato da altri bulli del quartiere: si creano due clan che partono in una guerra ai limiti della ragione. Questo è veramente preoccupante. Ma ancora più preoccupante sono le soluzioni adottate dalle famiglie, che vergognose e impaurite spediscono il proprio figlio in un viaggio lontano, per proteggerlo dalle intimidazioni dei nemici dell’altro clan.

Oppure la famiglia cerca di risolvere la situazione coprendo con un grande tappeto di soldi e raccomandazioni l’accaduto: una stretta di mano a chi di dovere, una pacca sulle spalle del figlio che promette “Non lo faccio più”, una serie di scuse alla vittima e un bel biglietto per un posto caldo. La soluzione crea ancora più scompiglio nella testa e nella vita del ragazzo: ancora una volta i suoi bisogni, i motivi che lo hanno spinto ad entrare in quel tunnel vengono zittiti, messi sotto coperta, non ascoltati; ancora una volta il ragazzo è dimenticato, scusato dai suoi cari e allontanato dalle sue responsabilità, come se partire potesse cancellare con un colpo di spugna quanto successo.

E tutte queste operazioni sembrano mettere a tacere i sensi di colpa, o l’incapacità di affrontare la situazione dei genitori che invece dovrebbero promuovere la maturità nel loro figlio. Il principio che spinge un ragazzo a iniziare a fare uso e abuso di sostanze è quell’impulso ribelle a violare le regole di una società che non piace, probabilmente perché già il primo ambiente sociale che ha conosciuto, la famiglia, non è roccia forte e sicura alla quale approdare in caso di difficoltà.

Forse ha imparato che la comunicazione è violenza, ha sperimentato punizioni fisiche, ha assistito a esplosioni emotive in famiglia, non sa riconoscere e esprimere le sue emozioni, non è abituato al calore, alla cura, all’ascolto e comprensione dei suoi bisogni in casa. Oppure, dalla stessa famiglia potrebbe essere spalleggiato e difeso apertamente anche se sbaglia. Si sente leader, forse perché già in famiglia lo ha dovuto fare costretto dalle circostanze, per difendersi. Crescendo intrattiene relazioni senza fiducia, comunicando fisicamente e trattando l’altro come oggetto, bene di proprietà; incapace di aspettare e di avere pazienza, ottiene ciò che vuole senza rispetto dei pari, degli adulti e delle norme sociali; esula dal confronto e dal dialogo con gli altri.

In questa scena di solitudine, la famiglia alimenta circoli viziosi non considerando il proprio figlio come cresciuto. Se il ragazzo ha saputo creare un mercato di droga e piccoli altri spacciatori, avrà anche la capacità e il diritto di affrontare il seguito; ognuno deve essere responsabile delle conseguenze delle proprie azioni, e se per primi sono i genitori a nascondersi, come può imparare un ragazzo di quindici anni? Un viaggio dopo aver spacciato una grande quantità di droga, picchiato un coetaneo, dare origine ad un mercato di traffico illegale a soli quindici anni, non fa riflettere su ciò che si è fatto, non fa emergere le difficoltà emotive e comportamentali che sono alla base e fanno soffrire; non fa comprendere ai genitori stessi chi è il proprio figlio, cosa pensa, cosa prova, come guarda alla vita.

Essere genitori è sempre difficile, è il compito più arduo, che non si può imparare su nessun libretto d’istruzione; si impara facendo, affrontando, aprendo dialoghi, comprensione, ascolto dei desideri dei propri figli che non sempre sono capricci. Si rischia altrimenti, di rimanere intrappolati in un nodo poi troppo difficile da sciogliere. I ragazzi, i figli hanno anche voglia di parlare delle loro cose che da occhio adulto possono sembrare insignificanti, piccoli, poco importanti, e invece per gli adolescenti rappresentano tutto il loro mondo.

Genitori e figli, soprattutto da adolescenti, possono darsi la mano per camminare fianco a fianco nell’affrontare le difficoltà, imparare a crescere insieme, e non rimanere nella solitudine. Sia i figli che i genitori hanno diritto di godersi a vicenda in un viaggio meraviglioso, non lontano, ma nella quotidianità e chiamato “essere figli”, “essere genitori”.

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