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Foto di repertorio

Foto di repertorio

“Telefono cellulare custodito in carcere da detenuti di Brindisi”

Si tratta di Francesco Coffa e Alessandro Polito, all’ergastolo per l’omicidio Tedesco, indagati nell’inchiesta sullo spaccio di droga in cella. Collegamenti con le indagini sul tentativo di fuga di Baffino, presunto boss della Daunia e su un tentato omicidio in cella

BRINDISI – Un telefonino in uso a due detenuti di Brindisi, Francesco Coffa e Alessandro Polito, e un piano di fuga di un detenuto foggiano, Antonio Quitadamo alias Baffino. Tutti e tre ristretti nel penitenziario dauno e intercettati dalla Guardia di Finanza, nell'ambito di un'inchiesta inizialmente imbastita su un'estorsione legata a debiti di gioco. Per i brindisini il gip ha ravvisato una “estrema disinvoltura con la quale a più riprese veniva organizzato il trasporto di droga destinata a essere introdotta in carcere, utilizzando per i contatti un telefonino cellulare misteriosamente custodito da Francesco Coffa e Alessandro Polito".

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Il telefonino scoperto in carcere

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Giuseppe Biondi, ha tracciato questo quadro con riferimento a Coffa e Polito, sospettati di aver “introdotto o comunque di aver avuto la disponibilità di un telefonino” tra le sbarre. Il periodo oggetto di verifiche è quello in cui erano entrambi ristretti nel carcere di Foggia dopo essere stati condannati all’ergastolo, in primo grado, per l’omicidio di Cosimo Tedesco, avvenuto a Brindisi la mattina del primo novembre 2014, per futili motivi riconducibili alla festa tra bimbi la sera precedente. Fine pena mai anche per Andrea Romano, reo confesso, anche lui in appello dopo il giudizio in abbreviato.

Coffa e Polito, entrambi difesi dall’avvocato Cinzia Cavallo, sono stati destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare con l’accusa di spaccio di droga nel penitenziario dauno nell’ambito dell’inchiesta Exodus condotta dalla Guardia di Finanza del capoluogo. Indagini partite dalla denuncia del padre di un giovane ambulante della città, costretto a lasciare Brindisi dopo aver accumulato 80mila euro di debiti al gioco con le slot-machine. Quell’inchiesta, a quanto pare, potrebbe avere ulteriori risvolti legati al tentativo di evasione dallo stesso carcere di Foggia del detenuto Antonio Quitadamo, 42 anni, alias Baffino, ritenuto dalla Dda l’esponente di primo piano della frangia Romito operante nei territori dauni.

Il tentativo di evasione dal carcere

Al momento, è bene precisare, non c’è alcuna formale contestazione nei confronti dei due brindisini. Vero è che le maglie dell’inchiesta brindisina condotta dai militari del Nucleo di polizia tributaria sono state allargate per accertare in che modo quel telefonino sia stato introdotto in carcere e se si tratti dello stesso cellulare con il quale sarebbe stato organizzato il piano per la fuga di Quitadamo previsto nella notte del 31 dicembre 2017. Esattamente come nei film, stando a quanto contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Carlo Protano del Tribunale di Foggia eseguita lo scorso 28 febbraio, nell’inchiesta “Nel nome del padre” in cui sono indagate undici persone.

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Le intercettazioni della Finanza di Brindisi

Il piano è stato scoperto dai finanzieri di Brindisi, ascoltando un’utenza cellulare intercettata nell’inchiesta Exodus: il numero era in uso a un brindisino (il cui nome compare in ordinanza), “si verificava che questi riceveva una telefonata in data 17 settembre 2017 da parte di soggetti che poi si apprendeva essere detenuti nella casa circondariale di Foggia”, ha scritto il gip Biondi. Il numero risultava intestata a un'altra persona.

“Significative sono le conversazioni monitorate a partire dal 4 ottobre 2017” per quel che attiene allo spaccio di droga perché “Alessandro Polito utilizzando quella utenza contattava un numero intestato a una donna e in uso al marito, per informare che nella stessa giornata un suo emissario lo avrebbe raggiunto per consegnargli un biglietto con delle previse istruzioni”. Secondo il gip l’emissario sarebbe stato “con ogni probabilità un detenuto rimesso in libertà quel giorno”. La droga doveva essere introdotta in carcere “in un paio di scarpe da ginnastica”.

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Fili diamantati per tagliare le sbarre della cella

L’11 ottobre successivo i militari del Nucleo di polizia economica e finanziaria di Brindisi ascoltano un’altra conversazione e scoprono del piano per la fuga della durata di 8-10 minuti, così come hanno spiegato nella loro relazione gli stessi investigatori della Finanza. Il piano si sarebbe basato sulla disponibilità di “due fili diamantati per segare le sbarre della cella numero 3 e una fuga sui tetti fino a raggiungere le mura perimetrali dove due detenuti avrebbero trovato il cestello di un carrello elevatore” che avrebbe assicurato loro la libertà. La fuga, oltre che per Baffino, doveva riguardare  il detenuto Hechmi Hdiovech, considerato braccio destro di Quitadamo. I fili diamantati dovevano arrivare “nella sala pacchi del carcere” in una “busta di vestiti”, più esattamente “nascosti nelle cuciture laterali della borsa contenente destinata a un compagno di cella” del presunto boss del Gargano e del suo gregario.

La conferenza stampa dell'Operazione Exodus-2-3-2

Il tentato omicidio e i fucili

Durante la telefonata dell’11 ottobre sarebbe stata  pianificata anche l’introduzione nel carcere di uno strumento di offesa, indicato come “cinta/cintura, idoneo - secondo l’accusa - a commettere l’omicidio di un altro detenuto” che finora non si è riusciti ad identificare. Le intercettazioni sono queste: “Ti devi sbrigare, ti devi sbrigare. Vedi di farmi questo piacere, mandami questa cintura, gentilmente. Manda la cinta, manda la cinta, manda la cinta”.

Secondo l’accusa “grazie a dei telefoni cellulari introdotti nel penitenziario da detenuti brindisini, il boss era entrato in contatto con la moglie, il figlio e alcuni suoi gregari come i Della Malva”. Quitadamo avrebbe parlato anche di fucili calibro 12, che nel linguaggio in codice venivano definiti “pavoni”. “oh, là stanno i pavoni, comincia a mettergli la gabbia”, si sente al telefono. “E’ facile facile, hai visto dove sta il tubo per l’acqua per riempire la botte, là c’è un tubo per l’acqua? Sopra, proprio sopra a cinque metri dalla rete tua a cinque metri”.

Stando alle indagini, le armi sequestrate durante l’operazione, potrebbero essere state utilizzate in recenti azioni di sangue sul Gargano come quello del giugno 2017 ad Apricena ai danni di Antonio Petrella, 54 anni e il nipote Nicola Ferrelli, 40 anni nell’ambito di una possibile guerra tra Romito e clan dell’Alto Tavoliere.

L’arresto del presunto boss e le minacce agli avvocati

Quitadamo è in carcere dal 24 settembre 2017 dopo un periodo di latitanza durato 72 giorni. Nell’ordinanza di custodia cautelare, nella parte sulla pericolosità sociale, il gip ripercorre la sua storia: “denunciato a piede libero per omicidio colposo, lesioni personali e sequestro di persona il 2 febbraio 2009, arrestato per minaccia e armi il 23 marzo 2009, arrestato per furto il 6 settembre 2011, per estorsione, droga e armi il 9 ottobre 2013, per estorsione il 20 febbraio 2014, condannato con sospensione condizionale della pena per estorsione il 27 agosto 2016, arrestato per estorsione, armi e rapina aggravata il 31 ottobre 2016, con obbligo di presentazione alla p.g. per ricettazione, armi e rapina il 29 aprile 2017 e, infine, arrestato per estorsione il 24 settembre 2017”.

 “Baffino” decise di costituirsi e durante una conversazione con la moglie, avrebbe manifestato rabbia e propositi aggressivi verso i suoi avvocati difensori, “rei” di averlo convinto a consegnarsi. “Che guaio che mi hanno fatto questi … li devo prendere e fare a pezzi pezzi … non sia mai che non esco me li devo mangiare il cuore… li devo scannare… li devo spulciare… li devo ficcare le mani negli occhi li devo sventrare come i cani… il cuore mi devo mangiare”.

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