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Tentato omicidio al Cie, colpito con calzini pieni di saponette

Il gip del Tribunale di Brindisi convalida il fermo dei sette indagati. "Sottraeva il nostro cibo"

BRINDISI – Quattro calzini imbottiti con saponette solide e un telecomando. Lo hanno pestato a sangue e hanno infierito anche quando era a terra, esanime: sette contro uno. Sette ospiti magrebini del centro Cara-Cie di Restinco, restano in carcere dopo il fermo con l’accusa di tentato omicidio, aggravato dalla premeditazione e dalla crudeltà, nei confronti di un giovane albanese, quella sera ricoverato in coma nell’ospedale Perrino.

Il Cara-Cie di Restinco

La convalida del fermo

Il giudice per le indagini del Tribunale di Brindisi, Giuseppe Brancasi, ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare in cella per tutti e sette gli indagati, fermati la sera del 28 febbraio scorso dagli agenti della Squadra Mobile del capoluogo, diretti dal vice questore aggiunto Antonio Sfameni. Alla base del provvedimento ci sono i pericoli di fuga e reiterazione del reato, sui quali si è soffermata nel corso dell’udienza di convalida, il pubblico ministero Manuela Pellerino.

E ci sono i gravi indizi di colpevolezza costituiti dalle immagini registrate dalle telecamere del sistema di videosorveglianza del centro che si trova alla porte di Brindisi e i “calzini ritrovati dagli agenti vicino al letto” in uso a uno dei sette ospiti della struttura.  Restano, quindi, ristretti in carcere: Abdelkarim Zemouli 35 anni algerino, Houssem Arar 25 anni algerino, Zorgati Hichem 19 anni tunisino, Hamdi Zoair 25 anni tunisino, Sabri Jouini 28 anni tunisino, Isham Joullal 42 anni marocchino e Kais Mejdoub 32 anni tunisino. 

Gli interrogatori

I sette indagati hanno scelto di affrontare l’interrogatorio, assistiti dagli avvocati Paoloantonio D’Amico del foro di Brindisi, Angelo Ventola di Lecce e Fabio Bucchicchio di Perugia.  Hanno deciso di parlare per respingere l’accusa e far sapere che non volevano uccidere. Al gip hanno riferito di aver reagito a vessazioni che l’albanese avrebbe posto in essere nei loro confronti anche nei giorni precedenti, soprattutto durante il pranzo. Hanno raccontato di liti per il cibo e di sottrazioni di alcuni alimenti.

L’accusa e le immagini delle telecamere

Sono accusati, in concorso, di tentato omicidio aggravato di un cittadino originario dell’Albania, Ilir Cacay, richiedente asilo politico, 42 anni. Il pm prima e il gip poi hanno contestato la premeditazione dell’aggressione finalizzata a uccidere l’albanese e la crudeltà avendo “adoperato sevizie”. Dalle immagini, stando a quanto evidenziato nel provvedimento di custodia, emerge che quel pestaggio era premeditato perché “alcuni degli indagati prima dell’azione delittuosa facevano stretching e riscaldamento tipico dei pugili”.

L’albanese sarebbe stato “colpito alla testa con dei calzini con all’interno delle saponette solide”. A sferrare i colpi sarebbero stati Zemouli e Arar, mentre Zoair gli avrebbe sferrato “un colpo allo stomaco”, Jouini, Joillal e Mejdoub, secondo la ricostruzione dei fatti, avrebbero spinto l’albanese e dopo che questi era stata atterrato, Hichem lo colpiva ripetutamente. Sarebbe stato anche usato “un corpo contundente nella parte inferiore nonostante Cacay fosse ormai a terra esanime”. L’aggressione sarebbe andata avanti usando un “telecomando di un televisore sino a quando questo non si è frantumato”.

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Pericolo di fuga

Secondo il gip “sussistono specifici e concreti elementi che provano il pericolo di fuga, in quanto gli indagati sono cittadini extracomunitari illegalmente presenti sul territorio nazionale, non radicati e data la gravità dei fatti commessi, potrebbero rapidamente far perdere le proprie tracce. L’albanese è ancora in prognosi riservata, in coma per “trauma cranico commotivo, trauma facciale, otorragia sinistra e trauma toracico e addominale con vomito”.


 

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