Uccise marito a martellate: appello da rifare, spiraglio 'provocazione'

La corte di Cassazione concede uno spiraglio a Maria Grazia Greco, 49 anni, di Surbo, che il 7 gennaio del 2011 uccise a martellate il marito Antonio Ingrosso, fabbro 45 enne di Torchiarolo e ne bruciò il cadavere seppellito poi in campagna.

TORCHIAROLO - La corte di Cassazione concede uno spiraglio a Maria Grazia Greco, 49 anni, di Surbo, che il 7 gennaio del 2011 uccise a martellate il marito Antonio Ingrosso, fabbro 45 enne di Torchiarolo e ne bruciò il cadavere seppellito poi in campagna. E’ stata infatti annullata con rinvio la sentenza di secondo grado, che risale al 24 giugno 2013, che condannava la donna a 17 anni di reclusione in parziale riforma della sentenza di primo grado (20 anni di reclusione) emessa dal gup di Brindisi.

La Suprema corte ha infatti ritenuto che non fosse stata adeguatamente valutata nei primi due gradi di giudizio la teoria della difesa, sostenuta dall’avvocato Ladislao Massari, secondo cui quello maturato tra le mura domestiche a Torchiarolo ed eseguito con la complicità del padre e della figlia (poi assolta dal concorso in occultamento di cadavere, e non imputabile per favoreggiamento perché familiare dell’imputata), fosse un delitto dovuto a “provocazione” ossia alla situazione di violenza e di vessazione tale da trasformare la 49enne in una assassina.

Si ripartirà dunque dalla Corte d’Assise d’Appello di Taranto che dovrà rideterminare la pena, su cui pure vi è stato annullamento con rinvio, oltre a considerare la concessione delle attenuanti prevalenti rispetto alle aggravanti (e non equivalenti come aveva stabilito la Corte d’Assise d’Appello di Lecce) e infine rimettere in gioco il racconto dei maltrattamenti subiti dalla madre e moglie rea confessa dell’omicidio da parte del marito.

Maria Grazia Greco non fu creduta quando, decisa a raccontare tutto dopo iniziali bugie e mezze verità, disse di aver agito perché imprigionata in una situazione invivibile. Le  ripetute omissioni avevano naturalmente minato la sua attendibilità. La figlia, dai primi istanti indagata in concorso con la madre, confermò. Ma la sua era una posizione particolare: era coinvolta, e quindi non semplicemente un testimone. Poteva avvalersi della facoltà di non rispondere, la legge le riconosceva il diritto di mentire per tutelare se stessa. Il padre della Greco, decise di patteggiare. Solo il datore di lavoro della donna, che prestava saltuariamente servizio presso una agenzia assicurativa, confermò in fase di indagine di aver più volte custodito le confidenze della sua dipendente rispetto ai maltrattamenti che subiva in famiglia.

Oggi Maria Grazia Greco è ai domiciliari: vive con il padre, non può incontrare altre persone che non siano i suoi famigliari conviventi. Lavora nel progetto “Made in carcere” ormai da esterna, ma continua a prestare la sua opera in progetti che non solo concedono una occasione di impiego, ma assolvono anche a quel percorso rieducativo e riabilitativo che si dovrebbe compiere in ogni penitenziario.

Ha rinunciato ad ogni proprietà per risarcire i parenti del marito. Non ha mai negato, né mai il legale che l’ha assistita sin dal principio ha mai pensato di intaccare quanto dal racconto della sua assistita era stato inequivocabilmente cristallizzato. Fu un omicidio, orribile nell’esecuzione: quindici martellate in testa. Poi il cadavere fu smembrato con una motosega, dato alle fiamme, nascosto.

La ricostruzione di quanto si era verificato non fu immediata. Il cadavere di Ingrosso fu trovato due giorni dopo i fatti a Casalabate. La moglie ne aveva denunciato la scomparsa. Quanto al movente, ciò che emerse subito dopo, e cioè che Ingrosso fosse finto nel vortice del gioco e che si fosse trasformato in un marito violento, non fu ritenuta una ipotesi plausibile ma viene ora rivalutata al fine di giungere a un ulteriore riforma della condanna e quindi a una riduzione della pena.

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