menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay
Masseria Pezza Viva

Masseria Pezza Viva

Tra paura e spreco: inutilizzato il feudo dei boss da 5 milioni di euro

Dal 2015 il Comune ha in gestione la masseria di contrada Pezza Viva, confiscata al clan Bruno. Un bando andò deserto, ma il sindaco ora promette: "Nuovi progetti a breve"

TORRE SANTA SUSANNA – La masseria di contrada Pezza Viva è stata per anni uno dei simboli del potere della famiglia Bruno sul territorio torrese. Prima sequestrata, poi confiscata, dal 2015 è stata affidata in gestione al Comune di Torre Santa Susanna dall'Anbsc (Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata). E dal 2015 questo bene dal valore di cinque milioni di euro giace inutilizzato, abbandonato, insieme a quasi 60 ettari di terreno. Un bando per la raccolta delle olive indetto due anni fa dal Municipio andò deserto. Il nome “Bruno” a Torre incute ancora paura? Il sindaco Saccomanno dice di no. E' solo un problema di gestione dei beni. E pensare che terreni e fabbricati confiscati alla criminalità organizzata possono essere un volano per l'economia, possono essere riutilizzati con positive ricadute nel sociale. Ci sono tanti esempi: masseria Canali a Mesagne, gestita dalla cooperativa “Terre di Puglia – Libera Terra”. O altri terreni, sempre del clan torrese, a Oria. E invece i terreni di contrada Pezza Viva (da non confondere con l'omonima azienda agricola "Pezza Viva", completamente estranea ai fatti), fino ad ora, un esempio non lo sono per niente. Eppure il loro riutilizzo – anche sul piano simbolico – sarebbe stato importante, anche per dimostrare che lo Stato c'è ed è più forte delle mafie, della Sacra corona unita. Il sindaco Michele Saccomanno spiega perché si è perso tempo: “Si stanno ricostruendo la carte catastali”. Carte catastali molto complicate, visto che cinque anni sono pur sempre passati. Ma pare che qualcosa si stia muovendo a Torre Santa Susanna.

Terreni e masserie

Un passo indietro: è il 2014, i beni della famiglia Bruno sono confiscati definitivamente. Tra questi c'è una costruzione del XVI secolo, una masseria che insieme ai terreni vale cinque milioni di euro. L'origine dei Bruno è pastorale, loro alla terra ci hanno sempre tenuto. E ci sono 60 ettari di terreno: vigneti, uliveti e campi di grano. Insomma, un bel colpo per lo Stato. Passa un anno e l'Anbsc decide di affidarli ai Municipi di competenza. E' un vero latifondo: i comuni in cui ricadono i terreni sono quattro: Mesagne, Oria, San Pancrazio e, per l'appunto, Torre Santa Susanna. Due Comuni accettano con entusiasmo l'onere e l'onore di capire come sfruttare beni e terreni. Oria e Torre Santa Susanna prendono tempo, trenta giorni. Proprio a Torre spetta la fetta più grossa: la masseria e quasi 60 ettari. Scoppiano le polemiche, il sindaco Michele Saccomanno risponde e si difende. Poi i i beni immobili passano in gestione ai Comuni. Nel 2016 viene siglato un protocollo d'intesa tra la Prefettura di Brindisi, l'associazione “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” e sette Municipi del Brindisino. Obiettivo: creare una rete di partenariato intercomunale per il coordinamento delle attività di riutilizzo sociale e produttivo dei beni confiscati alla mafia. C'è Oria, c'è San Pancrazio Salentino. Ci sono Mesagne, San Pietro Vernotico, San Vito dei Normanni, Torchiarolo e Brindisi. Tra i beni da riutilizzare ci sono quelli confiscati al clan Bruno, che ricadono nel territorio di tre comuni. Peccato che manchi la fetta più grossa, che si trova nel comune di Torre. Michele Saccomanno, ancora sindaco del paese, oggi spiega che loro non parteciparono “perché avevamo altri progetti”.

La masseria Pezza Viva, sotto sequestro da due anni

Il clan Bruno

Gli anni Novanta sono stati anni particolari, anni bui a Torre Santa Susanna. All'inizio del decennio sparisce nel nulla un giovane, Romolo Guerriero si chiamava. I genitori, Salvatora e Nicola, non si danno pace. Vogliono sapere che fine abbia fatto. All'epoca a Torre queste sono domande che non si fanno: scompaiono anche loro nel nulla. La sorella di Romolo, Cosima, accuserà apertamente il clan Bruno del caso di “lupara bianca”. Ciro Bruno (sotto, in una fot degli anni Ottanta) verrà condannato in via definitiva per il caso di Romolo Guerriero e per un altro delitto. Quando Cosima prova a vendere una sua proprietà, molti anni dopo, nel 2005, sul muro della stessa compare una scritta esplicita: “Chi compra muore”. Secondo quanto emerso da un'indagine, un possibile acquirente di un'altra proprietà di Cosima, una casa in campagna, viene picchiato: è un modo per sconsigliare l'acquisto. Dopotutto le voci corrono veloci a Torre, che conta circa 10mila abitanti. E conta anche il clan Bruno, che dagli anni Ottanta per gli investigatori è il tentacolo della Scu in paese. Ciro Bruno, il fratello maggiore, è in carcere da anni, così come Antonio, ma fuori c'è l'altro fratello, Andrea. Almeno fino al 2008, anno in cui scatta l'operazione “Canali”, dal nome dell'altra masseria di famiglia. E le indagini mostrano come il clan sapesse spaziare dal traffico di stupefacenti a nuove energie, come l'eolico.

Ciro Bruno-2

Torre, 2020

Nell'ultima relazione semestrale della Direziona nazionale antimafia si parla ancora del clan Bruno, anche se i capi sono in carcere: “Il sodalizio criminale capeggiato dai Bruno opera nei territori dei comuni di Torre Santa Susanna e Oria, dove controlla il mercato della droga”. Traduzione: il problema-Bruno a Torre è ancora attuale. BrindisiReport ha chiesto al sindaco Michele Saccomanno conto delle scelte fatte, di come mai, mentre negli altri paesi si è saputo riutilizzare i vari beni confiscati ai fratelli Bruno, a Torre Santa Susanna questo non sia accaduto. E' un problema storico e territoriale? Per Saccomanno no, non è questo il motivo. E' vero, un bando sui terreni, per la raccolta delle olive, andò deserto. Ma non era per paura. Il Comune il bando lo ha fatto. Poi se è andato deserto, che si poteva fare? Il sindaco spiega che nel 2016 non parteciparono all'accordo con la Prefettura perché c'erano in ballo altri progetti. Quali? Destinare “qualche ettaro all'Interreg (un programma del Fondo europeo di sviluppo regionale per la cooperazione tra regioni dell'Unione Europea, ndr) in corso tra il nostro Municipio e un Comune greco. Vogliamo creare in quei terreni  scuole di formazione su innesto, sulla sperimentazione, sulla vivaistica. Il programma si chiama 'Agrifarm', e coinvolge Torre, il Comune greco e la Cia (Confederazione italiana agricoltori, ndr)”.

Dunque qualcosa si muove. Dopo cinque anni, ma si muove.

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Attualità

San Donaci, compie 100 anni: auguri a nonna Giovanna

Attualità

"Me contro te" di Gianluca Leuzzi candidato al David di Donatello

social

Sant'Antonio Abate, il Santo del fuoco tra storia e tradizione

Ultime di Oggi
  • Emergenza Covid-19

    Covid, Puglia: nuovo aumento dei contagi e dei decessi

  • Attualità

    Di Rocco: "Così abbiamo riorganizzato la biblioteca in piena pandemia"

  • Economia

    Porto: "Un commissario straordinario per sbloccare le infrastrutture"

  • Cronaca

    Campagne disseminate di rifiuti: caccia ai "padroncini di autocarri"

Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

BrindisiReport è in caricamento