Cronaca

Stanno spogliando il mare: traffico di oloturie, grosso sequestro a Brindisi

Sei tonnellate di oloturie, i cosiddetti cetrioli di mare, sono state sequestrate a Brindisi su un camion frigo diretto in Grecia, nel corso di un servizio condotto da personale del Nucleo Ispettivo del 6° Centro di Controllo Area Pesca della Direzione Marittima di Bari, e della Capitaneria di Porto di Brindisi

BRINDISI – Sei tonnellate di oloturie, i cosiddetti cetrioli di mare, sono state sequestrate a Brindisi su un camion frigo diretto in Grecia, nel corso di un servizio condotto da personale del Nucleo Ispettivo del 6° Centro di Controllo Area Pesca della Direzione Marittima di Bari, e della Capitaneria di Porto di Brindisi. Non è una notizia curiosa, ma è un segnale di allarme grave, perché anche questa specie è ormai minacciata di estinzione. Non a caso il sequestro di Brindisi, avvenuto in ambito portuale, è il risultato di indagini mirate sul traffico alimentato dalla pesca illegale di questa specie.

Pescatori di oloturie in Oceano Indiano-2Se si vuole rimanere nell’ambito del nostro mare, bisogna dire che dopo la strage dei ricci commestibili che ne ha determinato la parziale scomparsa dai fondali, se ne profila un’altra. Se si esamina il problema a livello globale, bisogna dire che ancora una volta le speculazioni per rifornire di cibi considerati prelibati le tavole esclusive della ristorazione cinese, cui si deve la strage degli squali uccisi a milioni per essere privati solo delle pinne, sono arrivate a toccare anche le nostre acque.

Le indagini della Guardia Costiera italiana hanno condotto già al sequestro di 22 tonnellate di oloturie dirette in Grecia, dove vengono lavorate per essere poi esportate a Hong Kong e nella Cina continentale, dove, secondo rapporti delle autorità australiane, statunitensi, inglesi e filippine un chilo di oloturie essiccate costa sui quei mercati tra i 10 e i 600 dollari al chilo, mentre alcune specie raggiungono anche i 3mila dollari al chilo. L’oloturia, la cui pesca nelle acque dell’Estremo Oriente, sia nell’Oceano Indiano che nel Pacifico avviene da secoli, è nota come “trepang”. Ne parlava anche Salgari nei suoi romanzi della saga di Sandokan.

Il fenomeno è diventato allarmante in Asia e Oceania perché i pescatori di trepang non esitano a depredare intere aree all’interno delle aree protette della Grande Barriera australiana e in altre zone protette, provocando l’avvicinamento all’estinzione delle specie più ricercate e costose. Ciò provocherebbe gravi squilibri negli ecosistemi marini, perché l’oloturia è fondamentale nel riciclo delle scorie dei fondali utili alla sopravvivenza dei coralli, e alla pulizia delle praterie di Posidonia oceanica, nel caso dei nostri mari.

Oloturie essicate in un mercato cinese (foto del ricercatore australiano Steven Purcell)-2“L’alto valore di mercato è fortemente legato al loro rischio di estinzione. Le specie nelle regioni ad alta densità di popolazione umana e le economie povere sono a maggior rischio, quindi – scrive il ricercatore australiano Steven Purcell in un articolo pubblicato da greenreport.it la conservazione è una questione sociologica. Chiediamo maggiori ricerche sugli invertebrati, che dominano la biodiversità marina della terra. Dobbiamo sorvegliare le specie pregiate e sostenere i Paesi a basso reddito perché mettano in atto restrizioni al commercio di specie minacciate”. Ora la minaccia tocca anche le nostre acque.

Il sequestro di oloturie a Brindisi 2-2

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