Cronaca

"I morti? Più di cento". I sopravvissuti ne sono certi. La verità nel traghetto

Mostra ciò che resta delle sue scarpe, suole di gomma fuse diventate dello stesso colore dei ponti della Norman Atlantic: blu. E' olandese, abituato a un mare ben diverso dal Mediterraneo: quasi sempre livido, tempestoso, freddo. Non avrebbe mai immaginato di sfiorare la morte in acque tanto lontane e diverse dal Mare del Nord

Mostra ciò che resta delle sue scarpe, suole di gomma fuse diventate dello stesso colore dei ponti della Norman Atlantic: blu. E’ olandese, abituato a un mare ben diverso dal Mediterraneo: quasi sempre livido, tempestoso, freddo. Non avrebbe mai immaginato di sfiorare la morte in acque tanto lontane e diverse dal Mare del Nord. Con il fuoco a pochi centimetri sotto i suoi piedi, a incalzare centinaia di passeggeri accalcati accanto ai verricelli delle scialuppe.

“Sentivo la lamiera del ponte che diventava sempre più calda, le scarpe erano come incollate. La gente urlava, anche per il dolore. Io ho aiutato molti a calarsi nella scialuppa. Da soli non ce l’avrebbero fatta. Eravamo bagnati, soffocati dal fumo, terrorizzati. Poi, improvvisamente, il ponte ha ceduto nel punto in cui si trovavano i passeggeri che erano accanto a me. Si è spaccato e sono caduti giù. Allora ho capito che dovevo mettermi in salvo, e con un balzo sono piombato anche io nella scialuppa di salvataggio”.

“I morti? Tanti, più di cento secondo me – racconta il naufrago olandese -, ho visto troppa gente lanciarsi in mare, e con quella temperatura e quelle onde non penso ce l’abbiano fatta”. Gli occhi del passeggero sbarcato oggi a Taranto con altri 37 dalla bulk carrier Aby Jeannette, bandiera maltese, uno dei mercantili arrivati per primi nella zona del disastro domenica mattina, e rimasto in zona per 48 ore, diventano umidi. Si allontana con gli altri. Domani sarà a casa sua, a vivere la sua seconda vita.

Più di cento morti, ha detto, senza sapere che la sua convinzione coincide con quella fatta dal capo della procura di Bari: 98 dispersi. Naturalmente clandestini esclusi, quelli che nel porto di Igoumenitsa sfidano la polizia greca scivolando tra i Tir in sosta, saggiando i maniglioni di apertura dei trailer, sgusciando sotto i teloni per passare in Italia. Qualcuno invece è stato imbarcato sui rimorchi dalle organizzazioni che pilotano il traffico. Quanti ce n’erano nel garage del traghetto italiano trasformato in un inferno?

I 98 scomparsi sono invece quelli calcolati dopo aver spuntato la lista d’imbarco ufficiale, dividendo i vivi dagli assenti all’appello. Si delinea una strage senza precedenti negli incidenti navali del dopoguerra in Italia, perché questa va considerata una tragedia italiana anche se le fiamme sono divampate non molto lontano dalle coste greche e albanesi. La nave è italiana, il comandante è italiano, l’armatore è italiano, e gran parte dell’equipaggio era italiano. Quasi tutto: già, perché una aliquota del personale di bordo era greco, perché è greca, la Anek, la compagnia che aveva noleggiato la Norman Atlantic dall’armatore Visentini.

Nessuno può essere sopravvissuto tanto tempo in acqua nel canale d’Otranto in tempesta, a meno che non si sia sigillato in una zattera di salvataggio, a meno che non ci siano scialuppe non ancora rintracciate. Ma sono speranze flebili. Il dubbio serve solo per tentare di diluire l’impatto con una tragedia enorme, che presenterà un bilancio peggiore di quello della collisione del 28 marzo del 1997 tra la corvetta italiana Sibilla e la vecchia motovedetta albanese subito affondata nella sua tomba liquida in un abisso di 770 metri da dove la fece poi recuperare la procura di Brindisi, che indagò sulle responsabilità: 84 morti accertati, molte donne e bambini, e solo 37 sopravvissuti.

Qui, nel Canale d’Otranto, l’unico paragone sul piano della perdita delle vite umane può essere quello, per la tragedia della Norman Atlantic, l’affondamento della Kater I Rades. Una delle peggiori pagine della marineria nazionale. Il coraggio e l’abnegazione dei soccorritori da domenica a ieri, hanno risparmiato al nostro Paese il peso di una strage ben peggiore, e ciò che si sa dei fatti di questi giorni bisogna riflettere in maniera approfondita sull’utilizzo delle navi ro-ro anche per l’imbarco di passeggeri che non siano i conducenti dei mezzi pesanti.

Ora tutto è nelle mani dei magistrati, che apriranno quelle stive non appena il traghetto sarà rimorchiato a Brindisi, come già avvenne per l’Heleanna bruciata il 28 agosto del 1971 al largo di Torre Canne. E in quelle stive si potrà fare la stima del carico, si conteranno auto, trailer e Tir, si valuterà in che maniera erano stati stivati, si cercherà il focolaio originario, probabilmente si troveranno morti. Non era il caso di spostare i riflettori sui soccorsi, non ancora. Bisognava parlare delle vite umane, anche di quelle – scomode – che non si sono potute salvare.

Lo ha raccontato il passeggero olandese al suo sbarco a Taranto: è successo tutto troppo in fretta, al buio e nel mare in tempesta, nessuno poteva arrivare istantaneamente in quel quadrante, non certo gli italiani. E tutti dicono che quando sono arrivati gli italiani si sono accese le speranze. Adesso la cosa peggiore sarebbe svalutare la portata del dramma della Norman Atlantic, dove al comando non c’era uno Schettino, e non si può spiegare tutto con quel maledetto “inchino” del Giglio. Qui si entra nel cuore di un traffico marittimo, quello roll-on roll-off, di vitale importanza per il nostro Paese.

L’accoglienza riservata ai naufraghi è tutto un altro capitolo. La compagnia che aveva noleggiato la nave poche settimane prima del disastro, la ellenica Anek (e non Visentini) ha pagato tutte le spese di ospitalità per i naufraghi sbarcati in Puglia e l’organizzazione del trasferimento in patria con voli charter, occupandosi attraverso il suo agente a Brindisi, Teodoro Titi, di ogni bisogno espresso dai superstiti del naufragio, d’intesa con i consolati e le ambasciate interessate, il sistema della Protezione civile e le autorità locali. In questo campo, soccorsi e ospitalità nelle grandi emergenze, Brindisi riesce sempre a dare il meglio. Ora aspettiamo l’arrivo del relitto, per conoscere la verità.

Anche oggi a Taranto, in Capitaneria, non si è perso tempo e su delega del pm di Bari si è proceduto all'interrogatorio di un membro italiano dell'equipaggio (un secondo era ferito ed era stato ricoverato), Si procede velocemente, si vuole giungere quanto prima a definire non solo le responsabilità, ma le cause e il numero delle persone imbarcate. Il comandante è stato il primo a presentarsi davanti al magistrato.

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