Sabato, 15 Maggio 2021
Cronaca

Morto dopo due interventi errati: cinque medici a giudizio

Omicidio colposo per la morte di Angelo Ciracì, 67 anni, pensionato, di Francavilla: aveva anche un tubo di drenaggio nell'addome, scoperto dall'equipe chirurgica del Sant'Orsola di Bologna. Fu sottoposto al Camberlingo a due operazioni inutili secondo la Procura, l'altra mal eseguita

BRINDISI –  Mala sanità secondo la Procura di Brindisi che oggi, a distanza di cinque anni dalla morte di un pensionato di 67 anni, ha ottenuto il processo per cinque medici in servizio nell’ospedale di Francavilla Fontana con l’accusa di omicidio colposo: è la storia del calvario di Angelo Ciracì, ex autista di ambulanza, di una sofferenza durata dieci mesi, di  50 chili persi inspiegabilmente dal paziente da gennaio ad aprile 2011, di un intervento chirurgico ritenuto inutile essendo sbagliata la diagnosi e di un'altra operazione non solo inutile ma eseguita male perché nell’addome venne trovato un tubicino di plastica di sette centimetri. Lo scoprirono i medici del Sant’Orsola di Bologna che sporsero denuncia.

Gli imputati, chirurghi ed anestesisti, erano tutti in servizio presso l’ospedale Camberlingo di Francavilla Fontana. Per due dei chirurghi dovranno essere valutate le condotte in relazione agli interventi del 4 e del 19 aprile 2011, mentre per gli altri l’accusa è stata mossa in relazione al secondo intervento. Sono difesi dagli avvocati Vittoriano Bruno e Stefano Bellini. L’udienza preliminare si è svolta questa mattina davanti al gup Tea Verderosa, al quale il pm Pierpaolo Montinaro ha chiesto il rinvio a giudizio, ereditando il fascicolo d’inchiesta del collega Jolanda Daniela Chimienti.

Per il rappresentante della pubblica accusa ci sono elementi tali per affermare la “colpa medico professionale consistita in negligenza, imprudenza e imperizia”  e in tal modo “cagionavano la morte di Angelo Ciracì”, il pensionato di Francavilla che stando a quanto è scritto nel capo di imputazione era “debilitato poiché in stato di malnutrizione dovuto a sindrome ischemica intestinale”. Il decesso si sarebbe verificato per “arresto cardio-respiratorio terminale da insufficienza multi-organo in polineuropatia post-infettiva con iniziali piaghe da decubito”.

Una sala operatoriaLa condotta di natura colposa per uno dei medici di chirurgia è stata contestata per aver effettuato “una errata diagnosi attribuendo il calo ponderale di quasi 50 chili da gennaio sino ad aprile 2011 e il quadro clinico di sub-occlusione intestinale  nonché l’inappetenza e le algie addominali lamentate dal paziente, alla calcolosi biliare”. E non invece alla “grave situazione di malnutrizione  da sindrome ischemica intestinale. Il medico avrebbe deciso di sottoporre il pensionato a un “intervento laparotomico esplorativo  e di colecistectomia”  il 4 aprile 2011, ritenuto dalla Procura “del tutto inutile”.

 Sempre stando alla ricostruzione del pm, i due chirurghi avrebbero deciso di “dimettere il paziente precocemente il successivo 18 aprile “pur in presenza di esami di laboratorio notevolmente alterati nonché di debolezza muscolare e aritmia cardiaca senza approfondire ulteriormente il quadro clinico, alla ricerca delle cause dell’occlusione intestinale che non era stata rimossa”. Tutto questo determinava “l’insorgere, nell’arco di una giornata, di una situazione di addome acuto-shock– dolicomegacolon – e di un grave quadro di occlusione che ne comportava un nuovo ricovero il 19 aprile d’urgenza, con accesso al Pronto soccorso”.

Lo stesso chirurgo autore della precedente operazione avrebbe effettuato “una ulteriore diagnosi errata con nuovo intervento chirurgico” anche questo per la Procura considerato “inutile” di “trasversostomia” nonostante “non si avesse la certezza di un colon tossico e di una patologia addominale ed essendo il paziente già notevolmente debilitato” dalla precedente operazione chirurgica”. In tal modo sarebbe stato “cagionato – si legge – un ulteriore insulto  chirurgico”.

Per il pm, l’intervento non sarebbe stato “realizzato a regola d’arte” da nessuno dei cinque medici” perché “non veniva rimosso, una volta concluso l’intervento, un corpo tubolare dall’addome del paziente”. Quel corpo “verosimilmente” era un “frammento di un drenaggio estratto in maniera incompleta della lunghezza di 7-10 centimetri attorno al quale si formavano tenaci aderenze e che determinava l’insorgere della peritonite plastica fibroadesiva interessante tutto l’intestino tenue e gran parte del colon a valle della trasversostomia fino al sigma”.

Quel tubicino venne scoperto solo il 7 ottobre 2011 dai medici del Sant’Orsola di Bologna che sottoposero il pensionato a colectomia nel disperato tentativo di migliorare il quadro clinico compromesso. I medici dell’ospedale di Francavilla Fontana non avrebbero, quindi, pianificato e attuato un “idoneo trattamento terapeutico” e ne determinavano la morte il 4 novembre 2011 conseguente a un aggravamento delle condizioni di salute irreversibile. Sarà, quindi, un processo a stabilire se effettivamente ci sia un collegamento tra il decesso del paziente e le condotte dei medici e chi abbia dimenticato quel mezzo di plastica nell’addome del pensionato.

Nel dibattimento che sarà incardinato davanti al Tribunale di Brindisi in composizione monocratica alla fine del prossimo di settembre saranno presenti i familiari di Ciracì. I fratelli e i nipoti dell’uomo si sono costituiti parte civile con l’avvocato Domenico Attanasi del foro di Brindisi, i tre figli e la moglie con l’avvocato Vincenzo Bianco. Da quel giorno non hanno mai smesso di chiedere giustizia.  E continuano a chiedere come sia stato possibile.

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