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“Tubo di plastica dimenticato nell’addome”: cinque medici sotto processo

Oggi prima udienza del processo per omicidio colposo per la morte di Angelo Ciracì, 67 anni, pensionato, di Francavilla: fu sottoposto al Camberlingo a due operazioni inutili secondo la Procura di Brindisi, perse 50 chili. Il Tribunale ammette le costituzioni di parti civili: moglie, figli, fratelli, nipoti, genero e nuora

BRINDISI –  Sei anni di dolore, la scoperta di un tubo di plastica lungo sette centimetri dimenticato nell’addome dopo un intervento e una sola domanda rimessa al Tribunale di Brindisi: cosa è successo in ospedale, al Camberlingo di Francavilla Fontana? Aspettano giustizia moglie, figli, fratelli, nipoti, genero e nuora di Angelo Ciracì, morto a 67 anni, dopo un calvario lungo dieci mesi scandito dalla perdita di 50 chili.

Il tribunale di Brindisi

Sotto processo sono finiti cinque medici con l’accusa di omicidio colposo dopo la tragedia della famiglia dell’ex autista di ambulanza. Stamattina c’è stata la prima udienza del processo ottenuto dalla Procura secondo cui per due volte il pensionato venne sottoposto a interventi “inutili essendo stata sbagliata la diagnosi e mal eseguiti”: il giudice Adriana Almiento ha ammesso la costituzione di parte civile dei familiari rappresentanti dagli avvocati Domenico Attanasi e Vincenzo Bianco i quali hanno affidato a un consulente la ricostruzione della sofferenza del paziente da gennaio ad aprile 2011, sino alla scoperta di quel tubicino per il drenaggio. Lo scoprirono i medici del Sant’Orsola di Bologna che sporsero denuncia.

Gli imputati, chirurghi ed anestesisti, erano tutti in servizio presso l’ospedale Camberlingo di Francavilla Fontana. Per due dei chirurghi dovranno essere valutate le condotte in relazione agli interventi del 4 e del 19 aprile 2011, mentre per gli altri l’accusa è stata mossa in relazione al secondo intervento. Sono difesi dagli avvocati Vittoriano Bruno e Stefano Bellini.

Per il rappresentante della pubblica accusa ci sono elementi tali per affermare la “colpa medico professionale consistita in negligenza, imprudenza e imperizia”. In tal modo “cagionavano la morte di Angelo Ciracì”, il pensionato di Francavilla che stando a quanto è scritto nel capo di imputazione era “debilitato poiché in stato di malnutrizione dovuto a sindrome ischemica intestinale”. Il decesso si sarebbe verificato per “arresto cardio-respiratorio terminale da insufficienza multi-organo in polineuropatia post-infettiva con iniziali piaghe da decubito”. La condotta di natura colposa per uno dei medici di chirurgia è stata contestata per aver effettuato “una errata diagnosi attribuendo il calo ponderale di quasi 50 chili da gennaio sino ad aprile 2011 e il quadro clinico di sub-occlusione intestinale  nonché l’inappetenza e le algie addominali lamentate dal paziente, alla calcolosi biliare”. E non invece alla “grave situazione di malnutrizione  da sindrome ischemica intestinale. Il medico avrebbe deciso di sottoporre il pensionato a un “intervento laparotomico esplorativo  e di colecistectomia”  il 4 aprile 2011, ritenuto dalla Procura “del tutto inutile”.

Una sala operatoria

 Sempre stando alla ricostruzione del pm, i due chirurghi avrebbero deciso di “dimettere il paziente precocemente il successivo 18 aprile “pur in presenza di esami di laboratorio notevolmente alterati nonché di debolezza muscolare e aritmia cardiaca senza approfondire ulteriormente il quadro clinico, alla ricerca delle cause dell’occlusione intestinale che non era stata rimossa”. Tutto questo determinava “l’insorgere, nell’arco di una giornata, di una situazione di addome acuto-shock– dolicomegacolon – e di un grave quadro di occlusione che ne comportava un nuovo ricovero il 19 aprile d’urgenza, con accesso al Pronto soccorso”. Lo stesso chirurgo autore della precedente operazione avrebbe effettuato “una ulteriore diagnosi errata con nuovo intervento chirurgico” anche questo per la Procura considerato “inutile” di “trasversostomia” nonostante “non si avesse la certezza di un colon tossico e di una patologia addominale ed essendo il paziente già notevolmente debilitato” dalla precedente operazione chirurgica”. In tal modo sarebbe stato “cagionato – si legge – un ulteriore insulto  chirurgico”.

Per il pm, l’intervento non sarebbe stato “realizzato a regola d’arte” da nessuno dei cinque medici” perché “non veniva rimosso, una volta concluso l’intervento, un corpo tubolare dall’addome del paziente”. Quel corpo “verosimilmente” era un “frammento di un drenaggio estratto in maniera incompleta della lunghezza di 7-10 centimetri attorno al quale si formavano tenaci aderenze e che determinava l’insorgere della peritonite plastica fibroadesiva interessante tutto l’intestino tenue e gran parte del colon a valle della trasversostomia fino al sigma”.

Quel tubicino venne scoperto solo il 7 ottobre 2011 dai medici del Sant’Orsola di Bologna che sottoposero il pensionato a colectomia nel disperato tentativo di migliorare il quadro clinico compromesso. I medici dell’ospedale di Francavilla Fontana non avrebbero, quindi, pianificato e attuato un “idoneo trattamento terapeutico” e ne determinavano la morte il 4 novembre 2011 conseguente a un aggravamento delle condizioni di salute irreversibile. Sarà, quindi, un processo a stabilire se effettivamente ci sia un collegamento tra il decesso del paziente e le condotte dei medici e chi abbia dimenticato quel mezzo di plastica nell’addome del pensionato.

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