Domenica, 24 Ottobre 2021
Cronaca Torchiarolo

Uccise il marito a martellate: attenuante della provocazione, pena ridotta

La Corte d’Assise d’Appello di Taranto ha ridotto da 17 anni a 14 anni e 10 mesi la pena inflitta alla 49enne Maria Grazia Greco, di Surbo (Lecce), condannata per aver ucciso a martellate il marito Antonio Ingrosso, fabbro 45enne di Torchiarolo, e averne bruciato il cadavere, poi occultato nei pressi di Casalabate. All’imputata è stata riconosciuta l’attenuante della “provocazione”

TORCHIAROLO - La Corte d’Assise d’Appello di Taranto ha ridotto da 17 anni a 14 anni e 10 mesi la pena inflitta alla 49enne Maria Grazia Greco, di Surbo (Lecce), condannata per aver ucciso a martellate il marito Antonio Ingrosso, fabbro 45enne di Torchiarolo, e averne bruciato il cadavere, poi occultato nei pressi di Casalabate. All’imputata è stata riconosciuta l’attenuante della “provocazione”. In primo grado le venne inflitta una condanna a 20 anni al termine di un processo con rito abbreviato. La Corte d’Assise d’Appello di Lecce ridusse la pena a 14 anni e 10 mesi. I giudici della Cassazione, poi, decisero l’annullamento con rinvio. 

L’omicidio risale alla prima metà di gennaio del 2011. La donna, difesa dall’avvocato Ladislao Massari, riferì d’aver vissuto per anni con un marito violento, in un clima di vessazioni che fu confermato anche dalla figlia, poi assolta dal concorso in occultamento di cadavere che le era stato contestato. Maria Grazia Greco inizialmente negò di aver compiuto il delitto, poi ammise tutto, rinunciando alla proprietà di tutti i suoi beni per risarcire i famigliari del marito che non si sono costituiti parte civile.

Accadde tutto un pomeriggio di venerdì. Finito di pranzare, fra i due ci fu in diverbio. Uno dei tanti che da qualche tempo avevano. La donna disse che il marito l’avrebbe afferrata per la gola ed a quel punto lei reagì impugnando il martello e sferrandogli  ripetuti colpi alla fronte e in altre parti del corpo, Antonio Ingrosso e la moglie, Maria Grazia Greco-2fino a ucciderlo. 

A quel punto, sporca di sangue, presa dal panico, chiamò il padre dicendogli di andare immediatamente da lei perché era successa una cosa brutta. L’anziano accettò di aiutarla ad occultare il cadavere. Per prima cosa lo avvolsero in una coperta, quindi ripulirono la casa dal sangue. Poi caricarono il corpo in una Hyundai e si diressero a Torre Rinalda, nella casa estiva dei Greco. Qui tentarono di far sparire il corpo bruciandolo. Lo denudarono e cosparsero di alcol. Il fuoco però si spense quasi subito e il cadavere rimase lì. Lo avvolsero nuovamente nella coperta e lo portarono a Casalabate, in via Pesce Luna, angolo via del Riccio e lo lasciarono in un giardino, tra le sterpaglie.

Abbandonato il cadavere tornarono a Torchiarolo. Lungo il tragitto si liberarono del martello e degli indumenti di Antonio Ingrosso. Rientrata a casa la donna inscenò il rapimento. Portò  la vettura del marito vicino all’officina, in via Salvo D’Acquisto. Posò  il suo cellulare e le chiavi del marito sul sedile, lasciò l’auto con lo sportello lato guida aperto, le luci accese e le chiavi inserite nel quadro di accensione. Fece anche diverse telefonate sul cellulare del marito per  dare un tocco di credibilità alla sua versione.

Quindi telefonò ai carabinieri. “Sono molto preoccupata – disse - mio marito non fa mai tardi senza avvisarmi”. I carabinieri trovarono l’auto nella tarda serata. La moglie parlò di debiti contratti in passato, forse usurai, del vizio di giocare a carte. Tutte false indicazioni perché Ingrosso non si era mai rivolto agli usurai e non era un giocatore d’azzardo.

Ma in giro vennero lasciate numerose tracce. Troppe per non alimentare il sospetto dei carabinieri. L’officina venne sequestrata. Il cadavere venne scoperto la domenica successiva  a Casalabate. Nudo, massacrato di colpi, bruciacchiato. 

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