Un pentito a intermittenza. I pm: "Di Emidio merita il carcere"

BRINDISI - “Vito Di Emidio deve ritornare in carcere”, lo chiedono a una voce i pubblici ministeri antimafia Alberto Santacatterina e Milto De Nozza, e lo chiedono direttamente alla Corte di Cassazione. La scelta del Riesame, che ha concesso al pentito di ritornare ai domiciliari in località protetta, accogliendo la richiesta dell’avvocato Manfredo Fiormonte per conto del proprio assistito, non è punto condivisa dalla procura. La memoria a intermittenza di Bullone, pur non inficiandone la credibilità, stigmatizza un personaggio indegno dei benefici concessi dallo Stato ai collaboratori di giustizia, per questo deve ritornare in cella e scontare l’ergastolo, attendendo l’ulteriore verdetto a suo e a carico degli uomini accusati dalle sue stesse rivelazioni, di ben dodici omicidi.

Palazzo di Giustizia

BRINDISI - “Vito Di Emidio deve ritornare in carcere”, lo chiedono a una voce i pubblici ministeri antimafia Alberto Santacatterina e Milto De Nozza, e lo chiedono direttamente alla Corte di Cassazione. La scelta del Riesame, che ha concesso al pentito di ritornare ai domiciliari in località protetta, accogliendo la richiesta dell’avvocato Manfredo Fiormonte per conto del proprio assistito, non è punto condivisa dalla procura. La memoria a intermittenza di Bullone, pur non inficiandone la credibilità, stigmatizza un personaggio indegno dei benefici concessi dallo Stato ai collaboratori di giustizia, per questo deve ritornare in cella e scontare l’ergastolo, attendendo l’ulteriore verdetto a suo e a carico degli uomini accusati dalle sue stesse rivelazioni, di ben dodici omicidi.

E’ questo l’assunto dal quale ha preso le mosse il ricorso presentato dai pm, determinati a percorrere fino in fondo la strada che potrebbe portare Di Emidio al temuto fine pena mai. Il killer, storicamente intollerante alle ristrettezze imposte dal regime carcerario, non ha esitato a concedere le proprie verità alla giustizia. Esattamente sulla scorta di quella intolleranza. Cominciò a parlare già all’indomani dell’arresto, datato maggio 2001. Di più. Bullone ha preteso che insieme a lui pronunciassero atto di pentimento anche i sodali del gruppo, in primis il cognato Giuseppe Tedesco. Ma “Capu di bomba”, marito della sorella Angela, non ha mai voluto saperne. Al boss della Scu è toccato ingollare un secco rifiuto. Tedesco, dal canto suo, non ha mai smesso invece di proclamarsi innocente e vittima di una trama intessuta ai suoi danni dal cognato solo per acquistare credibilità agli occhi degli inquirenti. Bullone non ha battuto ciglio. Nemmeno di fronte alla chiusura totale dei rapporti con la famiglia che quelle rivelazioni hanno comportato. Tutto quel che pare importare al killer, è sottrarsi all’orrore del carcere, ad ogni costo.

Eppure, Bullone il calcolatore, ha messo un piede in fallo. Che potrebbe costargli assai più di quanto sia stato capace di prevedere. Il black out della memoria riversato in un’aula attonita, quella in cui era stato chiamato a testimoniare come principale accusatore degli imputati, compreso se stesso, ha spezzato un rapporto di collaborazione con la giustizia che durava da poco meno di un decennio. Un guanto di sfida lanciato dritto in faccia ai giudici in toga. Di Emidio mentiva sapendo di mentire. Perché? Per difendere il cognato? Troppo scoperta e troppo dozzinale come strategia, per essere credibile. Troppo scafato il boss, e troppo esperto per poter pensare che l’amnesia “selettiva” di cui aveva dato saggio, potesse valere nelle valutazioni della magistratura.

Per scagionare veramente Tedesco avrebbe dovuto ritrattare le accuse, smentirle, non è quello che ha fatto. Ha invece indirizzato messaggi, nello stile che meglio s’attaglia a chi si è fregiato delle insegne della Scu. Il primo allo stesso Tedesco, come quella lettera in cui gli chiedeva di collaborare, a cui non aveva mai ricevuto risposta. Silenzio che secondo qualcuno, interpretando le logiche di Di Emidio, Tedesco sta pagando in galera, accusato di tre omicidi.

L’altro messaggio lo ha mandato diritto al Ministero. Una lamentatio a tutto tondo: “Di problemi ne ho tanti, io”, ha detto scocciato al pm che chiedeva di omicidi e di dettagli. Problemi di soldi. Problemi soprattutto con il servizio di protezione. “Punto”, ha detto, risoluto. Chi doveva intendere aveva inteso. Qualche tempo addietro Vito Di Emidio che Bullone era e Bullone resta, ha sbattuto i pugni nientemeno che sulla scrivania del numero uno dell’antimafia Cataldo Motta, troppi controlli da parte del servizio deputato alla sua protezione. Troppe scocciature. Motta, naturalmente senza scomporsi, tanto quanto il pm Elsa Valeria Mignone, gli avevano risposto a una voce che doveva rimanere calmo. Perché un pentito o si pente per davvero, o l’ergastolo lo sconta in prigione.

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E’ quel che, a sorpresa, dopo dieci anni di benefici, gli è successo. E’ rientrato in carcere, scagionato poco dopo dal Riesame che ha invece plaudito alla iniziativa di rendere dichiarazioni spontanee in aula in un cui ha recuperato tutta intera la memoria, tornando ad accusare, con dovizia di dettagli, quelli che aveva già accusato dieci anni fa. Tornando dunque a meritare credibilità, e fiducia dallo Stato. La procura antimafia la pensa del tutto altrimenti. E per il momento è del tutto impossibile sapere come andrà a finire.

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