Tentati omicidi ed altro: "Bonnie" assolta, 19 anni a "Clyde"

Sentenza di primo grado per Matteo Lacorte e la ex moglie. Il pm aveva chiesto 30 anni per lui, sette per lei

La vil

OSTUNI – Si chiude con una condanna a 19 anni di reclusione (più due di colonia agricola), e con una assoluzione il processo nato dall’indagine del commissariato di polizia di Ostuni su due tentati omicidi e un altro ferimento battezzata “Bonnie&Clyde”, al secolo Donatella Giuseppa Carparelli, difesa dall’avvocato Angelo Brescia e riconosciuta innocente da tutti i capi di imputazione, e Matteo Lacorte, difeso dall’avvocato Vito Cellie, ex marito della donna, riconosciuto colpevole di tentato omicidio, reati connessi alle armi ed altro, per tre distinti episodi, per i quali il pm Raffaele Casto aveva chiesto nella sua requisitoria del 20 novembre scorso rispettivamente sette anni e 30 anni di reclusione.

Lacorte è stato condannato a 8 anni per uno dei capi di imputazione, con l’applicazione delle attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti, e a 11 anni per altri tre capi di accusa unificati sotto il vincolo della continuazione. A pena espiata, dovrà trascorrere – salvo riforme successive della sentenza negli altri gradi di giudizio – anche due anni in una casa di lavoro o in una colonia agricola del Ministero della Giustizia, come misura di sicurezza. Il pm (la sentenza è stata pronunciata dal collegio giudicante dopo 5 ore e mezza di camera di consiglio, alle 19,30 di ieri 15 gennaio), aveva replicato alle arringhe difensive per due ore a proposito del favor rei riconosciuto da una sentenza a sezioni riunite della Corte di Cassazione, sull’utilizzabilità delle intercettazioni telefoniche e ambientali. (Nelle foto sotto, gli avvocati Angelo Brescia e Vito Cellie)

avvocato angelo brescia-2 vito giuseppe cellie avv-2

Il movente passionale

La storia parte dal ferimento di un ambulante di frutta e verdura di Ostuni, che si era presentato al pronto soccorso del locale ospedale nella tarda mattinata dell’11 maggio 2011 con ferite di arma da fuoco, riferendo alla polizia di essere stato preso di mira da un individuo in moto, con casco e sottocasco, che gli aveva sparato mirando all’inguine. I sospetti si concentrarono su Matteo Lacorte, resosi nel frattempo irreperibile. Il movente? Una vendetta a sfondo passionale, poiché Lacorte era convinto che la moglie avesse avuto una relazione con l’ambulante nel periodo in cui egli era detenuto.

Matteo Lacorte fu individuato e arrestato dagli investigatori del commissariato di Ostuni in una casa di contrada Tamburroni di un suo amico, dopo pochi mesi, il 27 giugno, assieme ad altri due soggetti. In un forno a legna dell’abitazione rurale il personale del commissariato rinvenne una semiautomatica Beretta calibro 7,65 con munizioni (nella foto sotto), un coltello e quattro grammi di sostanza stupefacente. Ma nell’ambito delle indagini, alla allora consorte di Lacorte gli inquirenti attribuirono anche la detenzione, con l’incarico ricevuto dal marito di distruggerla, di un revolver del calibro 38 special, arma utilizzata per “punire” il fruttivendolo.

La pistola che fu sequestrata a Lacorte-2

Gli altri ferimenti e l’incontro in carcere

Al caso si aggiunsero altri due casi di ferimenti: uno risalente al 23 settembre 2006, qualificato in rubrica come lesioni personali, quando una fucilata colse di striscio ad una spalla uno zio del Lacorte, ritenuto da questi il mandate del furto di un quod di sua proprietà; l’altro, qualificato come tentativo di omicidio in sede di indagini, risale invece all’1 maggio del 2017, ed è l’accoltellamento di un ospite della comunità Airone Onlus di Lecce, dove Matteo Lacorte stava seguendo un programma terapeutico.

Il processo di primo grado conclusosi nella serata di ieri mercoledì 15 gennaio comprendeva 16 capi di accusa, e si basava anche su circa 50 ore di intercettazioni, tra le quali ha avuto un ruolo importante per la pubblica accusa quella di un incontro nella sala colloqui del carcere di Borgo San Nicola, a Lecce, tra Matteo Lacorte e la moglie, in cui si fece riferimento alla celebre coppia di rapinatori Bonnie Parker e Clyde Barrow, morti nella loro Ford Model B crivellata di colpi da una squadra speciale di poliziotti il 23 maggio del 1934, in una strada di campagna in Lousiana, braccati dopo anni di rapine, conflitti a fuoco con la polizia, omicidi. Da quel colloquio il nome attribuito all’indagine.

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