Sabato, 23 Ottobre 2021
Cronaca

Intervento/ Corpi in affitto, una sentenza della Corte europea e la dignità umana

Una donna stipulava nel 2008 un contratto di consulenza con la società russa Rojerconsulting per il corrispettivo di euro 50.000,00 avente ad oggetto la "prestazione di servizi di consulenza" per un accordo con una madre surrogata", per mezzo di embrioni "crioconservati, ovociti freschi, donazione di ovociti e donazione di sperma"

Una donna stipulava nel 2008 un contratto di consulenza con la società russa Rojerconsulting per  il corrispettivo di euro 50.000,00  avente ad oggetto la “prestazione di servizi di consulenza” per un accordo con una madre surrogata", per mezzo di embrioni “crioconservati, ovociti freschi, donazione di ovociti e donazione di sperma”, contratto che prevedeva successivi  compensi da erogare in favore di  diversi interlocutori.

La ricorrente -  aspirante madre -  faceva rientro nel 2011 in Italia (il marito aderiva di fatto alla condotta della moglie) con un minore di circa 3 mesi  chiedendo la  trascrizione all’ufficiale di stato civile dell’atto di nascita russo che veniva rifiutata. La segnalazione ad opera del Consolato circa la non veridicità – falsità ideologica del documenti attivava il procedimento davanti al Tribunale Minori di Campobasso che in seguito ad accertamenti biologici -  Dna - ed ad approfondite  verifiche, previa nomina al minore di un tutore,  accertava che non vi era stata alcuna fecondazione eterologa, né somministrazione di materiale genetico  della coppia,  non provata  in alcun modo la condotta riferita.

Di conseguenza  veniva  disposto l’allontanamento e l’affido del minore. La Corte d’Appello adita dal  pm ex art. 95 DPR 396/2000, ordinava la formazione dell’atto di nascita del minore attribuendo  un nome ed un cognome confermando  il  provvedimento adottato dal Tribunale dei minori.  I ricorrenti non esperivano ricorso in  Cassazione  e proponevano ricorso  alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, mai  notificato alla persona minore di età.

La sentenza della Cedu del 27 gennaio 2015 ripresa dai quotidiani nazionali (con tanto di intervista alla ricorrente)  si fa notare per la tutela che appronta al legame (appena 3 mesi) tra il minore e la coppia “committente” del minore, giudicato meritevole di tutela, a prescindere dalla liceità o meno della condotta. Per parte mia  preme rilevare come l’inflazionato “interesse del minore “ sia rimasto al margine  nella valutazione dei giudici  transnazionali.

Il pensiero giuridico in materia di persona e di relazioni familiari  si sta evolvendo in una duplice direzione: da una parte la sottolineatura del principio di autodeterminazione che mal tollera confini etero-determinati. Dall'altra vi é la sottolineatura della necessità della tutela dei diritti inviolabili della persona minore di età, il cui sano sviluppo psico-fisico non può essere compromesso dalle scelte di coloro alla cui cura sono affidati.

L’interesse del minore coincide con il suo diritto alla  salute,  coincidente con il diritto all’educazione, perché è il diritto ad essere aiutati ad essere se stessi, nel raggiungimento del loro miglior sviluppo, nell’autenticità del proprio svolgersi. Nel sistema dei diritti della persona di età minore è il diritto centrale, cui gli altri sono funzionali, e la sua tutela prioritaria coincide con the best interest of the child -diritto alla protezione e alle cure necessarie per il benessere,  sollecitando da un lato, la ristrutturazione dei rapporti tra giurisdizione e servizi pubblici e dall'altro,  l'attuazione (non più il minore soltanto parte sostanziale – Corte Cost. 1/2002) della dimensione processuale del minore.

Accertata l’inesistenza di un programma di fecondazione eterologa ad opera della coppia, da parte dei giudici nazionali, carenti di legittimazione ad agire  i coniugi,  l’interesse del minore e la sua valutazione doveva entrare nel processo, tramite  agli istituti dell’ascolto  (in questo caso del suo rappresentante) e della partecipazione al processo tramite difensore.

Appare a chi scrive  che  l’interesse del minore sia stato sostituito dall’interesse degli adulti “ad avere un minore”,  tutelando la Corte dinamiche di stampo privatistico  (contratto con l’agenzia russa alla quale si era commissionato  un bambino) estranee alla materia familiare governata da un sistema di valori propri di ogni  ordinamento.

Non mi  addentrerò sui profili giuridici della sentenza Cedu, per non tediare i nostri lettori  ma alcune considerazioni voglio  farle. Vero è che ragionando come fatto dalla Cedu, il confine tra lecito e illecito svanisce, autorizzando e ratificando,  lo shopping di corpi  (ad opera di cittadini facoltosi)  vestito da  vere o apparenti maternità surrogate o meglio uteri in affitto (in realtà corpi in affitto) affrancandosi la Corte  dai canoni di accertamento del fatto previsti dall’ordinamento interno.

Così operando, non si comprende neppure  quale  libertà  residua allo Stato nel  decidere i  suoi valori, le sue regole che siano  di diritto sostanziale o processuale. Oggi la coppia che  affitta una donna per nove mesi, usando il suo corpo come incubatore per far crescere un figlio ordinato per e-mail (l’aspirante padre non si era mai andato in Russia neppure per ritirare il figlio) si chiama maternità surrogata meritevole di tutela dall’ordinamento giuridico.

E se il bambino non piace (circostanza prevista nel contratto con la società russa ) si abbandona senza problemi, perché si chiama maternità surrogata, meritevole di tutela dall’ordinamento. Inorridiamo a parlare della vendita dei figli in India, in Cina, delle partorienti bulgare, ma  se quella vendita la chiamo maternità surrogata ed è utile a me, allora il discorso cambia ed anche il committente di un contratto  che ha per oggetto la produzione o la consegna di un essere umano,  è meritevole di tutela.

Certamente la sentenza Cedu offre agli avvocati indicazioni utili per eludere i divieti, assecondare le richieste dei clienti e del portafoglio,   ma lasciatemi dire che c’è qualcosa di terribile e pericoloso  in questo modo di ragionare,  nel disinteresse per l’altra vita in gioco (quella della gestante),  in questa sfrenata tutela del diritto ad avere qualcun altro,  nel pensare  che  posso diventare proprietario di qualcuno che mi scelgo,  biondo, scuro, rosso (se non mi piace, non lo prendo) - un tempo si chiamava schiavitù - , il  tutto regolato dalla sola  lex mercatoria.

E così anche i parametri indicati  nella Convenzione di Ginevra del 25 settembre 1926,  che definisce condizione analoga alla schiavitù, lo "stato o condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprietà o di uno di essi"; situazione che la mutevole realtà può presentare con connotati volta a volta diversi ma fondamentalmente identici nell'ambito dei rapporti interpersonali, nei quali un individuo ha un potere pieno e incontrollato su un altro, assoggettato al suo dominio”, appaiono labili, desueti.

Auspico il ricorso alla Grande Chambre, un motto di patriottica salvaguardia dei valori e  delle libertà riconosciute dal nostro ordinamento, anche se per la verità, non ho sentito voci fuori dal coro, neppure di  giuriste,   che dovrebbero sentirsi più di altri, difensori  della vita, anche di un’altra donna  quando è più debole o esposta perché vive in un paese democraticamente fragile. Diversamente, vorrei sapere oggi, a quale  sistema di valori ritenuti "fondamentali della dignità umana",  ci riferiamo.

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