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Vendola chiede a Csm atti inchiesta

BARI - Per capire se ci sia stata "una speculazione diffamatoria da parte di giornalisti", l'avvocato Vincenzo Muscatiello, difensore del presidente della Regione Puglia, avrebbe chiesto due mesi fa al vicepresidente del Csm, Michele Vietti, l'accesso ad atti riguardanti la Procura di Bari nei quali si fa riferimento a Nichi Vendola. A confermare la circostanza è lo stesso legale, interpellato dai cronisti a proposito delle questioni giudiziarie che negli ultimi due giorni hanno coinvolto Vendola, con un avviso di conclusione di indagini (per abuso di ufficio) e un avviso di proroga (peculato, falso e abuso di ufficio). La richiesta fatta due mesi fa non ha avuto esito: per questo, un paio di settimane fa - aggiunge l'avvocato - è stata sollecitata una risposta. Sollecitazione che è stata ripetuta ieri dallo stesso Vendola a Vietti.

La sede del Consiglio Regionale

BARI - Per capire se ci sia stata "una speculazione diffamatoria da parte di giornalisti", l'avvocato Vincenzo Muscatiello, difensore del presidente della Regione Puglia, avrebbe chiesto due mesi fa al vicepresidente del Csm, Michele Vietti, l'accesso ad atti riguardanti la Procura di Bari nei quali si fa riferimento a Nichi Vendola. A confermare la circostanza è lo stesso legale, interpellato dai cronisti a proposito delle questioni giudiziarie che negli ultimi due giorni hanno coinvolto Vendola, con un avviso di conclusione di indagini (per abuso di ufficio) e un avviso di proroga (peculato, falso e abuso di ufficio). La richiesta fatta due mesi fa non ha avuto esito: per questo, un paio di settimane fa - aggiunge l'avvocato - è stata sollecitata una risposta. Sollecitazione che è stata ripetuta ieri dallo stesso Vendola a Vietti.

L'iniziativa della difesa del presidente della Regione Puglia è stata assunta in relazione a frasi virgolettate comparse su quotidiani e riguardanti punti di vista divergenti tra Pm nell'ambito di indagini riguardanti il Governatore della Puglia. In un articolo - sottolinea il legale - "si faceva riferimento persino a una discussione tra Pm intorno a una richiesta di misure interdittive, che non sono consentite per cariche elettive. Di qui, la legittima aspettativa di capire di che si stesse parlando e - aggiunge l'avvocato Muscatiello - la necessità di comprendere se non si usassero frasi virgolettate per finalità diffamatorie".

È in questo periodo all'esame del Consiglio di Stato la vicenda che oppone la Regione Puglia all'Ospedale ecclesiastico Miulli di Acquaviva delle Fonti per i crediti da questo vantati nella erogazione di cure per conto del Servizio sanitario nazionale.

È la stessa vicenda che - per un aspetto tutto sommato marginale - ha prodotto l'indagine penale nell'ambito della quale il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, risulta indagato con altre sei persone tra le quali due suoi ex assessori alla sanità (Alberto Tedesco e Tommaso Fiore) e persino un vescovo, il presule della diocesi di Gravina in Puglia, mons.Mario Paciello, nella sua qualità di governatore del Miulli.

Se però anche il Consiglio di Stato - come ha già fatto il Tar Puglia - dovesse riconoscere il diritto dell'ente ecclesiastico ai crediti che vanta, i contenziosi della stessa natura già in ballo in tutta Italia rischierebbero di risolversi in una catastrofe per il bilancio delle Regioni: una richiesta di rimborsi pari a cinque miliardi di euro, secondo cifre fatte dall'ex assessore Fiore.

Infatti, il "Miulli" nel suo contenzioso con la Regione Puglia ha chiesto e ottenuto dal Tar di Bari per il periodo 2002-2008 il diritto "alla parità di trattamento finanziario corrisposto alle aziende ospedaliere per dimensioni e tipologia similari", "il diritto al ripiano finanziario annuale previo controllo dei rispettivi bilanci consuntivi" e anche a contributi per l'edilizia sanitaria.

Eppure stava per chiudersi tutto tra il 2009-2010 con una transazione, proprio quella finita sotto la lente dei pubblici ministeri baresi che indagano Vendola, una transazione da 45 milioni di euro che fu proposta dall'allora assessore Tedesco e approvata dalla giunta regionale il 12 marzo 2009.

La transazione venne stipulata per il credito che l'ospedale vantava sia per i servizi di cura prestati sia per la costruzione della sua nuova sede. Nella transazione si decise che la Regione avrebbe erogato la somma a titolo di anticipazione rispetto ai finanziamenti successivi provenienti dall'articolo 20 della legge nazionale 67/88 (edilizia sanitaria). Le somme tuttavia si decise, sempre nella transazione, che venissero erogate all'ente ecclesiastico dalla Asl Bari (che eroga invece denaro per spese sanitarie) e che venissero compensate nel bilancio Asl quando fossero giunte le erogazioni statali sulle programmazioni di investimento dell'edilizia sanitaria.

Proprio qui probabilmente - ma per ora nessuno lo conferma - sta l'accusa di peculato contestata agli amministratori regionali: nell'aver messo a carico di altre poste del bilancio regionale un debito che era proprio invece dei finanziamenti dell'edilizia sanitaria. Nel 2010, dopo la bufera che cominciò ad abbattersi sulla sanità pugliese con la richiesta di arresto nei confronti di Tedesco, frattanto divenuto senatore Pd, la giunta pugliese decise di annullare in autotutela la transazione.

A quel punto per i crediti che vantava nei confronti della Regione Puglia, sia sul versante edilizio sia su quello sanitario, l'ospedale Miulli ricorse al Tar il quale nel novembre 2011 ha stabilito che l'ospedale ecclesiastico non è come una struttura sanitaria privata convenzionata ma è "equiparato" a una struttura pubblica: la Regione Puglia deve quindi, secondo il Tar Puglia, risarcire il Miulli, per il periodo dal 2002 al 2008, "in misura corrispondente alle risorse attribuite all'azienda ospedaliera pubblica della stessa dimensione quali-quantitativa, nonché al ripiano finanziario annuale previo controllo dei rispettivi bilanci consuntivi".

La "misura corrispondente", secondo calcoli fatti non dai giudici, finirebbe per aggirarsi sugli oltre 100 milioni di euro, che si aggiungerebbero ai 45 milioni - la stessa cifra della transazione - che frattanto, comunque, il "Miulli" ha ricevuto in conseguenza di tre successive ordinanze del Tar stesso. Il Tar Puglia ha stabilito anche che non aveva alcun valore l'annullamento fatto dalla Giunta regionale nel 2010 della transazione del 2009.

E sempre nell'ambito delle inchieste legate alla gestione della Sanità in Puglia, altra notizia del giorno è il rinvio a giudizio chiesto per l'ex assessore alla Sanità della Regione Puglia, il senatore Alberto Tedesco. Per la procura di Bari, il senatore avrebbe capeggiato un'associazione per delinquere finalizzata ad appropriarsi dell'assessorato regionale con il controllo di tutte le delibere, delle nomine dei manager delle Asl, dei primari e degli appalti. E l'ufficio del suo plenipotenziario, Mario Malcangi, altro non era che il luogo di incontro tra dirigenti e imprenditori con i quali Tedesco avrebbe concordato non solo forniture e appalti ma anche appoggi elettorali. È pesante il ritratto della "rete" Tedesco che la procura di Bari fa nella richiesta di rinvio a giudizio avanzata nei confronti dell'ex assessore e di un'altra quarantina di imputati.

Nell'indagine appena conclusa, oltre che per Tedesco, la procura ha chiesto il rinvio a giudizio di altri indagati: tra questi l'ex direttore generale della Asl Bari Lea Cosentino, imprenditori, dirigenti di alcune Asl e di ospedali pubblici pugliesi e dell'ex braccio destro dell'allora assessore alla sanità, Mario Malcangi. A Tedesco vengono contestati i reati di associazione per delinquere, illecito finanziamento pubblico ai partiti, concussione, abuso d'ufficio, turbativa d'asta, rivelazione del segreto d'ufficio, corruzione e falso.

Si tratta della prima delle tre inchieste a carico di Tedesco che portò alla richiesta di arresto (respinta dal Senato) per l'ex assessore. A carico del senatore (che era Pd e ora è nel gruppo misto) sono in piedi altre due inchieste a Bari: una sugli accreditamenti delle strutture sanitarie private presso il Servizio sanitario regionale (nell'ambito della quale ieri è stato notificato l'avviso di conclusione delle indagini a 47 persone) e quella, appunto, relativa alla transazione da 45 milioni di euro tra Regione Puglia e ospedale ecclesiastico "Miulli" di Acquaviva delle Fonti (Bari) nella quale è anche indagato il presidente Vendola.

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