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A Parigi firmato anche il futuro di Brindisi: fuori dal carbone entro il 2030

Era ampiamente prevista, e segnalata non solo dai sindacati ma anche dalle parti politiche più attente ed impegnate, anche su questo giornale: è vicina alla fine del suo percorso produttivo la grande centrale a carbone di Cerano

BRINDISI – Era ampiamente prevista, e segnalata non solo dai sindacati ma anche dalle parti politiche più attente ed impegnate, anche su questo giornale: è vicina alla fine del suo percorso produttivo la grande centrale a carbone di Cerano, che raggiungerà l’ammortamento dei costi entro il 2019-2020, e che alla luce dei recenti accordi di Parigi - non sottoscritti dagli Usa – dovrà cessare l’attività entro il periodo 2025-2030, per rispettare il tagli concordato tra tutti i Paesi firmatari del 40 per cento delle emissioni di gas serra, e quindi l’uscita dal carbone e il raggiungimento della copertura del 50 per cento del fabbisogno elettrico con fonti rinnovabili.

Una accelerazione che ha messo in  allarme in Italia e a Brindisi i sindacati del settore elettrico. La centrale di Cerano infatti secondo dati ministeriali occupa 450 unità dirette e 680 negli appalti e servizi, poco meno di 1200 lavoratori. L’impatto sull’economia del territorio, sui livelli occupazionali, sul Pil, sarebbe tale (secondo i sindacati) da indurre subito ad una “gradualità della transizione energetica , nella certezza degli investimenti sulle reti, la trasformazione e riconversione degli impianti esistenti per la garanzia del sistema elettrico italiano, che non può essere sostenuto solo da energia rinnovabile”.

Brindisi - centrale Edipower-2

E’ finito il tempo delle mere previsioni e analisi sul futuro del settore in Italia e a Brindisi, principale polo energetico nazionale con tre grandi termoelettriche: Cerano e A2A-Edipower a carbone, la seconda tuttavia ferma da circa tre anni; Enipower-Eni a ciclo combinato a metano. Ora si deve cominciare a progettare subito un futuro che non è neppure tanto lontano: dal 2025-2030 in fondo ci sono pochi anni in più di quanto ne occorsero per costruire la più grande centrale a carbone d’Italia a sud di Brindisi.

Qui ovviamente è scontato il vantaggio ambientale che Brindisi riuscirà a conquistare: non bisogna dimenticare la grande perdita delle produzioni agricole tra la città e Cerano, dopo l’interdizione per contaminazione dei terreni in quell’area, e l’infinita guerra delle cifre sull’impatto sanitario dell’attività della termoelettrica “Federico II. L’altra faccia della medaglia sarà il crollo (già cominciato) della più importante delle merci del porto di Brindisi, il carbone, e la necessità di riconvertire la maggior parte delle oltre mille unità lavorative a rischio.

La centrale Enipower di Brindisi

Il compito per i futuri amministratori della città di Brindisi, per i sindacati, Confindustria, la politica nelle sue rappresentanze più altre è stato scritto dunque a Parigi, e oltre al taglio delle emissioni bisogna da subito dare un taglio alle chiacchiere e alle incompetenze. Serve una nuova classe politica che guidi la città nella transizione. Primo passo, un confronto serrato e franco con Enel Spa, A2A ed Eni,per conoscere i progetti per Brindisi e iloro tempi, come sarà riconvertita l’area di Cerano, se sarà destinata ad impianti per produzioni energetiche alternative, quali sono i tempi di smantellamento e bonifica della centrale del nastro trasportatore di 13 chilometri, la rimozione degli impianti in banchina a Costa Morena Est.

A meno che Cerano, per scelta del governo, non avrà il ruolo di ultimo impianto a carbone a dover essere spento. Tutte cose che Brindisi ha il diritto di sapere, da Enel e dal governo, con il supporto della Regione Puglia, che dovrà subito essere chiamata ad affrontare questa transizione, sia con la partecipazione ai tavoli tecnici, sia con la preparazione di un piano per Brindisi. Dovrebbe essere questo il principale nodo della prossima campagna elettorale amministrativa, di cui è già cominciata, con segnali tutt’altro che rassicuranti circa l’anagrafe dei possibili protagonisti, la lunga vigilia.

Carboniera Enel-2

Al momento, la parte più consapevole sembra essere il sindacato. Scrivono infatti Filctem Cgil, Flaei Cisl e Uiltec Uil: “Nell’audizione parlamentare del 10 maggio ’17 il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero dell’Ambiente hanno presentato, la Strategia Energetica Nazionale e illustrato gli interventi nei vari settori per concretizzare, in Italia, quanto deciso nella Conferenza sul clima di Parigi”.

“Con questo elaborato del Governo, si stabiliscono i tempi per la riduzione obbligatoria del 40% delle emissioni di gas-serra e nel sistema elettrico, si prevede l’uscita anticipata dal carbone in tre possibili scenari nel periodo 2025-2030 il tutto nell’ipotesi che al 2030 il 50% della domanda elettrica sia coperta dalle fonti rinnovabili”.

“Superare la produzione da carbone costerà oltre tre miliardi di euro, per nuove centrali, infrastrutture energetiche per il rafforzamento della rete elettrica italiana e per il riconoscimento ai produttori dei costi non ancora ammortizzati degli impianti esistenti”. 

Ancora una carboniera Enel, il principale traffico del porto di Brindisi

“Questo scenario davvero inedito, con la previsione nel 2025 di dismissione della Centrale Enel di Brindisi, (450 diretti 680 appalto stime ministero) la cui produzione è importante ed ‘essenziale’ per tutto il Centro-Sud, mette in luce gravi ed insostenibili ripercussioni di carattere socioeconomico e di tenuta occupazionale per l’intero territorio. La de-carbonizzazione non può e non deve essere pagata dai lavoratori e dalle loro famiglie”.

“La dismissione della centrale a carbone di Brindisi Nord e le difficoltà a realizzare gli investimenti presentati da A2A Energiefuture per una riconversione del sito in un ‘Nuovo Polo di energie rinnovabili’, l’avvenuta a perdita di centinaia di posti di lavoro devono rappresentare un monito per l’intera comunità”. Più chiaro di così.

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