Economia

"Centrale Federico II: bene il piano di Enel, ma attenzione ai livelli occupazionali"

Cobas: "I lavoratori addetti sarebbero a regime circa 140 rispetto alla stima di almeno un migliaio attualmente impiegati presso il sito di Cerano"

Riceviamo e pubblichiamo una nota del sindacato Cobas di Brindisi, a firma di Roberto Aprile e Cosimo Quaranta.

Ieri pomeriggio (30 marzo, ndr), presso la sala Mario Marino Guadalupi del Comune di Brindisi si è svolto un incontro convocato dal sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, per un confronto tra i rappresentanti Enel e le organizzazioni sindacali, tra le quali il Cobas, e le associazioni datoriali del territorio. Nell’ambito dell’incontro Enel ha presentato un piano di investimenti in alternativa alla ormai ineluttabile chiusura della centrale Federico II entro il 2025.

Enel ha prospettato il suo piano di investimenti che prevede di puntare energie rinnovabili, in sistemi di accumulo dell’energia e nella logistica accompagnato da un cronoprogramma fino alla phase out del carbone che avverrà, appunto, nel 2025. Fin qui nulla di nuovo per il sindacato Cobas perché il piano dell’Enel su Brindisi e sugli altri siti interessati dallo spegnimento definitivo delle centrali a carbone è perfettamente in linea con le dinamiche planetarie verso l’abbandono progressivo delle fonti fossili in funzione della lotta ai cambiamenti climatici.

Il Cobas non è rimasto sorpreso dalla presentazione di questo piano “rivoluzionario” dell’Enel. Forse il piano dell’Enel può apparire rivoluzionario per quanti oggi, con stupore e meraviglia, stanno riscoprendo che un’altra via è possibile per abbandonare via via le produzioni energetiche da fossile a Brindisi. Anzi, per questo sì che è stato sorprendente perché il piano Enel coincide con quanto il Cobas ha sempre proposto da almeno due anni a questa parte. Sia stata coincidenza o sia stata telepatia poco importa.  

Infatti, nel piano, Enel prevede una serie di passaggi e i più importanti sono gli interventi per la realizzazione di nuovi insediamenti produttivi, sia per quanto riguarda le rinnovabili che per quanto riguarda la logistica, che reimpiegano e riqualificano le maestranze dell’indotto della centrale con una sorta di clausola di salvaguardia per assicurare la continuità occupazionale. Enel prevede pure lo smantellamento (forse parziale) degli impianti della centrale di Cerano e delle aree di sua pertinenza della centrale di Brindisi nord. 

Enel, sempre nel suo piano, prevede la formazione specialistica del personale con corsi per installatori di pannelli fotovoltaici, prevede lo sviluppo delle tecnologie sulle rinnovabili con partenariati con scuole, università, istituti di ricerca e altre aziende specializzate nel settore, prevede lo sviluppo delle comunità energetiche rinnovabili. Né più e né meno di quanto il Cobas ha cominciato a dire dal almeno due anni, a partire da una manifestazione proprio sotto la centrale di Cerano il 24 ottobre del 2020, perché fortemente preoccupato dalla mancanza di una discussione vera sul futuro occupazionale dei lavoratori addetti, diretti e indiretti, subito dopo lo spegnimento della centrale a carbone.

Rispetto al bilancio sostanzialmente positivo dalla proposta avanzata da Enel, che per gli ovvi motivi non poteva andarsene da Brindisi senza colpo ferire, rimane il nodo da sciogliere della stima reale di tutti il lavoratori interessati rispetto alla ricollocazione annunciata dalla stessa Enel per vedere se i numeri coincidono effettivamente tra i lavoratori ad oggi impegnati nelle attività lavorative della centrale Federico II e i lavoratori che saranno ricollocati sui programmi di investimento prospettati da Enel.

Infatti, da quanto Enel ha riferito durante la presentazione del piano, emerge che i lavoratori addetti sarebbero a regime circa 140 rispetto alla stima di almeno un migliaio attualmente impiegati presso la centrale di Cerano. Troppo pochi per il sindacato Cobas per cui il problema rimane, ed è pure grosso. Vista la costante riduzione delle attività lavorative all’interno della centrale per gli ovvi motivi Enel comunque sta procedendo al rinnovo degli appalti per i servizi e manutenzione ma al ribasso occupazionale perché il numero dei lavoratori impiegati andrà sempre a diminuire fino allo spegnimento effettivo della centrale.

Tanti lavoratori delle ditte appaltatrici stanno già uscendo in maniera irreparabile dal ciclo produttivo perché si stanno riducendo le attività e non si vuole che, per effetto di questa dinamica, i lavoratori che oggi escono dal ciclo produttivo siano penalizzati rispetto ai lavoratori che avranno la fortuna di trovarsi ancora impiegati a ridosso del momento della chiusura della centrale. Per questo occorre capire fino in fondo e in tutti i particolari se il piano Enel regge strutturalmente per garantire la continuità di tutti i livelli occupazionali, dei lavoratori diretti ma soprattutto dei lavoratori indiretti che sono quelli che pagherebbero maggiormente questa transizione.

Occorre tuttavia anche l’intervento governativo per trovare i margini di soluzione per accompagnare verso la pensione i lavoratori delle ditte appaltatrici già prossimi e che difficilmente potrebbero avere possibilità di ricollocarsi nei piani futuri di Enel. Anche con l’ipotetica e per fortuna scongiurata riconversione a gas della centrale Federico II il problema occupazionale sarebbe rimasto all’orizzonte se non si fossero messe in campo iniziative alternative: il caso di Civitavecchia lo sta ampiamente a dimostrare che fare diversamente si può.

I primi a prendere coscienza del problema sono stati proprio i lavoratori delle due centrali a carbone di Civitavecchia perché convinti che non avrebbero tratto nessun beneficio occupazionale dalle riconversioni a gas delle due centrali. Resta solo il rammarico di non averlo previsto per tempo, da più di due anni ormai si parla delle chiusure entro il 2025 delle centrali a carbone in Italia e Brindisi non poteva rappresentare una eccezione.

In conclusione, il progetto Enel (per inciso, poteva essere presentato da chiunque altro) non è assolutamente esaustivo rispetto a una serie di altre azioni da fare ancora nella stessa direzione ma rappresenta l’impostazione avanzata di una idea di futuro che va verso il riscatto del territorio che si contrappone alle logiche fossili del passato.

Rappresenta il futuro per una produzione di energia da fonti rinnovabili che si accompagna con lo sviluppo di tecnologie sempre più innovative per spingere sempre più verso l’efficientamento energetico e di conseguenza per abbandonare fin da subito le fonti fossili che, in ogni caso, entro il 2050 dovranno essere bandite dall’Unione Europea. Non si capisce perché a Brindisi si continua con la mania di sponsorizzare gasdotti, rigassificatori, depositi di Gnl ecc.

Soprattutto ora, approfittando furbescamente e strumentalmente della spinta emotiva del conflitto tra Russia e Ucraina che certamente non durerà vita natural durante. Delle due l’una: tra il futuro e il passato è da scegliere il futuro, il futuro senza fossili senza ombra di dubbio. Ma la politica brindisina, da sempre abituata a guardare il dito e mai la luna, fa fatica a realizzare la possibilità di cogliere questa occasione, più unica che rara, e rischia così di rimanere ancora una volta ostaggio della propria miopia.

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