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Grimaldi e la moratoria: perchè non siamo d'accordo con i candidati sindaco

Il caso della concessione Grimaldi diventa sempre più uno snodo importante nel passaggio del porto tra il ventennio di gestioni da molte parti considerate inadeguate e la futura governance affidata alle Autorità di sistema portuale

Il caso della concessione Grimaldi diventa sempre più uno snodo importante nel passaggio del porto tra il ventennio di gestioni da molte parti considerate inadeguate e la futura governance affidata alle Autorità di sistema portuale, nel nostro caso quella che sovrintenderà alla rete di cui faranno parte anche i porti di Bari, Manfredonia, Barletta e Monopoli.

Importante perché da un lato va conservato il traffico delle merci su camion e trailer inaugurato proprio da Grimaldi, mentre dall’altro è necessario attrezzare ed aprire il porto a nuovi armatori e rotte, e riprendere le fila dello storico collegamento turistico con le Isole Ionie e l’Epiro che può consentire la sopravvivenza e i fatturati di agenzie e tour operator, oltre che riaccendere le speranze delle attività commerciali del centro urbano.

Per questo ci si aspetta che l’Autorità portuale, affidata a un commissario straordinario che nelle veste di comandante della Capitaneria di Porto aveva certificato che a Brindisi gli ormeggi per i traghetti considerati attivi erano tre per grandi navi e due per piccole navi (quelli usati per i collegamenti con l’Albania), anche nell’attuale ruolo fiduciario del dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti parta proprio da quel dato per valutare le implicazioni e i problemi posti dalla richiesta di concessione ventennale del grande armatore napoletano, invece che dimenticarlo.

In altre parole, si spera che quanto meno il commissario presenti al Comitato portuale un prospetto dettagliato ed operativo (operativo, va ribadito) di altri accosti, o di sistema di accosti, in grado di garantire da un lato gli interessi del gruppo Grimaldi, e dell’altro quello di armatori terzi, negli interessi delle compagnie ma soprattutto del porto di Brindisi. Un piano non da applicare subito, però, ma su cui verificare i consensi, le opinioni e le proposte di ognuna delle parti, e da affidare poi alla nuova Autorità di sistema portuale.

L’iter della riforma Delrio della portualità italiana è infatti un fase molto prossima alla conclusione, e ci sono anche le questioni sollevate dal Consiglio di Stato in fase consultiva, a proposito del rilascio delle concessioni demaniali, che impongono riflessioni tecniche e strategiche, e rispetto per le finalità della legge di riforma. La corsa a bruciare il ministero prima della riforma, con nomine o con rinnovi di concessioni come è accaduto in alcune importanti porti italiani non è infatti edificante. L’augurio è che ciò non avvenga anche a Brindisi.

Non è solo una questione di forma e di prudenza, ma di interessi del porto: più armatori, più navi e più lavoro sono lo scopo primario che va perseguito in una città che cerca la ripresa dell’economia marittima. Per questo personalmente sono nettamente contrario alla cosiddetta moratoria per l’ingresso nella nuova authority, di cui non vedo l’utilità sia per Brindisi che per il suo territorio. Mi lascia perplesso il fatto che venga sostenuto anche dai candidati sindaco il bisogno di rinviare di 36 mesi l’integrazione nell’Autorità di sistema portuale.

Chi governerebbe in questi 36 mesi? Gli stessi che amministrano oggi l’Autorità portuale brindisina. Chi prenderebbe le decisioni? Loro. A chi andrebbero i finanziamenti destinati alle opere portuali? Solo a Bari e Taranto, che sono porti core e quindi con accesso alla programmazione europea (noi non lo siamo e la nostra salvezza perciò è entrare subito nel network). Qualcuno pensa che nei 36 mesi gli altri porti aspetterebbe Brindisi per decidere la priorità delle opere? E che farebbe Brindisi in questi 36 mesi? Si eserciterebbe nella produzione di progetti irrealizzabili come negli ultimi anni e continuerebbe a lamentarsi del proprio triste destino?

L’indecisione e nuovi errori sono l’ultima cosa di cui ha bisogno il porto e di cui hanno bisogno le imprese portuali e i disoccupati che sperano in occasioni di lavoro su banchine che ritornano alla vita, aperte alla libera concorrenza come stabilisce l’Unione europea, e come – non lo dimentichiamo – ha recentemente ammonito il Consiglio di Stato richiamando il governo ad affidare le concessioni demaniali attraverso bandi di gara in piena regola e non con procedure aperte alla discrezionalità delle authority.

La strada è chiara: Brindisi deve trattare da pari con gli altri porti del Basso Adriatico con cui dovrà operare in sinergia. Se questa città può permettersi il lusso di regalare vantaggi, di aspettare ancora, di farsi ingannare da strumentalizzazioni campanilistiche, faccia pure. Ma nel mercato marittimo delle merci non si vince con i piagnistei di paese, e soprattutto non si vince mostrando le terga.

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