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Domenica, 14 Aprile 2024
Economia

"Brindisi aspetta ancora la nuova Valutazione del danno sanitario"

Il segretario della Cgil, Macchia, punta l'indice contro la giunta Emiliano e il Ministero dell'Ambiente

Riferendosi a dichiarazioni del presidente di Confindustria sulla normativa regionale riguardante la Valutazione del danno sanitario degli insediamenti produttivi, il segretario generale della Cgil brindisina, Antonio Macchia, ha svolto alcune considerazioni, inviate poi alla stampa, che pubblichiamo integralmente.

Il presidente di Confindustria ha dichiarato che la norma sul danno sanitario esiste solo da noi, causando la fuga delle aziende che potrebbero impiantarsi in Puglia ma non lo fanno a causa di tale norma ostativa. In sostanza chi intende venire  a fare industria in Puglia deve produrre una Valutazione Danno Sanitario, che evidentemente spaventa molti industriali.

La Regione Puglia nell’ormai lontano 2012 ha colmato un vuoto normativo nazionale.  Ed infatti, lo stesso  Tar Lazio — nella controversia del 2013 tra Regione e i ministeri dell’Ambiente e della Salute — ha avuto modo di dichiarare appunto che la Regione Puglia con quella norma aveva colmato una lacuna non presente nell’ordinamento statale. In pratica: la Puglia, prima Regione in Italia, approvando  la legge sulla Vds,  disponeva che si applicasse a tutti gli stabilimenti industriali siti nel territorio regionale. Tutti gli impianti devono essere sottoposti a Vds, cioè allo studio preventivo sulla possibile nocività degli impianti medesimi.

Lo Stato ha avocato a sé, con il primo decreto sull’Ilva, poi convertito in legge (la 231 del 2012), il compito di procedere alla VdS ma solo per gli impianti di «interesse strategico nazionale». Per Brindisi, quindi, la «riserva» statale non esiste. Nel 2015, dunque, Arpa e Asl hanno avviato lo studio di Vds: la prima fase (propedeutica) si è conclusa con un risultato controverso, vista la divergenza tra valutazione epidemiologica (malattie diffuse) e stima del rischio sanitario futuro. Sicchè si è ricorsi, come da regolamento regionale, ad uno studio ulteriore. Allo stato tale studio per Brindisi non è mai stato avviato.

Agli inizi del 2017, l’istruttoria del ministero dell’Ambiente per l’aggiornamento dell’Aia di Cerano (sottoposta periodicamente a revisione) arriva ad una fase cruciale. Il ministero della Salute e il Comune di Brindisi, ma non la Regione, chiedono che si proceda con la Vds (marzo 2017): sia sui lavoratori della centrale, sia sulla popolazione. Il ministero della Ambiente si dichiara contrario, considerando la Vds uno strumento non inerente con l’Aia.

La disputa, come previsto dalle norme, viene portata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (maggio 2017) e risolta in quella sede. Si ottengono nuove «prescrizioni» da far eseguire all’Enel. Tuttavia, l’Aia verrà concessa (luglio 2017) senza la Valutazione di danno sanitario. Tutto ciò è avvenuto senza che la Regione abbia obiettato sulla mancanza di Vds e senza che abbia fatto ricorso al Tar contro la concessione dell’Aia, rilasciata priva di un procedimento che è obbligatorio per la legge pugliese del 2012.

Ovviamente, va chiarito che chiedere la Vds non significa attestare che le attività dei gruppi industriali presenti su Brindisi  siano dannose per la salute, ma più semplicemente che se ne debba verificare la eventuale nocività. Chi lavora in trasparenza non dovrebbe avere nulla da temere. Pertanto, non strumentalizzerei una norma, legittima e costituzionale, oltre che pensata per la salvaguardia di tutti gli abitanti della Regione, compresi gli industriali,  per giustificare l’assenza di adeguati investimenti  sul territorio.

Evidentemente tale norma si è resa necessaria a causa di comportamenti,  poco rispettosi  del territorio e della salute dei cittadini,  rilevati negli anni precedenti. E’ noto a tutti il grave problema sanitario che ormai affligge l’intera popolazione, non si può ignorare che nell’ultimo decennio le cause di  mortalità hanno acquisito delle tipologie ben definite facilmente ascrivibili a fattori inquinanti. La Cgil ritiene che si possa conciliare il lavoro con l’ambiente, con l’obiettivo di consentire di lavorare e vivere senza dover rinunciare al diritto alla salute.

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