Brindisi, la gente è stanca: la politica sia capace di indicare un futuro

La decarbonizzazione, il ritorno delle polemiche, la mancanza di notizie sui progetti per garantire lavoro, reddito, sviluppo

Il locdown di Brindisi (Foto di Salvatore Barbarossa)

BRINDISI – Bisogna attenti. Lo scambio tra il deputato Mauro D’Attis e il sindaco Riccardo Rossi, svoltosi tra ieri sera e questa mattina (comunicato del primo, e video - dichiarazioni del secondo), sulle dichiarazioni rilasciate dal ministro per il Sud e la Coesione sociale, Giuseppe Provenzano, siciliano, a proposito di  destinazione dei Transition Funds dell’Unione Europea e decarbonizzazione, non sono roba di secondaria importanza rispetto al futuro della città e vanno al di là della spicciola polemica politica di ritorno, congelata per lunghe settimane dal lockdown e dalla prevalenza dell’emergenza Covid-19.

Riepilogando: Provenzano, in una videoconferenza con i capi delle sardine, ha garantito che i fondi europei destinati a riconversioni green dello sviluppo degli attuali hot spot di crisi, candidati ai processi di decarbonizzazione, sono già garantiti per la ex zona mineraria del Sulcis in Sardegna, e quella dell’acciaieria di Taranto.

Ciò, ha dedotto il deputato Mauro D’Attis, vuol dire che Brindisi è fuori dalla possibilità di utilizzo di tali risorse. Gli ha risposto Rossi questa mattina: non è vero che Brindisi è fuori, ha detto il sindaco, tanto che l’amministrazione civica ha messo insieme un gruppo di esperti di alto livello scientifico per un progetto che utilizzerà le risorse del Green Deal europeo.

Da chi sia o sarà composto questo comitato, quali saranno i tempi per modellare il progetto – Brindisi, quali obiettivi concreti si propone, non è dato saperlo. L’unica cosa al momento nota è che il piano di riconversione della centrale termoelettrica di Cerano da alimentazione a carbone a quella a ciclo combinato a gas metano, presentato da Enel, è attualmente in fase di valutazione di impatto ambientale. Ma non si gioca certo tutta qui la partita del post – carbone a Brindisi, ecco perché bisogna stare attenti.  

Il primo problema è che la fine dell’economia del carbone sta già determinando un forte impatto negativo su due settori – chiave dell’economia della città e del territorio: il porto, l’indotto del trasporto dei minerali e dei prodotti della combustione, il settore delle manutenzioni industriali (metalmeccanica in primis). Sono centinaia di posti di lavoro già in discussione, cui se ne aggiungeranno molti altri con i nuovi assetti energetici. Ma a tali, gravi segnali di pericolo non corrisponde un’idea chiara di nuovi assetti industriali.

Non tocca all’amministrazione comunale determinare il futuro della chimica e dell’energia: sono comparti di interesse nazionale. Ma a Brindisi la politica dovrà avere la capacità di chiedere ed ottenere il massimo sul piano delle nuove tecnologie, del lavoro e dell’ambiente. Ogni idea di abbandono dell’industria da un lato non fermerebbe certo gli assetti di interesse nazionale su cui decide il governo, dall’altro escluderebbe la possibilità per Brindisi di ottenerne vantaggi e di incidere concretamente sui nuovi modelli di sviluppo.

La seconda questione è quella dell’economia portuale. Non si può prevedere l’evoluzione esatta della pandemia, ma restano aperti tutti i problemi: le nuove opere per garantire più ormeggi, più servizi a passeggeri e merci e più capacità intermodali; il famoso e mai realizzato collegamento con l’aeroporto e l’attivazione della bretella porto – rete ferroviaria nazionale; la copertura del vuoto di lavoro e reddito lasciata dalla cessazione del traffico del carbone; la riconversione di parte delle attività commerciali della città attorno al porto.

Allora, qual è il piano Brindisi per il Green Deal europeo? È possibile saperne di più, e sapere anche quale sarà il ruolo di affiancamento della Regione Puglia? Non si può pensare di tenere l’opinione pubblica sotto costante pressing elettorale con valanghe di comunicati in cui oltre i proclami c’è quasi sempre il nulla. Ora anche Confindustria è senza testa. La cosa aumenta l’insicurezza degli operatori, accresce le divisioni, priva il confronto di un interlocutore.

Ripartire sarà molto dura, perché Brindisi non è pronta ed è priva al momento delle infrastrutture strategiche su cui fondare la ripresa. Le prospettive per il Pil locale e l’occupazione sono drammatiche. Si può vivere delle piccole, infinite polemiche, come quella sul presunto piano per fare fuori l’Aeroporto del Salento, la cui chiusura sarebbe finalizzata ad avvantaggiare Bari?

Ma a Bari, chi viaggia lo sa, c’è solo un volo per Roma in queste settimane, e nulla più. Brindisi vivrà né più e né meno gli effetti della crisi del trasporto aereo mondiale messo in ginocchio dalla pandemia, e dovrà essere pronta a misurarsi nelle sedi opportune sulle scelte che le grandi compagnie, soprattutto quelle del low-cost, faranno.

Occorre ricordare che la gente è provata, stanca, molti perderanno reddito e lavoro e l’ultima cosa di cui ha bisogno è una politica chiacchierona, polemica, opaca o priva di idee sui progetti. C’è bisogno di capire se esiste una strada tracciata, se questa corrisponde ai bisogni e a un futuro che tenga la città e il territorio legati al futuro dell’Europa. Bisogna essere chiari sui sacrifici che ci sono dietro l’angolo, ma anche rassicuranti e concreti. E non dimentichiamo che c’è da mettere a posto anche la sanità, non solo da noi ma soprattutto da noi.

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