Economia

Intervista/ Marinò: "Ci attendono grandi sfide ma sono ottimista"

«Finisce un anno caratterizzato dalle solite e annose difficoltà determinate dalla crisi, ma è indubbio che la svolta c’è stata, anche se la recessione ha prodotto effetti di lungo periodo sui mercati e sull’assetto finanziario delle aziende»

Giuseppe Marinò

BRINDISI - «Finisce un anno caratterizzato dalle solite e annose difficoltà determinate dalla crisi, ma è indubbio che la svolta c’è stata, anche se la recessione ha prodotto effetti di lungo periodo sui mercati e sull’assetto finanziario delle aziende». È un Giuseppe Marinò fiducioso quello che intervistiamo per un bilancio di fine anno. Il presidente di Confindustria, il cui mandato scade a febbraio, è ottimista e crede nella svolta, pur essendo cosciente che “l’economia italiana è come il motore di una vecchia auto, è stato rigenerato, ma sempre vecchio rimane”.

Cosa è cambiato in meglio?

Più che un cambiamento di tendenza c’è stata una “nuova comunicazione”: non si parla più di crisi. Dopo 7 anni di recessione durissima, la gente, gli imprenditori e la politica vogliono andare oltre. È una filosofia che sento mia: anche nei momenti più duri bisogna guardare avanti con entusiasmo e ottimismo.

Com’è stato il 2015 per la sua azienda, la Leucci Costruzioni?

Anche per noi è stato l’anno spartiacque. Ora speriamo che il 2016 sia quello della vera ripresa. E credo che le riforme approvate dal governo sul mercato del lavoro consentiranno di stare al passo con i mercati nostri concorrenti. Resta però un problema di fondo...

Quale?

L’Italia ha fatto una scelta di campo: nei settori della chimica, dell’energia e dell’industria pesante la tendenza è quella di consolidare gli impianti presenti, dismettendo quelli più obsoleti. La mia domanda è: quale sarà il futuro delle Pmi legate a questi settori produttivi?

Riconvertirsi o morire.

Certo, ma bisogna essere coscienti del fatto che un’azienda storica non cambia l’indirizzo di mercato in pochi giorni. Non è come cambiarsi la camicia. E non è immaginabile che l’Italia possa vivere solo di “altro”. Non possiamo essere solo un grande villaggio vacanze.

Lei tira in ballo i tre settori che anche a Brindisi offrono criticità a non finire. Per esempio oggi c’è un grande punto interrogativo sulla vendita di Versalis-Eni.

Ma Claudio De Scalzi, l’ad di Eni, ha assicurato che per i prossimi 3-5 anni nulla cambierà. E poi io vedo nella compartecipazione di un fondo estero l’occasione per attrarre risorse finanziarie, più che per alienare impianti. L’alternativa qual è? Apriamo un percorso di crisi e chiudiamo?

Il presidente di Confindustria Giuseppe Marinò-2 Nel settore energetico, invece, mentre gli Stati Uniti chiudono le centrali a carbone, qui nemmeno si discute di cosa accadrà quando inevitabilmente la centrale di Cerano, tra 10, 20 o 30 anni, sarà anch’essa obsoleta.

Premesso che non difendo roccaforti né faccio il tifo per un combustibile piuttosto che per un altro, dovremmo tutti tener presente che l’Italia produce il 10% delle immissioni da combustibile dell’intera Europa, quota che scende all’1% a livello mondiale. Quindi anche se domani spegnessimo tutte le centrali, avremmo fatto un bel gesto, ma non avremmo salvato il pianeta. Aggiungo che in questi giorni senza pioggia e vento, piedi di umidità e nebbia, le centraline Arpa sono completamente bianche, mentre in tutta Italia è allarme smog e inquinamento. Fatte queste premesse dico: iniziamo a pensare quale sarà la Brindisi del 2030 o del 2050, ma senza preconcetti, perché è vero che in 50 anni di fesserie ne sono state fatte tante, ma nessuno può dire che il benessere diffuso non sia aumentato.

Dove vede qualcosa di buono?

È indubbio che nell’aerospazio, nella farmaceutica e nell’agroalimentare siamo cresciuti molto e bene. A Brindisi grazie a Dio non ci sono soltanto chimica ed energia. Anche se, sicuramente, tra 20 anni avremo sempre bisogno di energia per riscaldarci, nutrirci, lavarci. E dunque penso sia meglio non diventare totalmente schiavi degli elettrodotti russi o di altre nazioni. Dobbiamo restare un paese produttore, non subire le quote che l’Unione europea ci impone su tutti i versanti.

Tra i settore importanti per la città non cita il porto, dove continua lo scontro sulla concessione Grimaldi. Qual è la sua posizione?

Io sostengo che il comitato portuale debba decidere senza attendere la riforma dei porti e la nuova Autorità portuale. Personalmente sono favorevole al rilascio della concessione, ma ho il dovere di prendere atto dei suggerimenti degli operatori portuali: non ci sono faraoni che comandano. Ecco perché ho accettato di votare la mozione proposta dal sindaco Consales. Penso che tuteli gli interessi di tutti: della città, dei mercati e della stessa Grimaldi, che ovviamente deve restare a Brindisi.

Chiudiamo con lo sport. Lei da sempre sostiene la New Basket, pur restando nell’ombra. Perché lo fa?

Perché è un dovere delle imprese locali sostenere tutte le cose che in qualche modo promuovono il territorio e rendono i cittadini orgogliosi di appartenere ad esso. A Brindisi abbiamo perso la Banca d’Italia e tante altre cose, ci vogliono togliere l’Autorità portuale e la Camera di Commercio. Teniamoci stretti il basket, che almeno qualche soddisfazione ce la dà e soprattutto ci unifica. Ci pensi bene: il palazzetto è l’unico posto dove i brindisini non litigano tra loro. Al massimo se la prendono con gli arbitri.

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