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Decarbonizzazione, Rossi: "Questo territorio è stato lasciato solo"

Il sindaco: "La trasformazione della centrale a gas non potrà essere risolutiva. Nessun traccia su che cosa si vuole fare e quali nuovi investimenti di realtà produttive fare a Brindisi"

BRINDISI – “La semplice trasformazione a gas della centrale non potrà essere risolutiva. Occorrono nuovi investimenti nei settori anche connessi all’energia, ma per adesso di questo non c’è nessuna traccia”. Riccardo Rossi “striglia” il governo per le incertezze che ancora avvolgono il processo di decarbonizzazione, di cui già si vedono le prime ricadute occupazionali. Il sindaco di Brindisi sta infatti seguendo la vertenza riguardante i 38 dipendenti in esubero della Sir, ditta appaltatrice del servizio di trasporto del carbone e delle attività connesse presso il molo Enel. Ieri mattina i lavoratori hanno protestato davanti al varco di Costa Morena est e all’esterno della centrale Enel “Federico II” di Cerano. Le organizzazioni sindacali esprimono forte preoccupazione per la sorte di tutti i lavoratori dell’indotto, in vista della dismissione dello stabilimento. I prossimi cambi di appalto innescheranno con ogni probabilità ulteriori vertenze, con il rischio di forti tensioni sociali. La transizione energetica, del resto, è già in atto, ma sono ancora tanti i nodi insoluti sul modello di sviluppo della città. 

Sindaco, la preoccupa questa situazione di incertezza legata al processo di decarbonizzazione?

Il tema della riconversione del territorio è sempre stato ritardato. Sostanzialmente si arriva a una fase di transizione nel momento in cui le attività di Enel sono ormai ridotte dell’80 per cento e ovviamente nel futuro ci sarà la completa dismissione. Il governo ha lanciato, figuriamoci se non lo condivido, il phase out dal carbone, ma allo stesso tempo ha lasciato solo questo territorio, senza nessuna prospettiva di crescita e di sostituzione con nuove attività che non necessariamente devono essere in campo energetico. La produzione di energia oggi non avviene più con l’utilizzo intensivo di manodopera. 

Emblematica, a tal proposito, è la vertenza che riguarda i lavoratori della Sir

So che in particolare in questa vicenda ci sono posizioni distanti sul contratto di secondo livello. Nella gara era previsto che la ditta vincente dovesse presentare una proposta di ricollocazione dei lavoratori in esubero rispetto alla movimentazione del carbone. L’azienda che ha vinto ha fatto questa proposta di ricollocazione dei 38 lavoratori ma con decurtazioni sul secondo livello di contrattazione, che ovviamente incide sulla busta paga. Le distanze, da quello che mi hanno rappresentato, non sono eccessive, soprattutto sui valori in gioco delle gare. Mi auguro che ci possa essere il massimo sforzo da parte dell’azienda che ha vinto e di tutti per trovare una corretta situazione. 

E’ concreta la possibilità che a breve possano aprirsi altre vertenze negli appalti della Federico II. Cosa pensa di questo scenario? 

La tenuta del lavoro nel polo energetico ripresenterà molte situazioni di questo tipo. Tutte queste iniziative che oggi vengono dismesse sono iniziative industriali che all’epoca furono prese dai governi. Per questo dovrebbe essere lo stesso governo a sostituirle, orientando investimenti nei nostri territori. Ma quest’azione io al momento non la vedo. Vedo invece una forte concentrazione su Taranto, giusta, legittima, ma su tutti gli altri siti in cu avviene il phase out dal carbone, in particolare a Brindisi, Civitavecchia, Fusina (Venezia), non si percepisce un serio intervento. Né si può pensare che la semplice trasformazione della centrale a gas possa essere risolutiva, perché da un punto di vista prettamente lavorativo, le forze di lavoro in gioco sono nettamente distanti. Quindi occorrono nuovi investimenti nei settori che possono essere anche connessi all’energia: la mobilità elettrica, la componentistica, le batterie, i pannelli. Insomma tutto quello che può far parte di una filiera industriale a sostegno della transizione ecologica. Su questo occorrerebbe un impegno da parte del governo.

Che ne è stato del tavolo di analisi e monitoraggio sull’area portuale di Brindisi e sul suo indotto aperto nel febbraio 2020 presso il ministero dello Sviluppo economico, presieduto dal sottosegretario Alessandra Todde?

Ho partecipato due volte a quegli incontri, in cui sono stati fatti grandi discussioni ma che ripetevano sostanzialmente che occorrono alcuni investimenti nell’area portuale. Ma un tavolo per discutere della cassa di colmata, del pontile a briccole o di un altro investimento già programmato e già in fase avanzata da un punto di vista autorizzativo, sì, lo si può fare e ci parteciperemo, ma non ci vedo nulla di nuovo. Vedo sempre cincischiare intorno alle solite cose. Manca invece un’azione incisiva su che cosa si vuole fare e quali nuovi investimenti di realtà produttive fare qui a Brindisi. Di questo non vi è nessuna traccia e questo è estremamente grave. 

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