«Le centrali paghino più Ici»

BRINDISI - Le grandi aziende proprietarie di centrali elettriche che operano a Brindisi devono pagare una ICI e una IMU più congrua, visto che in altre città le somme versate sono molto più alte rispetto a Brindisi: è questo, in sintesi, il contenuto dell’appello-denuncia inviato al sindaco dall’ex consigliere comunale Enzo Albano, per conto dell’associazione Guido Rossa di Sant’Elia. E i numeri citati da Albano fanno una certa impressione.

La centrale Enipower di Brindisi

BRINDISI - Le grandi aziende proprietarie di centrali elettriche che operano a Brindisi devono pagare una Ici e una Imu più congrua, visto che in altre città le somme versate sono molto più alte rispetto a Brindisi: è questo, in sintesi, il contenuto dell’appello-denuncia inviato al sindaco dall’ex consigliere comunale Enzo Albano, per conto dell’associazione Guido Rossa di Sant’Elia. E i numeri citati da Albano fanno una certa impressione.

«Non sembra evidentemente destare perplessità la rilevante differenza fra i 2,7 milioni di euro versati annualmente per la centrale di La Spezia, i 7 milioni di euro per quella di Porto Tolle, gli  8,3 milioni di euro per quella di Civitavecchia, solo per fare qualche esempio, e quelli molto più  contenuti, quasi  insignificanti, che effettuano la maggior parte delle aziende presenti nel nostro territorio». Le differenze sono abissali: «Si passa infatti dai 164mila euro della Sfir, ai 224miladi Edipower, ai 519mila di Enel produzione per l’impianto fra di Cerano (fra i più grandi d’Europa) e al 1 milione 643mila euro di Enipower».

Secondo Albano è necessario certificare la conformità a quanto prescrive la legge, dei  versamenti ICI ed IMU, effettuati annualmente dalle società proprietarie delle centrali elettriche, anche per rispetto dei tanti cittadini che  stanno sostenendo  il peso economico della crisi e delle tante manovre finanziarie del governo Monti  e di quello precedente.

L’ex consigliere chiede di verificare «che nessun danno erariale si sia nel frattempo verificato per effetto della eventuale prescrizione di consistenti maggiori somme, a causa della mancata attivazione della procedura prevista dal comma 58 dell’art.3 della legge 662/96 o, come si ritiene più congeniale, quella di cui al comma  336 dell’art. 1 della legge 311 del 2004».

Per Albano l’argomento non è nuovo. Già nella passata legislatura, infatti, chiese lumi alla vecchia amministrazione, ma ottenne solo «una generica, reiterata assicurazione verbale di interessamento e verifica».

Il problema in realtà risale addirittura al 1998, anno del passaggio dalla vecchia alla nuova procedura di determinazione della rendita catastale: fu allora infatti che le aziende, per calcolare l’ammontare dell’Ici, considerarono solo l’area occupata ed i fabbricati, escludendo invece le parti mobili, che pure erano essenziali al processo produttivo. L’accertamento provvisorio proposto dalle società è poi diventato definitivo, in quanto non rettificato dall’Ufficio tecnico erariale o contestato dal comune di Brindisi entro l’anno successivo.

Altri comuni, ritenendo  non coerenti con la legge i classamenti catastali effettuati, hanno attivato la procedura speciale di accertamento prevista dalla legge, chiedendo alle società interessate gli atti di aggiornamento previsti dal decreto del ministero delle finanze, oppure hanno accertato di propria iniziativa la reale rendita catastale e la conseguente determinazione dell’esatto importo Ici da versare.

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«In questo momento di difficoltà economiche da parte dei comuni, per effetto della pesante restrizione dei trasferimenti agli enti locali decisi dal governo precedente e da quello attuale, che  ha determinato un taglio di 19,3 miliardi di euro per il 2012 e 2013 - conclude Albano - riveste la massima importanza impegnarsi per il recupero  di ogni forma di elusione ed evasione fiscale, per non minare la possibilità di garantire servizi di qualità ed investimenti per il territorio».

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