La torcia, che si riaccende, e la questione dei controlli a Brindisi

Perché ad ogni "incidente industriale" si arriva allo scontro. Comune senza dati e le denunce sulle reti di monitoraggio dimenticate

BRINDISI – Grande fiammata nella mattinata odierna dalla torcia di emergenza di Versalis situata a Punta di Torre Cavallo. La direzione dello stabilimento ha comunicato agli enti e ai Vigili del Fuoco che il blocco è stata la conseguenza di una interruzione di energia elettrica (l’ennesima) all’impianto di cracking. L’evento ricorda alla città che la questione non è risolta e che l’8 giugno è in calendario un incontro tecnico sul problema della riduzione e del controllo delle emissioni del petrolchimico di Brindisi.

Gli organi di informazione intanto, come diceva Enzo Biagi, che hanno funzione pubblica come gli acquedotti, e che hanno come impegno prioritario quello di non portare acqua inquinata nelle case, devono anche svolgere il proprio ruolo di memoria storica di un territorio per evitare che il confronto parta sempre da zero e possa essere soggetto a manipolazioni.

Un po’ di storia della “questione torce”

E allora la data di partenza non può che essere quella del 26 ottobre del 2010 quando la procura della Repubblica sottopose a sequestro la rete delle torce di emergenza sulla base dell’ipotesi che le stesse venissero utilizzate come termovalorizzatori e delle indagini della Digos e dell'Arpa. Sequestro rimosso mesi dopo (nel 2011) sulla base della presentazione da parte di Polimeri Europa del piano di adeguamento alle prescrizioni stabilite dalla stessa procura, indicate nella relazione del consulente tecnico di ufficio.

Tra le prescrizioni, il potenziamento del termossidatore; l’esecuzione di una linea di convogliamento, per il recupero dei fluidi, dal compressore etilene al termossidatore; l’esecuzione di una linea dal gasometro al termossidatore; l’inserimento di misuratori di portata su ognuna delle torce in questione per consentire ad Arpa di rilevare i dati dei quantitativi e della natura dei gas inseriti nel circuito di combustione. 

Da tener presente anche il fatto che la stessa Arpa aveva stilato relazioni sulle emissioni del petrolchimico relative agli anni 2008 e 2009. Ma indipendentemente dalle prescrizioni della magistratura inquirente che Polimeri Europa e aziende succedenti, esiste anche il problema della capacità delle amministrazioni locali di accesso a dati quotidiani sulla qualità dell’aria.

Il sistema dei controlli

Ieri il sindaco Riccardo Rossi ha parlato della mancanza di dati sull’inquinamento industriale, della necessità di una rete di centraline nella stessa zona industriale della città. Allora, come stanno le cose? Stanno che “ripartiamo sempre da zero”. In effetti, Arpa Puglia schiera in provincia di Brindisi 16 centraline sulle 55 di cui dispone nella regione (non siamo certi se al netto o includendo quelle messe a disposizione, nel caso di Brindisi, da Enel ed Eni).

Sette centraline si trovano nel capoluogo, tre a Torchiarolo per le note vicende dei picchi di polveri sottili e del piano regionale imposto per il controllo delle fonti, poi una per comune a Ceglie Messapica, Cisternino, Mesagne, San Pancrazio salentino, San Pietro Vernotico, Francavilla Fontana. Quelle che misurano il C6H6, il benzene, si trovano a Brindisi terminal passeggeri, Asi, via Taranto e via dei Mille, oltre che a Ceglie Messapica, Francavilla Fontana e Torchiarolo via Don Minzoni.

Ma per le rilevazioni approfondite ed estese ad altri inquinanti (le centraline misurano solo PM10, PM2.5, NOx, O3, Benzene, CO, SO2), Arpa deve ricorrere al suo laboratorio mobile. Per gli Ipa (gli idrocarburi policiclici aromatici) ci sarebbe solo un sensore nella centralina presso l’Asi, ma non sappiamo se sia in funzione visto che questo dato non viene riportato negli aggiornamenti giornalieri sulla qualità dell’aria accessibili dal portale di Arpa Puglia.

fiammata torcia 4 giugno 2020-2

Il Comune è disarmato

Quindi, nei fatti, il Comune, il sindaco di Brindisi non hanno il controllo della situazione. Devono ricorrere costantemente all’Arpa come è già avvenuto negli anni passati e come è avvenuto anche a metà maggio, quando con le ordinanze di sospensione dell’attività dell’impianto di cracking si è aperta la crisi con Eni Versalis. Ma la stessa sarebbe potuta accadere anche a fine maggio e nella prima metà di giugno 2016 quando dopo una serie di sfiammate e ondate di forte odore di plastica bruciata Arpa consegnò una relazione con i dati dei picchi di inquinanti (leggi qui l’articolo su quei fatti, utili anche per risalire a precedenti accadimenti).

Per non ripartire da zero, bisogna ricordare come nel 2017 le associazioni ambientaliste, e soprattutto Legambiente, riguardo al monitoraggio della qualità dell’aria “data la complessità degli scenari emissivi, sarebbe necessario aumentare la distribuzione di sensori di Benzene, Pm2.5 e Ipa in considerazione delle emissioni industriali, ed effettuare campagne di misura di Pm1 e nanoparticelle.”

“Nel settore ambientale e sanitario il Comune dovrebbe farsi carico di politiche di open data, rendendo libero, gratuito ed agevole il riutilizzo dei dati già in suo possesso (quelli provenienti da Arpa) e quelli acquisibili da altre organizzazioni (Asl, osservatorio epidemiologico). Il tutto conformemente alle recenti disposizioni normative del Governo e della Regione Puglia sul tema del libero accesso e del riuso della informazione prodotta dalla pubblica amministrazione”.

Il Petrolchimico e le Isole Pedagne-3

Quella rete di monitoraggio abbandonata

Ma il Comune dove li prende i dati? Anche qui entra in campo l’informazione per ricordare fatti non tanto lontani. Siamo infatti all’8 novembre del 2017, quando Legambiente denuncia “la mancata realizzazione del Piano di Monitoraggio Ambientale, che all’inizio degli anni 2000 fu integrato dai Programmi Operativi Multiregionali 1 e 2 Poma.”  

“Che ne è stato del Poma e del Piano di Monitoraggio Ambientale? Si sono perduti nella notte dei tempi e neppure i cittadini di Brindisi ne sanno nulla. Una rete di controllo della qualità dell’aria lasciata andare in rovina dopo un solo anno dall’installazione, periodo in cui fu gestita dalla ditta che l’aveva realizzata. Ciò non solo costituisce un grave spreco di denaro pubblico”, scriveva Legambiente.

L’abbandono della rete di monitoraggio Poma costituiva inoltre “un ostacolo alla acquisizione di dati sull’inquinamento e quindi sul suo impatto sanitario, e alla qualificazione delle fonti inquinamenti urbane (traffico) rispetto a quelle industriali. Non solo: il Piano di Monitoraggio Ambientale dell’area ad alto rischio di Brindisi prevedeva anche il controllo degli inquinanti in quota, e non solo dopo la ricaduta al suolo degli stessi.”

Insomma, per il solito andazzo già verificato per il progetto dei bus a chiamata e della rete urbana delle videocamere (che non hanno una definizione tale da consentire ingrandimenti di dettagli), un sindaco a Brindisi non ha sulla propria scrivania il controllo costante delle emissioni, si badi bene, distinte tra fonti urbane e fonti industriali.

Come era strutturata la rete Poma? Nel novembre 2017, ai margini di un confronto animato con il commissario prefettizio dell’epoca, Santi Giuffré, Legambiente scriveva: “Infine la già citata rete Poma 1 e 2 mai presa in gestione dal Comune di Brindisi, il quale pertanto non ha in mano alcuna leva di controllo. Vale la pena elencare la struttura di questo sistema abbandonato un anno dopo la sua installazione, che prevedeva 14 nuove centraline su tutto il territorio e sei totem elettronici collocati in punti strategici per la visualizzazione pubblica e in tempo reale dei dati rilevati (stazione ferroviaria, aeroporto, piazza Vittoria, lungomare Regina Margherita, piazza Di Summa e stazione marittima).”

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Conclusioni

Tutto ciò per dire: una città industriale, con le fabbriche fuori dalla porta di casa, qualificata come Sin, oberata da obblighi costanti di caratterizzazioni e bonifiche, può non avere un controllo costante della qualità dell’aria con riferimento alla vasta gamma di inquinanti industrialioltre che urbani? Si parta anche da qui, l’8 giugno. La Regione Puglia deve porre riparo a questa situazione. Non sappiamo se fu mai chiesto conto al Comune di Brindisi del mancato utilizzo della rete Poma, non sappiamo se esiste un’altra versione dei fatti oltre quella di Legambiente. Ma non si riparta sempre da zero.

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