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Indovina chi viene a cena? Suppershare, startup che parla brindisino

Parla brindisino una delle start-up più attese sul panorama internazionale del web. Si chiama Suppershare, è nato nella Silicon Valley ed uno dei tre soci è Valerio Leo, 25 enne, laureando in Scienze Gastronomiche all'Università di Pollenzo, fondata 10 anni fa da Slow Food

BRINDISI - Parla brindisino una delle start-up più attese sul panorama internazionale del web. Si chiama Suppershare, è nato nella Silicon Valley ed uno dei tre soci è Valerio Leo, 25 enne, laureando in Scienze Gastronomiche all’Università di Pollenzo, fondata 10 anni fa da Slow Food. È stato lui, insieme al milanese Alessandro Grampa e al sardo Maurizio Chisu, a lanciare quella che potrebbe diventare l’Airbnb delle cene casalinghe a casa di sconosciuti.

L’idea è semplice e fa leva sullo sharing, la “condivisione delle cose e dei servizi” così tanto in voga sia per necessità di risparmio che per la voglia di conoscere nuove persone: ci si collega al sito Suppershare.com e si sceglie a quale cena essere ospite. La homepage, semplice ed intuitiva, propone gli eventi in programma nelle varie città d’Italia (e prossimamente del mondo…). Per ogni pranzo o cena organizzata dai tanti host, le persone che aprono le porte di casa ad ospiti sconosciuti, c’è la descrizione del menù, il dressing-code (come vestirsi), il tema del pasto ed ovviamente il prezzo, che solitamente va dai 20 ai 35 euro.

homepage suppershare-2Si prenota, si va all’appuntamento, si socializza e si conoscono nuovi volti e nuove storie. Se il servizio e i piatti si rivelano al di sopra delle aspettative si può lasciare una gradita “mancia”. Poi, una volta tornati a casa, si può recensire l’host pubblicando su Suppershare il proprio giudizio. «L’idea sta piacendo tanto e stiamo per implementare le funzioni del sito», racconta Valerio, che in questi giorni insieme ai due soci ha iniziato un importantissimo round-up che li porterà nelle piazze finanziarie più importanti per una serie di incontri con venture-capital disposti ad investire denaro sull’azienda. (Nella foto, la homepage di Suppershare)

«La cosa bella è che tutti possono partecipare alle cene e tutti possono diventare degli host, decidendo di cucinare per gli altri». È insomma la fase 2.0 dell’ondata enogastronomica esplosa con lo strapotere dei grandi chef in tv. Dopo l’orgia di programmi di cucina, scatta ora la fase dell’emulazione, in cui tutti possiamo diventare masterchef per amici, parenti e ospiti sconosciuti. Non a caso Valerio, Alessandro e Maurizio sono stati ospiti anche del Salone europeo della Cultura di Venezia, dove erano stati chiamati proprio per illustrare il loro progetto. 

Valerio Leo con i genitori-2«Il bello di Suppershare è proprio quello di voler essere, o diventare, il social network degli appassionati di buona cucina e buoni vini. Non va visto come l’opportunità di fare soldi svolgendo l’attività di ristoratore fra le mura di casa, ma piuttosto come la voglia di condividere le proprie passioni e fare nuove amicizie». A migliaia ormai in giro per il mondo hanno abbandonato gli hotel, preferendo prenotare attraverso Airbnb e altri siti simili, una stanza a casa di persone che arrotondano lo stipendio ospitando turisti a casa propria. Chissà che non accada lo stesso anche per pranzi e cene. (Nella foto, Valerio Leo con i genitori).

Suppershare l’abbiamo messo alla prova, ovviamente a casa Leo: ospiti di mamma Antonella e papà Massimo (componente di una nota famiglia di macellai e ristoratori del capoluogo), abbiamo cenato accanto ad un paio di brindisini e sei leccesi. Ospitalità a cinque stelle e amicizie variegate: intorno al tavolo c’erano un paio di organizzatori di corsi di cucina provenienti dal Basso Salento, un pasticcere hawaiano trapiantato a Lecce, uno psicologo con moglie e figlioletto. Tre belle ore in compagnia, un antipasto di salumi e formaggi di gran qualità, un buon piatto di fave con le cozze, un sorprendente risotto con cavolfiore e una spruzzata di cacao, dei finocchi gratinati al forno e infine il dolce dell’ospite pasticciere.

Nessun telefono cellulare a tavola, pietanze buonissime, ma per quanto buoni la cosa migliore della serata non erano i piatti, bensì la gente intorno al tavolo. «Ecco», conclude Valerio, «quello che vogliamo creare con Suppershare è proprio questo. La condivisione di esperienze e passioni».

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