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Calcio e prigionieri di guerra, così li racconta Carlo Annese

Calcio e prigionieri di guerra, così li racconta Carlo Annese

La copertina del Libro di Carlo Annese

BRINDISI -Sta riscuotendo un grande successo Il libro del collega Carlo Annese "I diavoli di Zonderwater" (Sperling & Kupfler, ? 18,50) con prefazione di Gian Antonio Stella da alcuni giorni nelle librerie italiane.Nel pregarvi di darne notizia nei vostri giornali, vi allego un po' di materiale che può aiutarvi nel vostro lavoro. Carlo Annese presenterà il suo lavoro in provincia di Brindisi nel prossimo mese di agosto. Per ora appuntamenti sono già fissatia Mesagne, Ostuni e Ceglie Messapica. Carlo Annese, giornalista professionista, è nato a Brindisi nel 1964. Ha iniziato la sua carriera come redattore nella redazione di Brindisi di "Quotidiano". E' capo servizio de "La Gazzetta dello Sport" a Milano, responsabile delle pagine "Altri Mondi", e del blog di scrittura collettiva "quasirete.gazzetta.it" realizzato con em bycicleta. Inviato di basket e ginnastica artistica per oltre 15 anni, ha seguito quattro edizioni dei Giochi olimpici e innumerevoli campionati mondiali ed europei. Ha collaborato alla stesura dell'autobiografia di Jury Chechi "Semplicemente Jury" (Sperling & Kupfer, 2005).

Sintesi del libro

Settembre 1942. A Durban, in Sudafrica, attracca il transatlantico francese Ile de France: a bordo, 4000 soldati italiani catturati in Africa Orientale e destinati ai campi di prigionia sudafricani, dove oltre 108 mila nostri militari sono stati detenuti durante la guerra. Ben 94 mila di loro, dal 1941 fino al 1947, rinchiusi in un luogo a 43 km da Pretoria dal nome poco invitante, Zonderwater, ovvero "senz'acqua" in lingua afrikaans. Eppure, proprio Zonderwater divenne una città-prigione tanto dimenticata dai libri di storia quanto esemplare: grazie all'intelligenza di alcuni ufficiali sudafricani e all'impegno di tanti italiani lì detenuti, arrivò a offrire monumenti, chiese, biblioteche con migliaia di volumi; due ospedali con 3000 posti letto e alcuni dei migliori medici presenti all'epoca nel Paese (tutti ufficiali italiani); 15 scuole dove 9000 soldati analfabeti hanno imparato a leggere e scrivere e in 2500 sono arrivati alla licenza elementare; un giornale (Tra i reticolati); laboratori artistici e artigianali; campi sportivi (da basket, tennis, scherma?); teatri che hanno ospitato un ricchissimo programma di rappresentazioni e concerti, autori/interpreti gli stessi prigionieri. Una sfilata del genio, della creatività, del "rimboccarsi le maniche" italiani e pure della cialtroneria (l'orologio vuoto con dentro una mosca che ronza, per gabbare gli zulù) e delle peggiori tradizioni (persino una "mafia" interna, debellata dai Reali Carabinieri, a loro volta prigionieri). E un microcosmo che rifletteva tutte le contraddizioni di quei tragici anni: come, dopo l'8 settembre, la spaccatura tra chi restava fedele a Mussolini e chi no, ma si ritrovava prigioniero di alleati, non più di nemici.

Ma proprio perché Zonderwater era un microcosmo italiano, la sua storia si racconta ricostruendone l'anima sportiva, legata a due religioni laiche d'Italia, il calcio e la boxe. Da quel transatlantico che attracca a Durban scende Giovanni Vaglietti, una promettente carriera nel Torino stroncata dalla guerra: Vaglietti sarà uno dei beniamini dell'articolato campionato di calcio di Zonderwater con la maglia dei Diavoli Neri (in un torneo - con tanto di calcio mercato! - in cui le rivali si chiamavano Diavoli Rossi, Tevere, Savoia, Duca d'Aosta?); ma calciatori erano anche Rosito Zeni, che era riuscito a procurarsi un pallone persino nei campi di prigionia in Egitto o Araldo Caprili, che giocherà pure nella Juventus. E tra gli eroi sportivi di Zonderwater ci sarà anche Giovanni Manca, pugile (monarchico) che batterà il connazionale (e fascista) Gino Verdinelli proprio l'8 settembre 1943. Nel romanzo di Zonderwater, lo sport si intreccia alla vita e alla storia.

Dopo la guerra il campo è stato smantellato (oggi in quella stessa area ci sono un carcere di massima sicurezza e una casa circondariale), ma in Sudafrica restano gli eredi degli italiani che, finita la prigionia, non sono tornati in Italia (come Vaglietti, divenuto radiologo, o Gregorio Fiasconaro, celebrato cantante e produttore di lirica e papà di Marcello, recordman azzurro degli 800 metri). O i figli di italiani che, prima di rientrare, hanno conquistato i cuori di ragazze del posto. Seminando un legame che ancora corre tra i due emisferi.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, decine di migliaia di soldati italiani, catturati in Africa Orientale e Settentrionale dagli inglesi, furono rinchiusi nel campo di prigionia di Zonderwater, in Sudafrica. Distante una cinquantina di chilometri da Pretoria e circa 120 da Johannesburg, Zonderwater (che in olandese significa "Senz'Acqua") si trovava in mezzo a un altopiano con scarsissima vegetazione, a 1700 metri sul livello del mare, battuto dal vento e dai fulmini. Dal 1941 al 1947, fu il concentramento con il maggior numero di prigionieri italiani, i cosiddetti POW (prisoner of war), gestito dagli alleati durante la Seconda Guerra Mondiale: circa 94 mila. Quasi tutti soldati semplici e graduati, con qualche centinaio di ufficiali medici e cappellani.

Il campo ospitò i primi prigionieri nell'aprile del '41, dopo le disfatte italiane a Sidi el Barrani, Bardia e Beda Fomm. Dai campi di battaglia, i soldati catturati venivano trasportati via mare fino al porto di Durban. Da qui, in treno, prima verso Pietermaritzburg, campo di transito e disinfestazione, e poi a Zonderwater, al termine di un viaggio di 600 km attraverso il Centro-Nord del Sudafrica. Gli arrivi si susseguirono per tutta la durata della guerra ed ebbero un incremento massiccio dopo la sconfitta italo-tedesca a El Alamein.

Il Sudafrica, membro del Commonwealth, era entrato in guerra in quanto alleato della Gran Bretagna. Alcuni suoi battaglioni ottennero importanti vittorie in Africa, altri arrivarono anche in Italia nella seconda parte del conflitto. Da un punto di vista logistico, quel Paese si rilevò un prezioso contenitore nel quale ammassare i prigionieri di guerra. Zonderwater, in particolare, era lontano dai "teatri bellici" e isolato dal resto del Paese.

Inizialmente, il campo era costituito da un unico vasto recinto delimitato da alti reticolati, controllato da sentinelle armate quasi tutte di colore. I prigionieri furono alloggiati in tende, in condizioni igieniche precarie e ridotti quasi alla fame. Nell'ottobre del 1942, però, i POW italiani diventarono 52 mila: si rese perciò necessario adeguare le strutture per accoglierne quantità sempre maggiori. Dal 5 gennaio 1943, con l'avvicendamento del comandante generale e l'insediamento del colonnello H.F. Prinsloo, un ufficiale della borghesia boera illuminata, fu avviata la costruzione di baracche in muratura, da parte degli stessi prigionieri.

In poco più di un anno, Zonderwater diventò una città ordinata, suddivisa in 14 Blocchi, ognuno dei quali composto da 4 Campi, ciascuno dei quali capace di ospitare fino a 2000 uomini. Fu dotato di 30 chilometri di strade; piazze; cappelle; monumenti; 15 scuole; un ospedale con 3000 posti letto, che trattò in media 11 mila casi all'anno; laboratori artigiani; spacci; refettori, all'interno dei quali furono ricavati 22 teatri; e altri spazi per attività sociali. E soprattutto 16 campi di calcio, con piste di atletica leggera e tribune; palestre; sale per la scherma; ring per la boxe; campi di tennis e di bocce. Tutto ciò serviva a rendere meno noiosa e angosciosa l'esistenza dei prigionieri, che a metà del 1943 aumentarono fino a 63 mila unità.

Applicando la Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra, il colonnello Prinsloo (uno dei personaggi-chiave del libro, per la sua umanità e la sua saggezza), trasformò Zonderwater in un campo di concentramento-modello, nel quale novemila soldati analfabeti impararono a leggere e scrivere, 2500 conseguirono la licenza elementare, studiando con insegnanti commilitoni e su libri pubblicati al ciclostile sul posto. Nel campo veniva stampato un settimanale d'informazione ("Tra i reticolati") con un supplemento sportivo. Nei teatri, creati a fianco dei refettori in quasi tutti i blocchi, si tenevano memorabili recite teatrali di soli attori maschi travestiti da dame di operetta o da celebri eroine drammatiche, a cui poterono assistere anche i civili sudafricani e gli immigrati italiani che abitavano nei paesi e nelle città vicine.

Da Zonderwater, peraltro, molti poterono anche uscire per lavorare. Venivano trasferiti presso campi di prigionia esterni o affidati al controllo dei proprietari delle aziende. Lavoravano nelle miniere del circondario (dove all'inizio del Novecento era stato trovato il diamante più grande del mondo) e, soprattutto, nelle fattorie, dimostrando abilità, genialità e spirito produttivo. L'87% degli internati, del resto, era composto da soldati, marinai e avieri, che una volta finita la prigionia sarebbero tornati alle precedenti occupazioni civili. Di questi, oltre il 50% era costituito da braccianti e agricoltori, alcuni dei quali ebbero anche la possibilità di coltivare degli orti, in proprio o nell'ambito di forme di mutuo soccorso sorte nei Blocchi, dentro il campo di concentramento.

Dopo l'8 settembre del 1943, la possibilità di uscire per lavorare fu concessa ai POW che accettarono di riconoscere, a seguito di un referendum, l'alleanza con gli anglo-americani, e di conseguenza i carcerieri sudafricani loro alleati, come co-belligeranti. Con l'armistizio, come accadeva in Italia, anche Zonderwater si divise tra chi restava fedele a Mussolini e chi no, ma si ritrovava prigioniero di alleati, non più di nemici.

Da un lato, gli irriducibili, circa 2-3000 Camicie Nere, che rimasero fedeli a Mussolini e vennero isolati in un blocco "dedicato", escluso dalle attività collettive (sport, teatro, mostre) con la sola eccezione delle scuole, nel quale ripresero a fare vita militare. Dall'altro, i "cooperanti", cioè i co-belligeranti che avevano firmato una dichiarazione per rendersi disponibili a lavorare: alla fine furono oltre 20 mila. In mezzo, i "non cooperanti", che non erano fascisti né intendevano lavorare per l'ex nemico e per questo rimasero dentro il campo fino a quando non furono rimpatriati.

Di fatto, per quanti potevano uscire, i reticolati non furono mai abbattuti: rimasero prigionieri esattamente come prima. Ma diverse migliaia di POW firmarono ugualmente, attirati dall'eventualità di recuperare una parvenza di libertà. Tanti, in effetti, oltre a un lavoro e a discreti guadagni, ebbero l'opportunità di incontrare donne con le quali cominciarono a immaginare anche un futuro, in Italia o più spesso nello stesso Sudafrica. Dopo la fine della guerra, a ottocento italiani fu concesso di rimanere. Ma altre migliaia ritornarono qualche anno più tardi, per stabilirsi definitivamente con le proprie attività e le proprie famiglie.

Dopo l'8 settembre, la popolazione di Zonderwater cominciò a ridursi. Molti detenuti furono trasferiti in Gran Bretagna, dove lavorarono nei campi per la raccolta di patate e ortaggi. Dall'inizio del '44 si verificarono anche i primi rimpatri di prigionieri ammalati. Ma oltre 30 mila dovettero aspettare fino al marzo del 1947, dunque quasi due anni dopo la Liberazione e dopo cinque o sei anni dalla propria cattura, per poter rimettere piede in patria. In tutto questo periodo, continuarono a essere considerati prigionieri di guerra, pur godendo di alcuni privilegi, che contribuirono ulteriormente alla fama del colonnello Prinsloo: furono organizzate, per esempio, gite a Pretoria e Johannesburg presso famiglie di italiani che già negli anni precedenti avevano manifestato solidarietà ai connazionali prigionieri. Erano stati, intatti, costituiti dei Comitati di assistenza che si occupavano della vendita delle opere d'arte e di artigianato prodotte dentro il Campo e investivano il denaro ricavato nell'acquisto di cibo, vestiti e altri beni utili: da un proiettore cinematografico a occhiali per miopi, da camere d'aria per i palloni di calcio a libri di lettura.

Il giornale Tra i reticolati pubblicò i bollettini di guerra diffusi dai Paesi dell'Asse e da Radio Algeri. Nei blocchi, il colonnello Prinsloo, molto attento alla propaganda, fece installare degli altoparlanti, attraverso i quali far conoscere ai prigionieri le notizie riguardanti l'Italia, che altrimenti avrebbero continuato a ricevere da apparecchi radio clandestini, costruiti in maniera ingegnosa da qualche POW.

Anche a Zonderwater la divisione ideologica fu profonda ed ebbe conseguente traumatiche. Furono frequenti gli scontri fisici tra fascisti e cooperatori, ai quali Prinsloo pose rimedio isolando i fascisti e insistendo sulla necessità che i POW fossero sempre attivi, nella cultura, nella scuola e, principalmente, nello sport.

Oggi nel cimitero di Zonderwater sono sepolti 231 soldati italiani ed è stato istituito un museo con documenti e oggetti di assoluto interesse.

Pochi sanno dell'esistenza del campo di Zonderwater, pur avendo ospitato circa 100 mila internati, e aver dunque toccato direttamente o indirettamente centinaia di migliaia di famiglie italiane che lì hanno avuto padri, fratelli, zii rinchiusi per anni. Pochi, dunque, sanno del trattamento umano che è stato riservato a quei nostri prigionieri di guerra e delle opportunità di cui comunque hanno potuto godere, per quanto siano stati costretti a rimanere lontano dall'Italia anche sei o sette anni, per una guerra durata molto meno.

Perché questo oblìo? Alcuni studi storici hanno cercato di dare una risposta a questa domanda, ma erano forse condizionati dalla distanza ancora troppo ravvicinata dagli avvenimenti bellici e da letture forse ancora di parte di ciò che era accaduto durante la Guerra e subito dopo. Oggi si assiste a una nuova stagione di studi e di rievocazioni su quel periodo. Ma il libro non si propone di riscrivere la grande storia della Seconda Guerra Mondiale. Intende, piuttosto, raccontare le tante piccole storie di una generazione di giovani che hanno trascorso in quell'estremo lembo dell'Africa i migliori anni della loro vita. E forse per la prima volta fa luce sull'esistenza, sui pensieri e sulle abitudini dei prigionieri irriducibili dei blocchi fascisti, sulla base di alcuni documenti finora inediti.

Il materiale su cui si fonda il libro è costituito dai pochissimi libri pubblicati su Zonderwater, da tre diari inediti, da documenti raccolti sul posto e dal racconto dei reduci: i pochi ancora vivi e i loro familiari, che ne conservano gelosamente il ricordo. Tra questi, anche alcuni nomi celebri, dello sport e non solo: Marcello Fiasconaro, per esempio, l'italo-sudafricano primatista mondiale degli 800 piani nel 1971 a Milano, è il figlio di un prigioniero del campo di Pietermarizburg che cantava come baritono e dopo la guerra si fermò in Sudafrica dove fu uno dei più affermati produttori di opere liriche.

Assieme al ricordo di Zonderwater, della sua funzione logistica e strategica nella storia della Seconda Guerra Mondiale, dunque la storia con la "esse" maiuscola", è stato rimosso anche il ricordo delle innumerevoli vicende personali, le migliaia di storie con la "esse" minuscola, che in quel campo di prigionia si sono svolte e da quella esperienza hanno preso poi le più varie direzioni. Migliaia di prigionieri hanno imparato un mestiere frequentando le scuole d'avviamento aperte nel campo, i laboratori artigiani nei quali sono state prodotte opere straordinarie ricavate da qualsiasi materiale di risulta. Altri hanno studiato, tornando a casa non più analfabeti ma con prospettive nuove e poi, a distanza di anni, sono stati protagonisti di altri grandi avvenimenti della storia più recente. Altri ancora si sono ingegnati per dare un senso al tempo trascorso nelle baracche, recitando nei teatri, suonando in orchestre e bande musicali, lavorando come infermieri nell'ospedale e, soprattutto, essendo impiegati nelle fattorie e nei cantieri pubblici. Storie individuali che a Zonderwater si sono fatte collettive, pezzi d'Italia che all'Italia guardavano con nostalgia e con un'apprensione inevitabile, dovendo giudicare gli stravolgimenti politici che si stavano verificando in patria soltanto per sentito dire, nel vero senso della parola, attraverso le trasmissioni radio ufficiali degli inglesi (che avevano installato amplificatori nelle piazze del campo) oppure quelle clandestine che si ascoltavano nel buio delle baracche.

Lo sport, rispondendo anche a una esigenza di equilibrio psico-fisico dei prigionieri di guerra, fu la prima attività a svilupparsi a Zonderwater e a concentrare nel tempo gli interessi più diffusi e costanti da parte dei militari italiani reclusi nel campo. Dal calcio all'atletica leggera, dal tennis alla pallacanestro, dalla scherma al ciclismo, circa 20.000 prigionieri parteciparono all'attività agonistica.

Tutti gli altri furono coinvolti, inevitabilmente, nel calcio. Istituzionalizzato da Mussolini come "gioco fascista", il calcio venne usato dal regime quale strumento per la costruzione di un'identità nazionale e come arma diplomatica per imporre l'Italia sulla scena internazionale.

I prigionieri dei primi scaglioni giunti a Zonderwater nel '41 giocavano con palle di stracci negli spiazzi dell'unico grande recinto in cui allora consisteva il campo. Poi, con il cuoio di qualche scarpa vecchia realizzarono il primo pallone degno di questo nome, finché un maresciallo inglese non ne regalò uno per l'inaugurazione del campo sportivo del 3° Blocco. Con la costruzione delle baracche e della Città del Prigioniero, ogni Blocco ebbe il suo campo di gioco ufficiale, con una baracca adibita a spogliatoio, il materiale (scarpe, divise e anche il tempo per gli allenamenti) messo a disposizione dalle autorità militari sudafricane e dai Comitati di assistenza degli immigrati italiani. Gli internati ebbero il permesso di assistere alle partite delle squadre del proprio Blocco.

Ogni quartiere ebbe una sua squadra di calcio "ufficiale" e numerose altre formazioni che si affrontarono in tornei interni. Ogni anno, da marzo a luglio, fu disputato un campionato interblocchi. Nel '43 si raggiunge il maggior numero di squadre: undici. La più forte fu la squadra dei Diavoli Neri, del Blocco 3: vinse tre edizioni consecutive del campionato.

Dopo l'8 settembre, l'isolamento delle Camicie Nere e i primi rimpatri ridussero il numero delle squadre e cambiarono anche i nome delle squadre: non più Impero e Olubra, ma Roma e Juventus. I Davoli Rossi e poi la Roma, appunto, vinsero i campionati successivi.

Le squadre erano allenate da ufficiali e sottufficiali che diedero vita a un vero e proprio mercato dei calciatori: attendevano l'arrivo dei nuovi scaglioni di prigionieri, per selezionare i più dotati nello sport e poi arrivavano a scambiarseli. Chi giocava a calcio godeva di alcuni privilegi, pochi ma significativi nel campo: una scodella di granone in più, la possibilità di non lavorare e anche di guadagnare qualche scellino dai premi messi in palio per i tornei.

Il libro descrive la storia di Zonderwater attraverso le vicende, lievemente romanzate, di Giovanni Vaglietti, classe 1919, di Settimo Torinese, che aveva giocato come centrocampista nelle giovanili del Torino. Vaglietti fu il miglior giocatore del campo: nei ricordi di tutti i reduci, il suo nome ricorre sempre, come capitano dei Diavoli Neri. Per continuare a giocare al calcio, andò a lavorare nell'ospedale gestito dagli ufficiali medici italiani, dove imparò a fare il tecnico di radiologia: finita la guerra rimase in Sudafrica, tra gli 828 ex prigionieri di guerra che, avendo un mestiere, il governo locale accettò di non far rimpatriare.

Nel libro Si narrano anche i percorsi di un altro paio di calciatori: Araldo Caprili, classe 1920, di Livorno, un terzino "alla Cabrini" che dopo la conclusione della guerra avrebbe giocato per due stagioni nella Juventus allenata da Cesarini (dal '47 al '49) accanto a Boniperti e Parola, prima di passare nella Lucchese, sempre in serie A, per altre tre stagioni; e Rosito Zeni, un centravanti di Sesto Calende con un discreto passato nelle serie minori, che sarebbe poi stato sindaco socialista della sua città tra il 1969 e il 1976. Le memorie che Zeni ha scritto negli Anni 70 sui suoi anni di prigionia costituiscono una parte importante della documentazione sulla quale il libro si basa.

A Zonderwater vi erano inoltre diversi sportivi professionisti di altre discipline, a loro volta catturati in Africa Orientale. Nella boxe, soprattutto: Edelweiss Rodriguez, che aveva partecipato all'Olimpiade del 1932; Gino Verdinelli, campione italiano dei pesi leggeri III serie nel 1940; Giovanni Ceccarelli, campione d'Etiopia nel 1940; e Giovanni Manca, la stella assoluta del campo, che creò anche un rapporto di amicizia con il colonnello Prinsloo, descritto in alcune scene particolari del libro. Manca, che nel '48 avrebbe vanamente cercato di contendere il titolo europeo al leggendario Marcel Cerdan sul ring del Vel d'Hiv di Parigi (k.o. alla seconda ripresa), dominò per due anni gli incontri di pugilato, alcuni dei quali disputati di fronte a migliaia di spettatori, compresi alcuni rappresentanti del mondo pugilistico e sportivo sudafricano.

Manca e Verdinelli furono i protagonisti del momento-chiave del libro. Per una coincidenza del destino, la loro sfida, che rappresentò le divisioni ideologiche del campo (Manca monarchico e Verdinelli "gladiatore" dei fascisti, secondo una definizione data dal New York Times, che all'epoca si occupò della cosa con un paio di trafiletti), si disputò l'8 settembre del 1943, davanti a 25 mila spettatori, molti dei quali civili giunti da fuori che pagarono un biglietto simbolico per entrare nel recinto di reticolati. Manca, che aveva già vinto una prima sfida il 12 aprile 1943 ai punti con un verdetto contestato, più per motivi politici che per effettiva incongruenza, vinse di nuovo e ancora più nettamente.

Tra le altre storie sportive interessanti, vi è quella di Ezio Triccoli, un ex amanuense del Comune di Jesi che proprio a Zonderwater, grazie ai suggerimenti di un sottufficiale sudafricano che gli faceva da guardia e poi di un ufficiale medico italiano, si appassionò alla scherma, uno sport mai conosciuto prima. Per vincere la noia, Triccoli lavorava il legno. Poi costruì la prima spada, a cui qualche mese più tardi aggiunse un'impugnatura anatomica ante litteram (che sarebbe poi stata adottata a livello internazionale negli Anni 60) che modellò nel laboratorio artigiano del proprio Blocco. Infine ricavò il paracolpi per la mano adattando alcuni contenitori di metallo nei quali si usava mangiare. Essendo un autodidatta, inventò lì una serie di colpi (perfettamente regolari) che si sarebbero rivelati determinanti per alcuni successi futuri. Tornato a Jesi, infatti, Triccoli creò una celebre società schermistica nella quale ha formato campioni olimpici e mondiali, come Stefano Cerioni, Giovanna Trillini e Margherita Vezzali.

Il calcio e lo sport sono il filo conduttore lungo il quale si sviluppa il racconto del campo di concentramento di Zonderwater, a metà tra ricerca storica e ricostruzione orale. L'interesse è legato anche alla prossimità dei campionati mondiali di calcio che si disputeranno tra pochi mesi in Sudafrica. Nel calcio sudafricano, peraltro, vi furono un paio di italiani di successo: Nando Bozzone, che negli Anni 30 fu anche capitano della Nazionale locale, e Eddie Firmani, che alla fine degli Anni 50 fu anche uno dei più celebri cannonieri della serie A e negli Anni 80 avrebbe allenato i Cosmos di New York, nella stagione che segnò l'addio al calcio di Pelè.

E alla luce di un ricorso storico particolarmente interessante: a Robben Island, l'isola-prigione nella quale Nelson Mandela fu rinchiuso per 14 anni dal governo dell'apartheid, una grossa occasione di riscatto e di riunione dei detenuti fu rappresentata dall'organizzazione di campionati interni di calcio. Esattamente com'era accaduto a Zonderwater, trent'anni prima, con i pow italiani.

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