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Domenica, 23 Gennaio 2022
Cultura

"La sapienza della lebbra", racconto di un'atavica esclusione

Logora, mutila, sfigura. Anestetizza, rende insensibili al dolore. Ma anche: infetta, emargina, esclude. Disgusta. La forza della lebbra si misura dall’infinita teoria di predicati che corredano e spiegano la malattia. Verbi che dicono tanto la concretezza clinica di quel morbo di Hansen che in certe parti del mondo conserva intatto il potere di uccidere, quanto la concretezza esistenziale della esclusione, di quella parte del mondo. La mescita delle due dimensioni, quella medica e quella intima, è lezione antica, da Vecchio testamento.

Logora, mutila, sfigura. Anestetizza, rende insensibili al dolore. Ma anche: infetta, emargina, esclude. Disgusta. La forza della lebbra si misura dall'infinita teoria di predicati che corredano e spiegano la malattia. Verbi che dicono tanto la concretezza clinica di quel morbo di Hansen che in certe parti del mondo conserva intatto il potere di uccidere, quanto la concretezza esistenziale della esclusione, di quella parte del mondo. La mescita delle due dimensioni, quella medica e quella intima, è lezione antica, da Vecchio Testamento.

Nella saggezza dei profeti millenari la lebbra è paradigma di carità e di esclusione, in uno. Attuale a dispetto della emancipazione della scienza, che ha isolato il micro batterio ("il fratello scemo della tubercolosi") e indovinato la cura, erodendo ogni mistificazione sopravvissuta alle magnifiche sorti e progressive: la lebbra si può curare. Ma bisogna prima vederla, e volerla avvicinare. A patto di non aver già subito il contagio, anestetizzante, di una qualche insensibilità, che alla lebbra somiglia ma che con essa non c'entra. Da questi assunti scaturisce la terza lezione, modernissima, impartita dal morbo più antico del mondo che custodisce in sé una insospettabile risorsa, come quella declinata negli editoriali a firma del dottore psichiatra Franco Colizzi, raccolti per i tipi de La Meridiana nel volume " Un potere più grande - La sapienza della lebbra".

Chi non conosce Franco Colizzi sarebbe autorizzato a sospettare. La materia è di quelle che si prestano al dejà vu, spesso declinata in forma di sermone, calato dall'alto di una qualche cattedra di retorica. Talare o no. Non è il caso. La quotidianità dell'autore, è di quelle che non autorizzano sospetti di sorta. Dirigente medico della Asl di Brindisi, direttore del Centro di igiene mentale. Presidente nazionale dell'Aifo dal 2005, l'associazione nazionale amici di Raoul Follereau, il reporter de La Nation che nel 1935 "vide" la lebbra e le andò incontro, dirottando per sempre la sua storia personale e quella di molti amici a venire, fino a oggi.

Franco Colizzi è un figlio illuminato di quella visione. Gli editoriali collezionati in cinque anni, sono quelli scritti in veste di direttore della rivista che oggi porta il nome di "Amici di Follereau". Una volta, si chiamava "Amici dei lebbrosi". "Le parole sono importanti", diceva quello, "chi parla male pensa male, e vive male. Bisogna trovare le parole giuste, le parole sono importanti". Il cambiamento della testata non è uno spostamento d'etichetta: è la rimozione, di una etichetta. Un prima e un poi fra i quali corre la stessa differenza che passa fra le due espressioni "essere lebbroso" e "avere la lebbra".

Ma attenzione, leggere questo libro non è un esercizio di stile, malgrado la prosa densa, sapiente, e letterariamente esperta di chi lo ha scritto. Provare per credere. Provate a leggere la storia di padre Anthony, a sentire la tosse cavernosa che risuona nello stanzone dove dormono i bambini, strappati agli slum. La storia della bimba nata con il cuore fuori dal petto, una rara forma di malformazione, l'ectopia cordis, sopravvissuta solo due giorni, tenendo - letteralmente - il cuore in una mano. O la storia del poeta Iqbal, mutilato dalla malattia, delle mani e dei piedi.

E guardate le foto di Marcello Carrozzo, un racconto nel racconto, che procede per immagini. Con sguardo orizzontale rispetto al lettore ma soprattutto rispetto all'amorevole oggetto del racconto, Colizzi getta il seme insidioso del dubbio. Il tarlo di un sospetto. La dolcezza della narrazione, tanto quanto l'astrazione metafisica del bianco e nero non stemperano la violenza del messaggio, che arriva dritto come un pugno nello stomaco solcando il vuoto di un interrogativo: chi è davvero monco di cosa? Le scelte alla fine, sono due, come quelle che si pararono di fronte a Follereau in quella visione d'Africa anteguerra: o tirare dritto, o accusare il colpo. E cambiare rotta.

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