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L'antica via Appia riscoperta da Rumiz, un'occasione da non farci sfuggire

"Brindisi pone fine al lungo viaggio e fine alla mia satira". Orazio Flacco, poeta latino, concluse così la sua satira (la V del I° libro dei suoi "Sermones") ove descrisse il suo viaggio da Roma a Brindisi percorrendo la via Appia

“Brindisi pone fine al lungo viaggio e fine alla mia satira”. Orazio Flacco, poeta latino, concluse così la sua satira (la V del I° libro dei suoi “Sermones”) ove descrisse il suo viaggio da Roma a Brindisi percorrendo la via Appia. La Regina Viarium costruita nel 312 a.c. dal magistrato romano Appio Claudio Cieco e che Orazio percorse nella primavera del 37 a.c. assieme ad una delegazione diplomatica.

2052 anni dopo Orazio, un altro “poeta visionario” dei viaggi decide di percorrere quella strada con motivazioni molto diverse, con l’intento di riscoprirla per rammentarla alla nostra coscienza che non si è ribellata ai tanti maltrattamenti, violenze, furti, sorte comune alle tante magnificenze del nostro Bel Paese. Paolo Rumiz è uno di quei pochi che hanno saputo coniugare passione e lavoro, lo ammette lui stesso nella prefazione del libro “Appia”: “ho la fortuna di viaggiare per lavoro e non solo per passare il tempo, in sostanza mi pagano per divertirmi, a patto che ne scriva”. Se volete scoprire cosa significhi per lui viaggiare, leggete i suoi libri-diari dove riporta minuziosamente le sue peregrinazioni e soprattutto i sentimenti che prova guardando un panorama, percorrendo un sentiero o ricordando un incontro casuale. Questo fa Rumiz, con la rara capacità di coinvolgere emozionalmente il lettore in ogni sua descrizione.

L’autore di “Appia” spera che il “filo di Arianna steso sulla mappa dello Stivale” sia ripreso da un esercito di viaggiatori affinché quel filo non si rompa e si possa salvare la Via ritrovata, almeno ciò che ne rimane. Per la verità Rumiz confida più negli stranieri che negli italiani, ma poco importa.

L'antico tracciato della via Appia-2

Ora non ho l’intenzione di recensire la fatica letteraria di Rumiz, ma suggerire di non perdere la bella occasione offertaci: la valorizzazione di un percorso unico, quello della più antica via della nostra civiltà.

E’ di pochi mesi fa la diatriba su dove dovesse finire realmente la via Francigena, se a Brindisi o a Leuca. In quella controversia nessun dotto brindisino intervenne pubblicamente, lasciando campo libero ai colleghi leccesi che ovviamente avevano interessi (anche non storici) a spingere più a sud la fine di quel percorso.

Per la Via Appia ciò non potrà accadere, “è della lunga via Brindisi è il fine”.

Sarebbe bello, oltre che saggio, raccogliere l’invito di Rumiz. Si potrebbe cercare di fare rete con tutti i comuni interessati per far rivivere un percorso che lo stesso scrittore giudica più interessante della via Francigena e del cammino per Santiago di Compostela. Lo si potrebbe fare con la supervisione dello stesso Paolo Rumiz che immagino non diserterà una tale richiesta, purché seria. Non dovrebbe essere un compito impossibile dal momento che il Ministro Dario Franceschini – proprio a seguito di questo viaggio – promosse lo scorso anno un progetto in tal senso (https://www.eddyburg.it/2015/09/dopo-il-reportage-di-paolo-rumiz-un.html). Dipenderà solo dalla voglia e impegno di fare qualcosa di utile (culturalmente e storicamente), anche se di scarso ritorno elettorale.

Paolo Rumiz presenterà il libro “Appia” a Brindisi il 29 agosto nell’ex Convento di Santa Chiara in un appendice dell’iniziativa della libreria Feltrinelli, il Segnalibro. E’ un ritorno, il 4 settembre 2015 all’ex Convento delle Scuole Pie tenne un incontro pubblico per annunciare il cammino inverso, da Brindisi a Roma, e raccontare l’esperienza alle varie comunità locali mostrando in anteprima i film girati e per raccogliere impressioni e commenti sul progetto. Ebbi modo, in questa occasione, di incontrarlo con i suoi compagni di avventura, zaini in spalla, nella libreria Piazzo, giusto il tempo necessario per farmi autografare un paio di libri. Poco dopo partì, marciando su Roma per poi accingersi all’impresa da lui definita più “impegnativa”, quella della scrittura del libro.

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