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"Miseria e Nobilità": spettacolo rinviato a Francavilla, confermato invece al "Verdi"

Lo spettacolo "Miseria e nobiltà", in programma al Teatro Verdi di Brindisi giovedì 21 gennaio (ore 20.30), sarà regolarmente in scena. Nessuna variazione, dunque, nel calendario degli appuntamenti della stagione brindisina. Luigi De Filippo, che dell’opera di Eduardo Scarpetta è regista e protagonista

BRINDISI  - Lo spettacolo "Miseria e nobiltà", in programma al Teatro Verdi di Brindisi giovedì 21 gennaio (ore 20.30), sarà regolarmente in scena. Nessuna variazione, dunque, nel calendario degli appuntamenti della stagione brindisina. Luigi De Filippo, che dell’opera di Eduardo Scarpetta è regista e protagonista, ha annullato per problemi di salute le date di Francavilla Fontana e di Martina Franca, ma ha confermato la sua presenza al Teatro Verdi di Brindisi giovedì prossimo. Ultimi posti ancora disponibili in galleria. Info biglietteria 0831 562554.

"Miseria e nobiltà" miete allori comici dal 1888, lavoro fondato sull’estremo avvilimento sociale contrapposto a un benessere taroccato e cafone, spunto per un film celeberrimo con Totò e Sophia Loren, e testo entrato negli anni Cinquanta nel repertorio eduardiano.

Una vetta del teatro comico di sempre che Luigi De Filippo, protagonista e regista, riprende in omaggio al suo autore, Eduardo Scarpetta (che scrisse per il debutto del figlio Vincenzo), il più geniale e prolifico innovatore del teatro napoletano dell’Ottocento, padre di Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, inventore di don Felice Sciosciammocca, maschera della borghesia che spodesta quelle storiche di Antonio Petito e Pulcinella. «Il primo atto di “Miseria e nobiltà” è degno della firma di Molière», chiosò Ferdinando Martini su «Nuova Antologia», celebrando il testo di Scarpetta divenuto cavallo di battaglia di grandi attori napoletani (e non). Giovanni Bovio, in una lettera indirizzata all’autore, scrisse: «L’arte Vostra aggiunge un filo alla trama della vita», mentre Benedetto Croce dedicò al lavoro un saggio pubblicato nella «Critica» del giugno 1937.

La vicenda racconta la storia di Eugenio, un giovane nobile, innamorato della figlia di un buffo cuoco arricchito. Temendo di non avere dai suoi genitori aristocratici il consenso alle nozze, chiede l’aiuto di Felice Sciosciammocca, scrivano pubblico povero e affamato. Sciosciammocca e alcuni suoi amici, altrettanto poveri e affamati, dovranno fingersi genitori e parenti nobili del marchesino Eugenio e presentarsi dal cuoco: da qui una serie di equivoci divertenti che rende la commedia tra le più famose e celebrate del repertorio napoletano.

La fame è il tema della commedia, e da quando Scarpetta scrisse questo testo fino ad oggi, la fame è rimasta immutata: la fame di lavoro, di sopravvivenza, di giustizia, quella fame che, se non soddisfatta, può provocare grandi sconvolgimenti. «Un piatto fumante, autentico, di cui ci cibiamo davvero ogni sera, che viene cucinato dietro le quinte dal direttore di compagnia, con la necessaria macchia rossa di pomodoro che fa dire “Ooooh” al pubblico», dice De Filippo, che da qui prende lo spunto per dare anche la chiave del lavoro. «È lo spettacolo comico più riuscito di Scarpetta ed è basato sulla fame. La fame che coinvolge due famiglie di poveracci, gente semplice, una fame come quella che attanaglia oggi molti giovani laureati». 

È celebre il finale del primo atto. Tutti in scena siedono avviliti perché ogni tentativo di procurarsi da mangiare è fallito; improvvisamente un cuoco e due sguatteri entrano portando ogni ben di Dio, nessuno si chiede da dove provenga quella grazia e tutti scattano come molle avventandosi sui maccheroni fumanti. È la scena che rappresenta e riassume in termini di grottesco, non il dramma di due famiglie, ma la secolare tragedia di un popolo. 

Luigi De Filippo, erede della tradizione teatrale napoletana, è l’umanissimo protagonista della vicenda, assieme alla sua «Compagnia di Teatro» composta da undici attori. Equivoci esilaranti, scambi di persona e rivelazioni fanno della pièce un classico del divertimento a lieto fine. «È come se avessi aperto un armadio di famiglia - racconta il regista e interprete di don Felice - apportando al contenuto piccoli tagli e aggiunte, oltre a un ritmo diretto ad annullare i cento e più anni di età della stesura. Ma il meccanismo resta lo stesso: la comicità cresce nella seconda parte, quando c'è il travestimento da nobili nella casa del cuoco, tra paradossi e costumi buffi». 

È la terza volta che affronta questa opera, ricca di intrighi e di verve. «Mi ci scritturò la prima volta Eduardo nel ‘53, per fare il giovane marchese Eugenio. Lì eravamo in abiti del dopoguerra, in clima molto farsesco, mentre qui uso anche tinte umorali, amare. Poi ne feci un’edizione mia una dozzina di anni fa». 

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