Ritorna Librinfaccia con la presentazione del libro “Mio padre era fascita”

OSTUNI - Il libro di Pierluigi Battista “Mio padre era fascista” sarà presentato sabato 20 febbraio alle ore 18.00 presso il Museo di Civiltà preclassiche della Murgia meridionale, in collaborazione con Factory18 Studio, I 7 Archi, Cicinedda Fruit Bistrot, Mondadori Point e la start up Tometo. Alla presentazione parteciperà Maddalena Tulanti, giornalista editorialista del Corriere del Mezzogiorno della Puglia, oggi nel comitato scientifico della Fondazione del Corriere della Sera che dialogherà con l’autore, Pierluigi Battista giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano. “Mio padre era Fascista” edito da Mondadori (2016) racconta il riavvicinamento postumo di un figlio nei confronti di un padre dalle idee politiche sbagliate, e mai del tutto perdonate.

"Quando, dopo la sua morte, ho letto il diario che aveva custodito nel segreto per tutta la vita, mi è parso di avere una percezione più chiara del tormento che ha dilaniato per decenni mio padre fascista, prigioniero a Coltano dopo aver combattuto, ventenne o poco più, dalla parte dei 'ragazzi di Salò'. Ho capito che cosa abbia rappresentato per lui il dolore di essere stato internato in quel campo per i vinti della Rsi vicino alla 'gabbia del gorilla' in cui era rinchiuso Ezra Pound. Ho capito quanto abbia sanguinato il suo cuore di sconfitto, di 'esule in Patria' nell'Italia in cui era un borghese integrato, maniacalmente attaccato alla civiltà delle buone maniere, ma covando il sentimento di un'apocalisse interiore da cui non si sarebbe mai affrancato. Ho capito quanto sia stata aspra e dolorosa la mia rottura con lui e quanto mi pesi, ancora oggi, il fardello di una riconciliazione mancata. Allora ho pensato che fosse giunto il momento di raccontare, con i miei occhi e il mio modo di sentire le cose della vita, chi fosse mio padre fascista e cosa pensasse nell'Italia che non credeva più nei miti in cui lui era cresciuto. Che rapporto ricco e difficile avesse instaurato con i suoi figli. Che cosa abbia significato per me essere figlio di un fascista, e vergognarsi di avere provato vergogna per i padri che abbiamo tradito andandocene da un'altra parte, e che invece hanno vissuto con dignità, coraggio e coerenza la loro solitudine".

L’autore prova a riconciliarsi con il padre repubblichino morto 25 anni fa e che forse aiuta a comprendere le ragioni, un po’ freudiane, della battaglia dell’autore contro quelle che lui definisce le «polizie morali». Pierluigi Battista è nato nel 1955, figlio di Vittorio, rispettato e borghesissimo avvocato romano che a vent’anni combatté per la repubblica di Salò senza mai pentirsene successivamente. Grande amico di Giorgio Almirante (Pigi scrive di «una fotografia in cui si vede Almirante accanto a un ragazzino dagli occhiali enormi, di nove o dieci anni al massimo, che tirava calci al pallone. E quel ragazzino con gli occhiali enormi ero io»), Vittorio contribuì a fare nascere il Movimento sociale e continuò a sostenerlo fino alla morte del suo fondatore. Rappresentò in tribunale diversi estremisti neri, e anche qualche rosso: i primi li chiamava «i nostri ragazzi», mandando su tutte le furie la prole di sinistra, i secondi li difendeva d’ufficio. Più che nel culto del fascismo, crebbe i figli in un «clima apocalittico» di vergogna dopo la disfatta. «Mio padre incarnava il fascismo della sconfitta, non quello del credere obbedire combattere», racconta Battista in una conversazione con Studio. È un genitore «mortificato», un uomo perennemente avvilito quello che descrive, a più riprese, nel libro: «Era come se avesse voluto addestrarmi a recitare insieme a lui la parte di chi caricava su di sé ogni impurità spregevole, da espellere dal cuore della città».


 

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