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Lunedì, 17 Gennaio 2022
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L'agricoltura sostenibile come risposta a sprechi e ingiustizie della globalizzazione

Con un'interessante e inedita riflessione, attinente i rapporti tra agricoltura, cultura alimentare e territorio, Carmine Dipietrangelo sfoglia rapidamente alcuni decenni della storia economica - sociale del Brindisino, ove in prima pagina vi è il sogno del miracolo industriale e nell'ultima si riprende a parlare di agricoltura

Con un’interessante e inedita riflessione,  attinente i rapporti tra agricoltura,  cultura alimentare  e territorio, Carmine Dipietrangelo  sfoglia rapidamente alcuni decenni della storia economica – sociale  del Brindisino, ove in prima pagina vi è il sogno  del miracolo industriale e nell’ultima si riprende a parlare di agricoltura. Un ritorno al passato? Assolutamente no, come precisa Dipietrangelo,  nulla  di romantico, salutista, bucolico. Ciò che intravede è,  invece, una opportunità di nuovo sviluppo che può valorizzare il territorio.  

E  ha ragione da vendere: c’è una trasformazione in atto nel modo di produrre, trasformare, conservare, distribuire e consumare il cibo.  Ignorarlo sarebbe grave e imperdonabile. Nuove filiere vanno timidamente strutturandosi.  Emerge lentamente ma con forza una nuova domanda, uno stile di consumo nuovo, diverso, che  si ispira sempre  più a criteri di genuinità, salubrità, naturalità, stagionalità, freschezza, tipicità. Torna la voglia, come indica Dipietrangelo, di  preparare il pane in casa, e non solo.

Si consolida sempre più l’etica di un consumo ispirato allo slow food, al piacere di mangiare lentamente ricercando piaceri, sapori, saperi, tradizioni, in una parola quella “cultura” nascosta nel cibo  che sembrava essersi smarrita nel tempo. Percorrendo il paese è un proliferare di  farmer market,  (mercati dei contadini),  Gas (gruppi di acquisto solidale),  last minute market (mercati dell’ultimo minuto), di ristoranti con menù a km 0, festival dedicati alla cultura enogastronomica.

In risposta a un forte, esplicito bisogno di natura, perché siamo un po’ tutti oppressi e schizzati nelle nostre città, si diffondono sempre di più le strutture agrituristiche, le masserie didattiche, le aziende biologiche, i conservatori  della biodiversità, gli orti urbani. E i protagonisti di tale cambiamento, in moltissimi casi, sono giovani, che stanno scoprendo un modo nuovo di fare agricoltura, nell’ambito di un nuovo rapporto con i consumatori.

Tuttavia, poiché non si prospetta un ritorno al passato ma  ripartire dal passato evitando di commettere gli stessi errori, è opportuno comprendere bene cosa è accaduto negli ultimi 50 anni, e conservarne consapevolezza.  Capire che non è in crisi l’agricoltura, ma un modello vecchio e inadeguato di fare agricoltura. Siamo ciò che mangiamo, affermava Feuerbach, e per anni, decenni, ci siamo nutriti (ma il termine è improprio) di “cibo spazzatura”, consumando sempre più acriticamente cibi  industriali, omologati,  seriali,  a bassissimo valore nutritivo,  alimenti elaborati a tal punto che a volte è impossibile riconoscere  gli ingredienti di cui sono composti.

Perché è accaduto tutto questo? Due cause, essenzialmente: in primo luogo l’industrializzazione del sistema agroalimentare, in secondo la globalizzazione. Una globalizzazione subita e mai governata in cui le regole non sono più fissate  dai produttori e dai consumatori, ma  dettate dalla grandi multinazionali agroalimentari e dalla grande distribuzione che ci inducono a nutrirci di cibo “merce” indifferenziato.

Dall’altra un’industrializzazione del sistema produttivo alimentare che  ha condotto  la nostra agricoltura a divenire agricoltura industriale, che è, consentitemi, una contraddizione in termini. Un’agricoltura industriale che ha comportato un uso sconsiderato, un abuso incredibile della chimica e delle biotecnologie, di fitofarmaci e fertilizzanti (l’Italia consuma ogni anno 150.000 tonnellate di prodotti fitosanitari, pari al 33%, un terzo, dei prodotti antiparassitari impiegati complessivamente nell’Europa a 28 paesi). Tanto nell’ambito di un sistema, un modello produttivo, che diviene sempre più opaco, segnato come non mai da truffe e frodi alimentari:   in termini di scandali alimentari, negli ultimi anni, non ci siam fatti mancare nulla.

Per ultimo, ma non per importanza, va rilevato che nonostante gli ambiziosi programmi e le grande promesse, resta drammatico e irrisolto il problema dell’accesso al cibo: oggi nel mondo siamo sette  miliardi  e, secondo la Fao, si produce cibo per dodici miliardi, ma ciò nonostante un miliardo di individui in condizione di povertà soffre e muore per malattie  dovute alla fame. Di contro 1 miliardo e mezzo di uomini hanno problemi di salute connessi all’obesità.

Come definire un sistema così?  Non ho dubbi,  associandomi a Carlo Petrini, presidente di Slowfood, a definirlo un  sistema criminale.  E’ un sistema agroalimentare criminale quello che consente ogni anno uno spreco del 45% del cibo prodotto e determina, ogni anno, oltre due miliardi di morti e ammalati, per difetto o per eccesso di cibo.  E non è solo spreco di cibo, ma anche di terra, di acqua, di energia, di tempo. Sono beni preziosi. Sono beni comuni.

Se questo è lo scenario, e questo purtroppo è,  allora possiamo trarre una conclusione:  l’attuale modello di produzione, trasformazione, conservazione, distribuzione e consumo del cibo è insostenibile sul piano economico, sociale, ambientale, sanitario. La trasformazione che è in atto è la risposta, più o meno consapevole, alla crisi di tale  sistema produttivo e di tutto ciò che ad esso era correlato. Una mutazione che risponde ai bisogni di tutti: produttori, lavoratori, consumatori, l’intera comunità e il suo territorio.

Ciò che Dipietrangelo accuratamente descrive è un fermento diffuso che  va colto, rafforzato  e  accompagnato.  Spazio quindi a progetti e idee da costruire sul territorio coinvolgendo l’intera comunità e  tutti i soggetti interessati.  Questa è una mutazione che nasce dal basso.  La politica faccia la sua parte, accompagnando i produttori agricoli, i giovani, i consumatori in questa grande processo di trasformazione. Certo di essere in buona compagnia, pongo  idee e   progetti a disposizione della comunità.

P.S. Pochi giorni fa, con un ultima raccolta,  si è concluso c/o l’Istituto Tecnico per Geometri “Belluzzi”,  ove opero come docente,  il progetto: “La Cultura delle Culture: Orto Biologico Urbano nella Scuola”, di cui sono stato referente, in collaborazione con Coldiretti e Slowfood. Non voglio sottolineare le valenze,  che credo non sfuggano a nessuno, di questa prima esperienza di orto urbano condotta in città.  I prodotti raccolti sono stati donati alla Caritas diocesana Brindisi – Ostuni.  Vorrei solo riportare il pensiero di un’alunna, in prossimità del termine dell’attività: “Sa, professore, prima di iniziare la classe non era così. Eravamo piuttosto divisi, lontani. Ora ci sentiamo un gruppo”.

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