“Ecco come faccio sopravvivere i meloni sarginischi”

L’agricoltore Domenico Andresano di Torre Santa Susanna e i semi vecchi di 70 anni per tramandare i sapori antichi

TORRE SANTA SUSANNA - “Di là ho semi del 1930-40, ne ho risvegliato le informazioni. Dopo che si sono disidratati li ho messi nell’acqua del melone e hanno ripreso vita”. Domenico Andresano spiega con orgoglio come fa rivivere i meloni “sarginischi” e altre antiche colture mentre entra nel suo laboratorio in via Martiri della Resistenza a Torre Santa Susanna. Saluta il suo cane Zeus – praticamente un lupo, stazza compresa – e inizia ad armeggiare con semi e frutti. Sembra di entrare nella stanza di un alchimista e la penombra aiuta. Dal balcone una vicina chiede consigli su alcune piante che ha in casa. Domenico, 54 anni, ha il viso cotto dal sole per il lavoro nei campi ma le mani delicate. Risponde che presto le darà qualche consiglio, ora deve pensare ai suoi meloni. Il raccolto è passato da tempo, può godere i frutti del suo lavoro. Lui non è solo un agricoltore, è anche e soprattutto un consulente: “Mi sposto in quattro regioni, Calabria compresa. Sono quasi 40 anni che pratico quella che chiamo ‘agricultura’”.

E di libri, in effetti, ce ne sono parecchi nella stanza. Se la grande distribuzione organizzata e l’agricoltura industriale tendono a omologare i prodotti della terra, Domenico fa l’esatto contrario. Sembra di avere a che fare con un alchimista moderno, ma al posto di alambicchi e libri sulla pietra filosofale nel suo studio si trovano miriadi di semi, bilance, pestelli, testi sulla filoterapia e sulla biologia. E, soprattutto, è circondato da diverse varietà di meloni “sarginischi”. Li ripone in fila sul tavolo e mostra con orgoglio come i lineamenti varino da specie a specie. “Vengono da semi in purezza che mi porto dietro da più di 30 anni – spiega Andresano – Le tecniche antiche con me sono mantenute applicando miglioramenti genetici naturali, cioè quelli che volgarmente chiamiamo incroci. Il colore la dice lunga sulla storia di ogni melone: la buccia bianca riflette il sole, la buccia gialla incamera di più. E la polpa racconta i contenuti, la storia e la qualità. Se un contadino non conosce la terra, le temperature, i minerali, la microbiologia, come fa a fare il contadino”?

meloni sarginischi-3

Dopo aver pronunciato una delle sue massime, Domenico apre l’anta di un armadio e prende altri semi di fagioli e alcune erbe saline: “Non esistono semi uguali, l’industria ha omologato tutto. Ogni seme ha informazioni diverse, sa in quale periodo crescere, quanto devono andare giù la radici, eccetera. Ad esempio, i meloni che produco io hanno un peso specifico doppio rispetto a quelli industriali, sono più ricchi di minerali, possiedono più nutrienti, calcio, potassio, vitamine”.

Tecniche tradizionali

Domenico Andresano è orgoglioso anche delle tecniche: i terreni devono assorbire naturalmente più acqua. Da ottobre effettua più tagli senza girare la terra per non rovinare la bicrobiologia. Più c’è ossigeno, più c’è la microbiologia, più sostanze organiche saranno presenti: è una catena consequenziale. Il nutrimento di questi meloni consiste in un preparato antico, che si faceva con cenere, carbone e stallatico (il prodotto di stalla). Domenico taglia in due un melone, quello “sarginisco”, toglie i semi – “Non si butta via niente” – e lo assaggia. Il sapore è tutta un’altra storia, nulla a che vedere con la genetica modificata. Dopotutto, sono anche più nutrienti.

Questi meloni possono crescere in molte zone, ma sono più saporiti nei paesi caldi. Quando Domenico parla di “agricultura” sembra andare in trance: “Questo perché servono di più nei paesi caldi e durante la stagione calda, quando il nostro corpo ha bisogno dell’acqua e dei sali minerali per compensare. I meloni sono nati migliaia di anni fa perché la natura è saggia, è lenta e realizza tutto. Per esempio, con l’aridocoltura, a secco, otteniamo il contrario: freddo e acqua per le persone. E’ una compensazione del fabbisogno umano. Tutto questo parte dal seme e il seme è vita”.

L'agricoltura circolare

Domenico tiene alla sua famiglia, a sua moglie e ai suoi tre figli. E ai suoi avi: infatti, molte tecniche le ha apprese dal nonno e dal padre. Ha imparato osservando i vecchi agricoltori. “Bisogna fare un’agricoltura circolare in cui nulla vada sprecato e in cui nulla è omologato. In questo modo possiamo avere ciò che serve, al nostro corpo e al pianeta. Nulla si spreca con queste tecniche: la polpa serve per l’acqua, i semi per il prosieguo genetico. Tutto serve per nutrire il terreno. Il melone sa di cosa ha bisogno per crescere”.

meloni 2-3

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Dopo aver assaggiato un’altra varietà di meloni, Domenico ricorda che le colture differenti vanno piantate ad almeno cinque chilometri di distanza: “Per evitare miscugli. Perché cinque chilometri? E’ la distanza che copre un’ape per l’impollinazione”. Nulla va lasciato al caso. Domenico si affaccia alla finestra e si rivolge a un altro vicino, dicendo che gli darà qualche consiglio per alcuni alberi. Andresano ha appreso le tecniche antiche degli avi e fa in modo che non si perdano. Chiude la porta del suo laboratorio alchemico ed è pronto a spiegare e tramandare le sue conoscenze. Quando lui parla, sicuramente le tecniche antiche non si perdono.

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