Lunedì, 18 Ottobre 2021
Politica

Emiliano contro Vendola: quando le leadership prepotenti esautorano la politica

Michele Emiliano è un politico professionista originale ma anche molto ripetitivo. So che lui non ama, come tutti i leader di stampo populista, essere definito un “professionista” della politica ma questa caratteristica si acquisisce sul campo, non è un dato di natura

Michele Emiliano è un politico professionista originale ma anche molto ripetitivo. So che lui non ama, come tutti i leader di stampo populista, essere definito un “professionista” della politica ma questa caratteristica si acquisisce sul campo, non è un dato di natura. E Emiliano si muove da anni come un politico di professione. Ormai può dare lezioni a D’Alema. E’, il suo, un professionismo diverso dal passato. Nel passato il leader cercava attraverso i partiti alleati di delimitare il proprio campo e da qui partire alla conquista dei voto elettorale.

 Emiliano fa invece un’altra operazione. Emiliano apre generalmente un conflitto con l’alleato potenziale, cerca di schiantarlo e di spiantarlo dalla sua base e poi, alla fine della battaglia, trova l’accordo e proclama la ritrovata pace e anzi l’imperitura amicizia. La “modernità” di Emiliano, così come quelle di Renzi e di Tsipras, sta anche nel cercare alleati soprattutto in mondi lontani e nello stressare quelli vicini.

Renzi si allea con Alfano e Berlusconi anche se poi, come sta avvenendo nel caso del Quirinale, può lasciare interdetti i suoi provvisori compagni di cordata. Tsipras sceglie un gruppo di destra anti-europeo e antisemita pur di non allearsi con il Pasok, cioè il gruppo socialista. Emiliano ha avuto nelle scorse ore la brillante idea di aprire un fronte incandescente con Vendola e Sel. Contemporaneamente ha sancito l’alleanza con le forze centriste e ha cercato, respinto con perdite, di fare il “filo” alla neo-candidata grillina.

Lo scontro con Vendola viene da lontano. Malgrado la noiosa esibizione di amicizia e di fratellanza, Vendola e Emiliano sono sempre stati rivali. Ciascuno di due credeva di essere leader del popolo pugliese in esclusivo, di rappresentare il marchio decrepito della “primavera pugliese” meglio dell’altro, entrambi si sono comportati come proprietari politici del proprio partito e della propria area.

Emiliano ha sempre sperato in un passaggio trionfale di testimone con Nichi per la regione Puglia. Nichi, non sapendo cosa fare dopo l’esperienza regionale, considera il proprio lascito non ereditabile soprattutto da uno come Emiliano. La vittima di questa noiosa diatriba è stata la sinistra e in particolare il Pd, stretto da questo scontro e diventato oggetto della conquista pressoché totalitaria da parte dell’ex sindaco di  Bari.

Emiliano in questi giorni ha maltrattato l’eredità di Nichi con frasi anche molto offensive e soprattutto intimando al probabile alleato di presentare la propria lista al voto regionale senza occultarsi in liste civiche e personali. Generalmente non si fa così. Il buon vicino richiederebbe che ciascun alleato rispetti l’altro e che il candidato governatore che già guida due liste, quella personale e quella di partito, eviti di dare regole agli altri partiti. Invece Emiliano vuole riempire tutta la scena, anche giovandosi del fatto che l’avversario storico, il centro-destra, non riesce a trovare un candidato che sia competitivo con lui.

La stagione politica attuale vede nascere leadership prepotenti. Possono queste leadership fare anche cose buone, come fa Renzi quando candida Sergio Mattarella. Il problema nasce quando queste leadership prepotenti e invadenti esautorano lo spazio della politica occupandolo tutto e costruendo così facendo un possibile vuoto nel futuro. Fossi del Pd mi preoccuperei.

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