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Mercoledì, 19 Gennaio 2022
Politica

Quando c'era Berlinguer, noi giovani "con la testa sopra il pelo dell'acqua"

Quando c'era Berlinguer i giovani d'oggi non erano neppure nati. E chi ha vissuto la propria gioventù ai tempi di Enrico Berlinguer, è disarmato, non riesce a trovare le parole giuste per far capire ai ragazzi d'oggi cos'era allora la politica

Quando c’era Berlinguer i giovani d’oggi non erano neppure nati. E chi ha vissuto la propria gioventù ai tempi di Enrico Berlinguer, è disarmato, non riesce a trovare le parole giuste per far capire ai ragazzi d’oggi cos’era allora la politica, cosa significava “fare politica”. La sua morte fu un dolore che attraversò come lama sottile il cuore dell’intero popolo italiano. Un dolore non raccontabile, perché inconsolabile divenne il senso di vuoto, quell’esclusivo e speciale sentimento di irrimediabilità che si prova verso una persona che abbiamo veramente amato, e che d’improvviso non c’è più.

La notizia della morte-2“Ascolta/come mi batte forte il tuo cuore”, avremmo potuto dire tutti insieme, per esprime il bene che volevamo a quell’uomo, con i versi della poetessa Wislawa Szymborska. La storia umana e civile di Enrico Berlinguer appartiene alla storia italiana, più che alla storia di una parte politica, anche se fu quella nobilissima dei comunisti italiani, nata da una feconda fusione di “cafoni” e intellettuali che la “classe generale”, quale fu la classe operaia italiana, aveva virtuosamente unito attorno a sé nel perseguimento del sogno socialista, trasformando il sol dell’avvenire in una possibilità attuale.

E come si fa a far capire fino in fondo ai ragazzi e alle ragazze che hanno già visto o che vedranno il film del regista Walter Veltroni l’orgoglio, la fierezza di essere e sentirsi comunisti “italiani”? Appartengo, assieme a tanti miei coetanei, a quella generazione che in gran parte divenne comunista grazie a Enrico Berlinguer, alla sua “visione” del comunismo e dell’Italia, alla originalità del suo pensiero democratico, all’ “austerità francescana” della concezione del partito e delle finalità generali della politica e dell’utilizzo del potere, al fascino emanato da quell’uomo che, con il giubbotto bianco alla guida della sua barca a vela, ci ha insegnato, nei momenti difficili di burrasca, a tenere sempre “la testa sopra il pelo dell’acqua”.

In braccio a Roberto Benigni-2Chi per via degli studi filosofici, chi per le aspre lotte contro le condizioni di lavoro imposte nelle fabbriche e nelle terre dai “padroni”, ci sentivamo marxisti e comunisti che volevano cambiare il mondo per rendere felice il maggior numero di uomini. Ed eravamo con orgoglio i comunisti italiani che lottavano per superare quello steccato storico che impediva in Italia la realizzazione di una democrazia compiuta, l’avvento del più grande partito dei lavoratori, del più grande partito comunista dell’occidente, al governo del Paese.  

Ai tempi di Berlinguer essere ingraiani o bassoliniani o amendoliani o miglioristi significava appartenere solamente a correnti di pensiero, a sposare cioè una specifica visione democratica, non significava certo far parte di un militaresco potere, dedicato esclusivamente al dominio di un apparato, il cui esercizio fosse finalizzato alla riproduzione di se stessi e dei propri privilegi, come in un sorta di damnatio memoriae, di perdita della memoria di ciò per cui si è nati, di perdita totale della proprie origini ideali e politiche.

Difatti, il più feroce avversario della “visione” di una democrazia italiana compiuta, ideata e perseguita da quel mite ma tenace sardo che fu Enrico Berlinguer, conterraneo di Antonio Gramsci, non fu la Democrazia Cristiana, che pure a quel progetto “converse” con l’altrettanta mite tenacia del salentino Aldo Moro, ma il craxismo, al netto della necessaria modernizzazione del Paese. Il craxismo rappresentò nel Psi e in Italia l’opposto di ciò che rappresentava uno dei più grandi e amati Presidenti della Repubblica, il socialista Sandro Pertini, e cioè quella disinvolta concezione del partito e del potere, mirabilmente descritta nella sua famosa intervista sulla “questione morale” proprio da Enrico Berlinguer, che temeva e ammoniva potesse contaminare, oltre lo Stato, anche lo stesso Pci, nelle sue varie declinazioni correntizie, che stavano già trasmutandosi in vere e proprie strutture di potere più che di pensiero e di politica.

Berlinguer con Giorgio Napolitano-2Dopo di lui la politica divenne un’altra cosa. Dopo di lui “fare politica” fu davvero un’altra cosa. Dopo di lui s’è fatto politica in un partito che non c’era più, invaso e negativamente contaminato, dopo tangentopoli, da idee e uomini che, da sponde avverse e opposte, avevano ferocemente combattuto i comunisti italiani. Con ciò non si vuole esaltare il fondamentalismo comunista della diversità comunista, - alla quale chi si sente di appartenere non può che provare giusto orgoglio -, rispetto a quelle modernità e a quei nuovismi di contesto nei quali, magari gli stessi che “quando c’era Berlinguer” davano il meglio di sé, dopo Berlinguer si sono sentiti disinvoltamente liberi di dare il peggio di sé.

No, tutto ciò non vuole essere un banale e edulcorato amarcord agiografico. Si vuole semplicemente cristallizzare una solare verità storica che la crisi globale della civiltà capitalistica odierna, a cominciare dall’Italia, ha reso nuda in tutta la sua radicale drammaticità sociale e morale.  La toccante nostalgia del film che, mi si confida, anche a chi non c’era ai tempi di Berlinguer, fa venire i lucciconi, non vuole essere perciò l’enfasi di un passato che non tornerà mai più, ma la memoria di una storia che, per chi l’ha vissuta con sincera passione, è stata capace di riempire, di arricchire ugualmente la vita, senza quel perseguimento della ricchezza al quale tanti hanno dedicato poi la propria attività politica.

Ai cancelli di Fiat Mirafiori-2Eppure, altri tempi, altri giorni verranno nei quali i giovani, che incolpevolmente non hanno vissuto quella bellissima, materialissima fiaba politica, potranno conoscere –perché no?!- una storia senz’altro più bella, ma solo se, dinnanzi a tante corruttive sirene dei tempi moderni, sapranno mantenere sempre “la testa sopra il pelo dell’acqua”, per dirla con quel segretario di Partito che per primo capì e difese il movimento studentesco di contestazione del ’68 e le sue “marcusiane” ragioni, nonostante esso fosse visto  e vissuto anche nel Pcicon titubanza e qualche avversione.

Intanto, chi come me non ha visto “Quando c’era Berlinguer”, e che come tanti miei coetanei c’era quando c’era Berlinguer, come c’era, c’eravamo come un mare infinito al suo funerale, al più grande funerale della storia italiana! , suggerisce soprattutto ai giovani di correre a vederlo, perché è imperdibile una storia così. Chi invece vorrà vedere senza occhi altrui, solo per sé “Quando c’era Berlinguer”, magari in una raccolta saletta di periferia, probabilmente è lo stesso che, dopo quel funerale, non se la sarebbe sentita mai più di partecipare ad alcun’altra manifestazione nazionale e popolare che considerasse degna di quel nome e di quella storia.

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