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Pd addio: prime uscite ufficiali, anche il segretario provinciale giovanile

Il fenomeno dell'abbandono della tessera del Pd per il passaggio al nuovo Movimento dei Democratici & Progressisti è più consistente di quanto stimato da osservatori e media. Probabilmente la diaspora dalle file del Partito Democratico era già in corso da tempo

OSTUNI - Il fenomeno dell'abbandono della tessera del Pd per il passaggio al nuovo Movimento dei Democratici & Progressisti è più consistente di quanto stimato da osservatori e media. Probabilmente la diaspora dalle file del Partito Democratico era già in corso da tempo con dimensioni superiori da quando fosse avvertibile. Ciò sta avvenendo anche in provincia di Brindisi. Pubblichiamo di seguito il documento con cui sei dirigenti e iscritti del Circolo del Pd e dei circolo dei Giovani Democratici di Ostuni annunciano il passaggio ai Democratici&Progressisti. Tra essi, il segretario provinciale dei Gd, Antonio Suma, e il consigliere comunale, Giuseppe Tagliente, anche membro della direzione provinciale e di quella regionale del Pd.

Correva l’anno 2007: si materializzava il sogno di una generazione di sinistra, si toccava con mano l’obiettivo dell’unità della sinistra riformista italiana, ci si appassionava partecipando a quelle primarie che investirono Walter Veltroni dell’arduo compito di guidare il nuovo, grande partito. Un partito che si ergeva ad asse portante del centrosinistra italiano. Un partito nazionale e popolare. Uno strumento coraggioso, di speranza per l’intera nazione, pensato per essere in grado di radicarsi tra i ceti popolari ed esercitare una nuova funzione di rappresentanza di tutti i diversi livelli e settori della nostra società.

Quel partito nazionale e popolare aveva il compito di riformare le istituzioni e la società italiana mettendo insieme le culture riformiste del centrosinistra al fine di realizzare riforme strutturali insieme alla popolazione, con il consenso dei cittadini e delle cittadine italiane. A distanza di dieci anni, in una fase politica del tutto inedita e ricca di contraddizioni, in un clima di profondo disagio popolare e di aspro scontro sociale, è imprescindibile fare un bilancio di questa esperienza.

Allo scopo, basterebbe evidenziare un dato su tutti, recente e clamoroso: il referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre. Ebbene, accantonando per un momento le considerazioni circa la sconfitta dell’asse di governo del Paese e della madre delle riforme partorita dal Partito Democratico, è un dato incontestabile quello che vede il 70% dei giovani italiani porsi in netta contrapposizione con l’azione riformatrice e di governo del PD.

Migliaia di domande potremmo porci sulle ragioni di tale disastro, ma noi crediamo che la ragione principale risieda nella totale carenza di identità e cultura politica del Partito Democratico, geneticamente mutato nella sua essenza ed arenato nella sterile logica del governo a tutti i costi. Un partito appiattito sulle logiche di governo, incapace di discutere nel profondo di una ricetta che consenta ai progressisti italiani ed europei di riallacciare un legame di fiducia con i cittadini.

Il PD non è più quello che sognavamo nel 2007. Non più popolare, nazionale e plurale, ma governista, modellato sulla volontà e sulle ambizioni contingenti dei singoli leader, depauperato dei propri iscritti e dei propri circoli, divenuti ormai club esclusivi per rappresentanti istituzionali, una forza politica che si accontenta di un congresso a stretto giro di posta senza voler riflettere sulle ragioni vere di una scissione che non è solo politica, ma soprattutto sociale e popolare.

Abbiamo inconsapevolmente sposato la malsana idea del governo a tutti i costi, che ci ha resi, agli occhi della gente che intendevamo rappresentare, membri di un partito di potere incondizionato e senza finalità. Noi non sentiamo il bisogno di governare, dal Paese alle nostre città, per il solo gusto di farlo: c'è un'esigenza politica, viva e cosciente, che attraversa ogni angolo del Paese e che va oltre la gestione e l'amministrazione.

Abbiamo bisogno di sentirci rappresentati e di rappresentare i tanti cittadini che, come noi, hanno assistito sgomenti ai più clamorosi fallimenti del Governo Renzi: una riforma della PA e una legge elettorale falcidiate dalla Corte Costituzionale; una riforma costituzionale sonoramente bocciata dal popolo; riforme su scuola e lavoro che hanno generato conflitti sociali e collocato il PD dal lato opposto della barricata. Insomma, riforme senza popolo, senza consenso, in alcuni casi addirittura il partito (o il suo leader) contro il Paese.

In una fase di crisi della democrazia rappresentativa riteniamo ormai inevitabile abbandonare la retorica della speditezza della decisione e della forza dei governi. E’ il momento invece di accogliere la non più differibile sfida di rinvigorire la rappresentanza ferita, restituire sostanza democratica alla nostra comunità, riavvicinando i cittadini sovrani alle istituzioni che in loro nome governano.

Finita l’illusione del bipolarismo maggioritario, sembra che le tutte le forze politiche riconoscano - forse un po’ in ritardo - la natura strutturalmente pluralista della nostra società, una società nella quale nessuno, da solo, è in grado di valere il 40% e di conquistare la maggioranza necessaria a governare, se non ricorrendo a trucchetti tecnico-giuridici incostituzionali ovvero ad alchimie politiche del tutto incomprensibili ed anomale.

E’ responsabilità della politica riorganizzarsi per essere in grado di proiettare questa complessità a livello istituzionale. Per questo, in una fase in cui si viaggia verso un sistema elettorale proporzionale (l’unico ad adattarsi naturalmente alla pluralità del sistema politico italiano), decidiamo di lasciare il PD: lo facciamo - finita l’illusione della vocazione maggioritaria - per vincere lo spaesamento che ha colpito una parte consistente ed essenziale dell’elettorato storicamente di sinistra; per riconoscere le nuove sacche del disagio sociale e tutelare le rivendicazioni che in esse si muovono; per tornare a dare dignità al modello della democrazia diffusa su cui si fonda la Repubblica; per ricostruire una larga comunità progressista che si senta rappresentata da uno schieramento di forze in grado di rispecchiare la diversità della sinistra italiana ma animate dall’intento unitario di offrire soluzioni diverse alle destre dell’austerity e a quelle xenofobe.

L’unico modo per farlo, però, è fuori dal PD. Dentro, per quattro anni, non ci siamo riusciti, schiacciati tra il nostro autentico senso di lealtà ed il disinteresse alla discussione di dirigenti nazionali e locali. Non siamo noi ad aver abbandonato il progetto del PD, ma è il PD - e chi lo ha governato negli ultimi anni - ad averlo fatto: non si può gestire un vasto partito plurale in cui si intrecciano storie e culture politiche diverse dribblando il dibattito interno, sottovalutando forze sociali e culturali (dal sindacato all’accademia) che cercano disperate un canale di dialogo.

Farlo è stato non soltanto un errore tattico, ma anche un colpo fatale alle tradizioni politiche di cui il PD è figlio e che hanno costruito, e curato, la nostra Repubblica. Abbiamo bisogno di recuperare una cultura politica che ci collochi, senza timori di smentita, tra le forze del progresso sociale; abbiamo bisogno, ad un tempo, di recuperare quell’approccio pragmatico ai problemi sociali che abbiamo perso nel tempo per inseguire le ambizioni di un leader e formule di politica economica datate e già rivelatesi fallimentari.

Il leader non è un capo, la campagna elettorale non è marketing. E’ arrivato il momento di rifondare una politica radicale, nel senso più immediato del termine, che scenda alle radici strutturali dei problemi e inventi soluzioni radicali per rimuovere i picchi di diseguaglianza e di ingiustizia sociale, soprattutto per una generazione come la nostra, oggi relegata ai margini della società e descritta come una generazione perduta ed irrecuperabile, con un dato allarmante che vede nel Mezzogiorno due giovani su tre senza lavoro e prospettive.

Noi vogliamo farci carico di trasmettere un sogno nuovo, che riparta dalla base, dalle persone, da coloro che in questi anni abbiamo dimenticato per tentare di diventare ottimi contabili. Abbiamo bisogno di guardare alla politica mettendoci un po’ più di cuore e di passione. Solo così, prendendo con umiltà e serietà il punto di vista di chi i problemi li vive, sarà possibile offrire una valida alternativa alle superficiali e illusorie soluzioni populiste.

Solo così potremo tornare ad essere dalla parte di chi guarda il mondo da sinistra, perché per noi, nonostante la lontananza temporale degli anni storici dei partiti di massa, la sinistra resta una visione del mondo che, oggi più che mai, ha bisogno di identità e radicalità per tornare a tessere con la sua gente una tela di speranza e fiducia. Per questi motivi abbiamo deciso di non rinnovare la tessera del Partito Democratico. Una larga parte di questa generazione, del partito e dell’organizzazione giovanile ha deciso di farlo insieme a noi.

Sottoscriviamo questo documento per formalizzare le nostre dimissioni da tutti i ruoli politici che abbiamo avuto l’onore di esercitare nel corso di questi dieci anni. Ciascuno di noi assumerà le decisioni opportune per chiarire, in seno alle istituzioni e al PD, la propria posizione. Questa generazione ha deciso di guardare oltre, di costruire qui ad Ostuni il Movimento dei Democratici & Progressisti affinché un nuovo centrosinistra italiano possa risorgere dalle comunità locali, dal basso, con il protagonismo di una nuova classe dirigente che ancora oggi, nonostante i tempi non incoraggianti, continuano ad appassionarsi ai problemi della nostra società con l’ambizione di poter appassionare quanti oggi sono delusi o lontani da noi.

Non deve essere e non sarà un contenitore finalizzato a consentire ulteriori tentativi di riciclo di un ceto politico ormai logoro e complice del disastro di questi anni. Sarà nostro compito tornare a coinvolgere tutte persone che abbiamo allontanato dal Partito, rappresentative di mondi e storie differenti, per costruire un progetto nuovo che, nella nostra città ed in Provincia di Brindisi, sia idoneo a rappresentare quella parte della popolazione che aveva, ed ha, bisogno di noi. (Antonio Suma, Luca Dell’Atti, Carlo Notarpietro, Maurizio Flore, Gianluca Narracci, Giuseppe Tagliente)

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