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Politica

Brindisi, un patto sul lavoro è possibile

Siamo nel pieno di una campagna elettorale in cui dal silenzio assordante sui temi del lavoro che si era registrato nella prima fase, come aveva evidenziato giustamente Dipietrangelo, siamo passati alle promesse piratesche, come quella dei 4 milioni di posti di lavoro da chiedere come sacrificio patriottico “ai capitani coraggiosi” della bell’Italia! Quegli stessi amici di merende cui, in tempi abbastanza recenti, abbiamo regalato Alitalia, impacchettata con soldi pubblici. Intanto sentiamo anche parlare il Governo tecnico di crescita ed equità, parole che fino a dicembre per il Presidente del Consiglio sembrava fossero inconciliabili con la politica del rigore, così come ci ha fatto spesso notare.

Siamo nel pieno di una campagna elettorale in cui dal silenzio assordante sui temi del lavoro che si era registrato nella prima fase, come aveva evidenziato giustamente Dipietrangelo, siamo passati alle promesse piratesche, come quella dei 4 milioni di posti di lavoro da chiedere come sacrificio patriottico "ai capitani coraggiosi" della bell'Italia! Quegli stessi amici di merende cui, in tempi abbastanza recenti, abbiamo regalato Alitalia, impacchettata con soldi pubblici. Intanto sentiamo anche parlare il Governo tecnico di crescita ed equità, parole che fino a dicembre per il Presidente del Consiglio sembrava fossero inconciliabili con la politica del rigore, così come ci ha fatto spesso notare.

Il problema è che ciò che predica in questi giorni è continuamente smentito dalle ultime azioni del governo, che non mirano né alla coesione sociale né alla coesione territoriale. Ha ragione, infatti, Martina Carpani, portavoce degli studenti della nostra provincia quando denuncia la penalizzazione delle famiglie più povere e, ancora di più, di quelle delle regioni del Sud, in tema di servizi socio-sanitari e di tutela del diritto allo studio.

E' veramente allarmante il comportamento di questi giorni da parte del Ministero del Lavoro nei confronti dei disoccupati perchè continua a negare, in particolare alla Puglia, la copertura finanziaria necessaria per gli ammortizzatori sociali del 2012 e per tutto il 2013. Chiudiamo il 2012 con un tasso di disoccupazione nazionale pari all'11,2%, con quasi 3 milioni di disoccupati, con una disoccupazione giovanile che ha raggiunto il 36,6% . Nella nostra Provincia, siamo ormai al 28,44% e sul totale dei disoccupati coloro che hanno meno di 39 anni sono quasi il 60%.

Siamo in piena emergenza, e nonostante si sia ottenuta una proroga regionale per gli ammortizzatori sociali fino al 30 aprile, c'è già chi è stato tagliato fuori e siamo tutti col fiato sospeso perché, se il governo non mette a disposizione le risorse economiche necessarie, ci sarà una vera catastrofe sociale. E' questa, quindi, la prima emergenza da affrontare per consentire alle persone di sopravvivere. C'è poi urgenza che il nuovo governo attui politiche per la crescita e lo sviluppo recuperando il senso dei valori costituzionali in termini di diritti, equità e pari opportunità.

E' dalla consapevolezza della drammaticità della crisi che nasce il Piano del Lavoro, una proposta che va sicuramente contestualizzata sulla base delle specificità territoriali e che come Cgil di Brindisi, stiamo già, in prima battuta, presentando come istanze ai candidati al Parlamento del nostro territorio, ma che sicuramente diffonderemo come proposte in iniziative specifiche provinciali, per un confronto di merito con gli interlocutori diretti. Ma prima di illustrare, almeno in sintesi, i punti salienti delle priorità d'intervento sul territorio è importante evidenziare le peculiarità del Piano del Lavoro che, a nostro avviso, incidono sulla ripresa complessiva del Paese, e quindi anche della nostra realtà.

Struttura portante del Piano è il recupero del valore e della dignità del lavoro. Può sembrare pleonastico, ma non si tratta solo di una rivendicazione sindacale, è, invece, una richiesta di tipo valoriale, nata dalla consapevolezza che ormai, da tempo, si è perso di vista che c'è una questione democratica legata al lavoro, che non è solo il tema dei diritti e dei diritti di libertà del lavoro ( la rappresentanza, il riconoscimento, la libertà di scelta). Bisogna cioè considerare che se il lavoro non rappresenta più per le persone la possibilità di autodeterminare la loro vita, la realizzazione della concreta autosufficienza economica, allora anche il riconoscimento della funzione degli altri diritti legati al tema del lavoro è finto, è virtuale. Quindi, quando parliamo di lavoro non possiamo intendere lavoro a qualsiasi condizione e in qualsiasi situazione.

Ecco perchè come Cgil riproponiamo la centralità del lavoro inteso in una piena accezione democratica: come strumento di libertà, come possibilità di autodeterminazione della persona, come libertà di scelta e libertà di rappresentanza. Quindi non un lavoro svilito, non un lavoro povero, non un lavoro sottopagato della serie "o questo o niente". E nessuno venga a dirci che siamo dei nostalgici: se discutendo nel merito non si condivide che bisogna affrontare il problema del lavoro che non c'è, non solo come quantità ma anche e soprattutto come qualità, allora l'Italia non avrà prospettive di ripresa.

Quattro milioni sono i lavoratori precari oggi nel Paese: un numero che crescerebbe oltremisura se fossimo in condizione di quantificare tutti gli invisibili del lavoro sommerso. La precarietà spacciata per flessibilità non è l'alternativa vincente: dobbiamo porre al centro delle politiche il lavoro dignitoso e stabile, l'unico modello cui guardiamo per far uscire il Paese dalla crisi. Ci preoccupa, quindi, che in questi giorni , in campagna elettorale, c'è chi tenta di spostare l'asse della discussione facendo credere che il problema della crisi occupazionale sia nelle regole e nel costo del lavoro: nello Statuto, nell'art.18, nelle "rigidità" dell'organizzazione del lavoro, nella "poca autonomia" delle parti sociali, nelle retribuzioni troppo alte.

Ma di quale Paese parlano? Negli ultimi cinque anni c'è stata una derubricazione selvaggia: sul versante sia normativo sia contrattuale si è solo paurosamente sbilanciato il sistema dalla parte del soggetto più forte. A nostro parere, sono tante, invece, le storture create che vanno eliminate. Una Repubblica fondata sul lavoro non puo' prescindere dalla certezza del diritto, dalle garanzie per i soggetti più deboli, che valgano a Brindisi come a Torino e, anzi, dovremmo poter dire a Bruxelles, considerando le responsabilità dirette che l'Europa ha rispetto alle scelte politiche di questi anni.

E' ormai ora che l'UE, consapevole del fallimento della politica di austerità imposta agli Stati membri, accolga la proposta di cambiare l'obiettivo della politica economica, passando dal "patto di stabilità" al " patto per la crescita". Sono tanti gli economisti d'accordo con il sindacato su questa necessità, sulle misure da adottare, come, per esempio:

- l'emissione di Eurobond per attenuare il debito pubblico dei singoli Stati;

- puntare a investimenti rivenienti da un nuovo rapporto pubblico/privato finalizzati alla crescita, in cui il pubblico sappia orientare e supportare le scelte e il privato sia disponibile ad investire in nuove attività ciò che oggi riserva solo al profitto;

- adottare programmi per l'occupazione giovanile;

- intervenire con politiche di inclusione sociale per porre un argine alle disuguaglianze.

Susanna Camusso nella Conferenza di Programma, senza infingimenti, ha invitato tutti ad ammettere che la crisi è di una tale gravità che nulla potrà più essere come prima, anche per le grosse responsabilità di chi per tanto tempo ha voluto ignorarla. Già nel febbraio del 2009 la Cgil nazionale scelse proprio Brindisi, per attirare l'attenzione del Paese su una crisi economica e produttiva che non andava sottovalutata. In quell'occasione lavoratrici e lavoratori, venuti da ogni parte d'Italia, denunciarono segnali preoccupanti di aziende che dismettevano settori strategici della produzione, parlarono di processi di delocalizzazione, riferirono i primi report annuali di cassa integrazione.

Come Cgil eravamo consapevoli che fosse prioritario l'intervento del governo attraverso politiche industriali, fiscali e sociali per orientare e sostenere lo sviluppo del sistema produttivo e le tante famiglie in difficoltà, anziché assistere al declino del Paese. Invece c'è stata la totale assenza di politiche mirate. L'attenzione si è concentrata sugli effetti della bolla speculativa sul sistema finanziario, mentre l'economia reale è caduta nella più grave recessione dal dopoguerra.

Le politiche del rigore hanno inciso fortemente sulle condizioni di vita degli italiani, sullo stato sociale e sanitario, sull'istruzione e sulla pubblica amministrazione. Bisognava razionalizzare e riqualificare e invece, con tagli lineari, si sono chiusi uffici, reparti e presidi territoriali, riducendo così i servizi resi ai cittadini e tagliando posti di lavoro. Si possono centralizzare gli acquisti ma non le prestazioni del pronto soccorso, non tagliare l'assistenza domiciliare alle persone non autosufficienti. Si può eliminare un Ente inutile ma non cancellare una scuola. E invece basta approfondire un po' le cifre per capire perché, in questi giorni, anche nella nostra provincia, ci sono Comuni che non riescono a garantire i livelli essenziali di assistenza e perché la sanità è allo sbando.

Dal 2008 in poi i fondi nazionali per le politiche sociali sono stati tagliati del 75%: da 923 milioni a circa 70 milioni, azzerato il fondo per la non autosufficienza , fino al 2014 il taglio programmato nella sanità è complessivamente di 9 miliardi, ridotto a soli 31 milioni il fondo per le politiche per la famiglia e a 8 milioni quello per le politiche giovanili. La spesa per il sistema pubblico d'Istruzione è stata tagliata di 8 miliardi dal Governo Berlusconi. Nulla è stato restituito dal Governo Monti. La legge di stabilità per il 2013 garantisce solo il rifinanziamento alle scuole paritarie e la restituzione di soli 100 mln di euro al Fondo di Finanziamento Ordinario dell'Università rispetto ai 400 mln che erano stati tagliati. Nessuna misura d'intervento a favore degli studenti meno abbienti, anzi le ultime novità sui criteri di accesso alle borse di studio danno una chiara immagine di un sistema che accresce le disuguaglianze: tra ricchi e poveri e tra Nord e Sud.

Tutte le riforme messe in campo hanno avuto come unico obiettivo la riduzione della spesa: da quella del lavoro, all'istruzione, formazione e ricerca, a quella pensionistica. Il risultato concreto è che la contrazione del reddito reale su stipendi e pensioni e il deterioramento del mercato del lavoro hanno fatto crollare i consumi e aumentare in maniera esponenziale le famiglie a rischio di povertà.

Nei passaggi essenziali del Piano del Lavoro come Cgil proponiamo come creare nuovi posti di lavoro e come difendere, riqualificandolo, il lavoro dei settori più tradizionali, puntando a una innovazione e trasformazione strutturale dell'economia in un arco temporale di cinque anni , attraverso progetti operativi e interventi mirati e dimostriamo, la complessiva sostenibilità finanziaria, quantificando la necessità intorno ai 50 miliardi nel triennio 2013/2015.

Le risorse possono essere recuperate soprattutto con politiche fiscali basate su una redistribuzione della ricchezza applicando il criterio della progressività sulla tassazione, dalla tassa sulle grandi ricchezze, sui patrimoni e sulle rendite finanziarie. Si recuperano dall'evasione fiscale e dalla riduzione dei costi della politica.

Rivendichiamo riforme nei settori strategici e su cui bisogna tornare ad investire: la riforma dell'Istruzione, della formazione e della ricerca, della Pubblica Amministrazione, del sistema di politiche attive del lavoro, dei servizi pubblici locali. Una riforma della legalità che, oltre a rappresentare un'emergenza sul piano etico, ripristinata nel ciclo economico, è fonte di reperimento di risorse utili al bilancio Stato e creazioni di nuovi posti di lavoro, per esempio assegnando a chi ne fa richiesta, in tempi brevi, i beni confiscati alla criminalità organizzata.

Altro punto essenziale della nostra proposta è la necessità dell'intervento pubblico su varie direttrici: nella politica industriale, in un welfare nazionale e locale equo e solidale, nell'infrastrutturazione, nelle politiche abitative, nel recupero e nella valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, nella tutela del territorio, nel programma di "garanzia giovani" che si rifà a un pacchetto di misure approvato il 16 gennaio dal Parlamento Europeo e che chiediamo che il prossimo Governo adotti come programma nazionale, per dare una prima risposta concreta alla disoccupazione giovanile.

Chiediamo un piano straordinario per il Mezzogiorno: negli ultimi anni la spesa in conto capitale, (la spesa procapite impegnata per ogni cittadino), è andata sempre più diminuendo per le regioni del Sud rispetto a quella del Nord. Bisogna intanto correggere i meccanismi di calcolo che danneggiano le nostre regioni, anche nella ripartizione dei fondi strutturali europei che, invece, in questa fase, possono rappresentare per il Sud la possibilità del cambiamento. Ma per far questo è necessario svincolare l'utilizzo dei finanziamenti europei dai criteri del Patto di stabilità interna.

Brindisi, come tutta la Puglia, inserita fra le regioni dell'obiettivo convergenza, ha in questi prossimi mesi la responsabilità di non farsi sfuggire la grande occasione dei fondi rivenienti dal Piano di Azione e Coesione per interventi concentrati su quattro ambiti:

  • Inclusione sociale,
  • giovani,
  • competitività e innovazione delle imprese,
  • aree di attrazione culturale.
E' fondamentale una presa in carico degli Enti preposti per una programmazione mirata di interventi, perché la sfida è saper intercettare tutti i finanziamenti necessari per la ripresa economica e per creare nuova occupazione.

E come creare posti di lavoro? La priorità è la messa in sicurezza del territorio, che, nello specifico, a Brindisi, significa soprattutto bonifiche, risanamento dell'ambiente e prevenzione, investimenti nell'innovazione e nella ricerca tecnologica per la sostenibilità degli impianti industriali esistenti, ma anche per il riutilizzo delle aree che possono già essere restituite a destinazione d'uso per nuovi investimenti orientati a produzioni verdi per settori strategici (edilizia, chimica, energia, aeronautica, agricoltura).

A Brindisi significa chiudere il ciclo dei rifiuti puntando a una raccolta differenziata spinta e creando una filiera produttiva di materiali riciclati, significa interventi nell' edilizia scolastica e nella riqualificazione urbana, infrastrutture per la logistica, aprendo finalmente tutti quei cantieri per l'esecuzione di opere già finanziate, significa valorizzazione di porto e aeroporto nei sistemi nazionali ed internazionali. Interventi che devono basarsi su nuove tecnologie applicate in termini di processo e di prodotto e tutto ciò produce lavoro qualificato.

Interventi sul territorio anche come patrimonio artistico e culturale oltre che naturale, intervenendo sulla costa, destagionalizzando l'offerta turistica; come rilancio dell'agricoltura, investendo sui giovani, puntando alla qualità dei prodotti tipici, allo sviluppo della filiera produttiva nell'agroindustria e all'accorciamento della catena distributiva. Significa incidere sul sistema degli appalti, sia nell' industria che nel commercio puntando ai contratti di sito e di filiera.

Per Brindisi, come per ogni parte d'Italia per concretizzare tutto questo, c'è bisogno di una politica industriale nazionale, di un Governo che attraverso anche un'industria pubblica sappia orientare le scelte e sostenere gli investimenti verso produzione e prodotti sostenibili, perché scegliere la sostenibilità significa tutelare il bene collettivo e nello stesso tempo puntare al risparmio rispetto ai costi dell'inquinamento. Non c'è contrapposizione tra salute e lavoro, purtroppo la si crea quando non si fanno gli investimenti necessari per la sostenibilità e non si rispettano le regole.

Anche da noi, inoltre, si crea lavoro qualificato nel pubblico, con la riorganizzazione della Pubblica amministrazione, del sistema di Istruzione e con un sistema di Welfare che non sia considerato solo un costo ma un motore di sviluppo. Si può aggredire infatti il precariato e farlo diventare lavoro stabile attraverso nuove norme per le assunzioni, rilanciando la realizzazione della rete integrata dei servizi socio-sanitari, riqualificando il lavoro di servizi oggi esternalizzati che invece potrebbero rientrare in una gestione diretta del pubblico ricavandone anche un risparmio economico.In conclusione, chi ha letto il Progetto Italia di Confindustria potrà convenire che ci sono elementi di analisi e proposte d'intervento convergenti con il Piano del Lavoro della Cgil, ma ci sono altresì questioni di merito sull'organizzazione del lavoro, sulle regole, sull'inserimento e la formazione del "capitale umano" , sul sistema di welfare e sul ruolo dell'intervento pubblico, che ci vedono distanti. Senza sminuire il peso delle differenze, il punto ora è quanto si è disposti al confronto e a condividere soluzioni.

Oggi, a Brindisi, un patto territoriale è possibile se riusciamo a mettere insieme le misure d'intervento che chiediamo a favore delle imprese e dell'occupazione, a condizione che l'obiettivo sia lavoro stabile e qualificato, perché, come Cgil, siamo convinti che Brindisi non sia un territorio in svendita e la capacità per promuoverlo sta innanzitutto nel credere che la sfida del cambiamento e della competitività si vince puntando alla qualità e all'innovazione, dando speranza a chi un lavoro l'ha perso e futuro a chi un lavoro ancora non ce l'ha.

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