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Italo Giulio Caiati

Italo Giulio Caiati

Due calci anche alla storia? Ricordare i disastri del connubio pallone-politica

BRINDISI - E’ come una cancrena che da oltre mezzo secolo affligge la radice morale di questa città. Il nome del virus lo conoscono tutti e, nonostante la televisione ci abbia consentito di normalizzarne la passione, il calcio continua ad essere una delle malattie che hanno procurato i danni più rilevanti alla nostra città. In nome del calcio a Brindisi, politicamente parlando, si sono consumate le peggiori nefandezze. Soprattutto nell’urbanistica.

BRINDISI - E' come una cancrena che da oltre mezzo secolo affligge la radice morale di questa città. Il nome del virus lo conoscono tutti e, nonostante la televisione ci abbia consentito di normalizzarne la passione, il calcio continua ad essere una delle malattie che hanno procurato i danni più rilevanti alla nostra città. In nome del calcio a Brindisi, politicamente parlando, si sono consumate le peggiori nefandezze. Soprattutto nell'urbanistica.

Nella seconda metà degli anni '50, quando la Democrazia Cristiana di Caiati partì all'assalto del Comune, cancellando il Piano Regolatore Generale, quello firmato dal professor Carlo Aymonino e votato dall'ultima maggioranza di sinistra nel 1956, si servì della squadra di calcio affidandone la gestione ad un gruppo di imprenditori edili, quelli che avrebbero poi attuato quel "sacco" della città che oggi unanimemente si denuncia, soprattutto per l'abbattimento di storici palazzi e l'impoverimento del centro storico.

Grazie al pallone, la Dc nel 1960, prima volta nella sua storia, conquistò la maggioranza assoluta alle elezioni comunali, ed un palazzinaro, il cav. Franco Carletti, presidente del Brindisi Calcio, divenne assessore allo Sport. A garantire tutti, ovviamente, l'on. Italo Giulio Caiati che assunse la responsabilità di assessore ai Lavori Pubblici che all'epoca comprendeva anche l'Urbanistica.

Furono gli anni della cuccagna. Brindisi era un cantiere senza soluzione di continuità. Una mostruosità. Si costruiva ovunque, gli standard urbanistici erano un'astrusità dei nemici della modernità, il verde pubblico un optional da fricchettoni, la tutela monumentale un fastidioso orpello burocratico. La gente vedeva e taceva: almeno la domenica si andava al campo sportivo. Se i costruttori tiravano i remi in barca, poco male. C'erano dietro l'angolo gli esattori delle tasse comunali all'epoca ben più numerose di quelle attuali (ricordate Aquaro?), che in cambio dell'appalto si sobbarcavano il peso della squadra.

E dopo venne Franco Fanuzzi che portò il Brindisi dalla serie D alla B, cosa mai più accaduta dopo di allora. Che prezzo pagò la città a Fanuzzi? Un prezzo enorme, la cui cicatrice è indelebile. Un ingorgo urbanistico e architettonico che ha cambiato per sempre l'immagine e la vita di Brindisi. Il vecchio quartiere popolare di San Pietro degli Schiavoni venne raso al suolo per far posto alla ferraglia del nuovo teatro "Verdi", e in piazza Cairoli, nell'area dove sorgeva il vecchio teatro, Fanuzzi realizzò un immenso palazzone (alcune migliaia di metri cubi) che vendette già parecchi anni prima che terminassero i lavori di costruzione del teatro nuovo, che dovevano essere a suo carico.

La storia, come tutti sanno, andò a finire diversamente e i costi per la costruzione del "Verdi" sono stati quasi tutti a carico dei brindisini, così come a carico delle casse comunali sono stati gli ingenti danni (in qualche caso i giudizi sono ancora in corso) che la città ha pagato ai proprietari di suoli abusivamente occupati all'epoca di Caiati assessore per costruire palazzi alla Commenda o al Paradiso. Tutto sull'altare del dio pallone. Così è andato avanti il sistema, il connubio tra pallone e affari legati all'attività della pubblica amministrazione, o meglio del Comune, è stato sempre solido, sino alla incredibile vicenda di Salucci.

Si sperava che con la gestione della società calcistica da parte della famiglia Barretta qualcosa cambiasse, ma tutto sembra andare nella solita direzione. Certo i Barretta, pur avendo qualche interesse privato che coincide con quello pubblico, basti pensare alla stazione rimorchiatori nel porto interno del cui trasferimento non si parla più, non hanno fatto ricatti. Hanno detto basta, punto. Hanno iscritto la squadra al campionato ed hanno dato trenta giorni al Sindaco per trovare una soluzione.

Ci ha pensato qualche tifoso (disinteressato?) a suggerire la soluzione. Se il basket è sponsorizzato dall'Enel che inquina con il carbone, perché non obbligare la British Gas, che vuole costruirci un rigassificatore sul lungomare, a sponsorizzare la squadra di calcio? Se non ci sono remore di carattere etico per il basket, perché dovrebbero esserci per il pallone? Non è proprio così, si potrebbe obiettare a lungo e non basterebbe un giornale, basta ricordare che la centrale di Cerano c'è già e il rigassificatore invece ancora no. E contro cui le istituzioni al completo si stanno opponendo.

Diciamolo chiaramente: con le gasiere, oppure con le carboniere, i fratelli Barretta grazie a Dio di lavoro ne hanno abbastanza. Certo in teoria con il rigassificatore potrebbero averne di più, ma è solo una ipotesi perché poi sono le leggi di mercato che decidono. Il problema quindi resta quello di una città che su pressione di una minoranza chiassosa, dovrebbe rinunciare alla sua autonomia, alla sua dignità, al suo orgoglio, alla sua storia per il pallone. Una massiccia partecipazione alla protesta di domani sarebbe la migliore risposta a questa provocazione.

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