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Il renzismo e l’errore di appioppare etichette cospargendo di astio i nuovi processi politici

La scorsa settimana ho scritto su BrindisiReport un pezzo in cui criticavo la decisione di Emiliano di tenere per sé l'assessorato alla sanità in caso di vittoria con l'argomento che stiamo entrando in una fase di eccessiva personalizzazione della politica

La scorsa settimana ho scritto su BrindisiReport un pezzo in cui criticavo la decisione di Emiliano di tenere per sé l’assessorato alla sanità in caso di vittoria con l’argomento che stiamo entrando in una fase di eccessiva personalizzazione della politica. Su Facebook l’articolo è stato postato con alcuni commenti favorevoli e soprattutto, alcuni, con la motivazione che i miei argomenti sarebbero apparsi utili soprattutto perché maneggiati da un “renziano” (sarei io!).

Per molto meno potrei querelare (scherzo ovviamente). Tuttavia lo scherzo mi serve a porre un quesito a ciò che resta della sinistra. Questo: è possibile discutere senza darsi etichette? Prima del ‘68 c’era una canzoncina di Ivan Della Mea , cantautore di estrema sinistra ormai scomparso, che recitava un verso con una parola forte ma non censurabile che diceva così: “Dare etichette è sempre da coglioni/ chi ci guadagna poi sono i padroni/ almeno che il gioco sia finito/ allora ci guadagna anche il partito”. Versi anarchici, sostanzialmente, che tuttavia confermavano sia la tendenza alla “schedatura” sia l’insofferenza verso di essa.

Non mi va di smentire di essere o no renziano. Con la mia storia non posso esserlo e il fatto che sia fra quelli che crede che bisogna valutare il premier sul medio periodo e che lui sia frutto degli errori della sinistra che la sinistra del Pd continua a commettere non consente questa etichettatura.

Ma tant’è! Il problema culturale e politico è che dovremmo smetterla di metterci magliette che non hanno i colori veri e vivaci di una volta. C’è un elettorato volatile e c’è anche un atteggiamento volatile. Io personalmente, avendo chiuso con la politica attiva, e non essendoci un partito di sinistra riformista che mi piaccia, mi sento libero di appoggiare o no gli atteggiamenti del provvisorio leader del centro-sinistra a seconda delle scelte concrete che fa. Rifiuto in via di principio due cose: mi rifiuto di considerarlo, perché estraneo alla mia storia, una specie di uomo di destra simil-berlusconiano, mi rifiuto di sentire il richiamo della foresta dei mei ex compagni di partito sulla base solo del ricordo e della memoria.

Appartengo a una generazione lungamente e largamente diffamata. Eppure dal ‘68 in poi abbiamo fatto cose belle e utili per la sinistra e per il paese. Abbiamo fatto anche tanti errori. Tutti riconosciuti. Soprattutto abbiamo gestito male il post-Pci. Non commettiamo l’ultimo errore di cospargere di astio i nuovi processi. Personalmente ho refrattarietà e irritazione verso tutti i populismi, verso i masanielli, verso i nuovisti senza cultura. Però poi li voglio giudicare sul campo. Così chiedo per le mie idee. Le etichette lasciamole alle mode perché oramai non vincono più né i padroni né il partito.

Il renzismo, l’errore di appioppare etichette e di cospargere di astio i nuovi processi politici

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