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Il peggio tornerà in campo: e per cambiare non basterà lo sdegno

Tra pochi giorni inizierà l'ennesima tornata elettorale che porterà con sé le reiterate cattive abitudini a cui ormai assistiamo passivamente: l'invasione di santini, la presentazione di candidati mai visti o perennemente impressi sulla cellulosa dei manifesti politici e chi più ne ha più ne metta

Tra pochi giorni inizierà l’ennesima tornata elettorale che porterà con sé le reiterate cattive abitudini a cui ormai assistiamo passivamente: l’invasione di santini, la presentazione di candidati mai visti o perennemente impressi sulla cellulosa dei manifesti politici e chi più ne ha più ne metta. Il salvatore della patria assumerà più volte il volto di uomini e donne, giovani o navigati condottieri degli ideali di giustizia e incorruttibili virtù che rischiano di avere la fugace vita dell’ibisco.

Nelle settimane passate sono stati numerosi i richiami ad una politica migliore, al ritorno di valori cavallereschi ormai abbandonati, tutti articoli degni di nota scritti da professionisti in buona fede o da personaggi dalle ottime capacità camaleontiche. Il messaggio comune a tutti gli articoli sopracitati è uno solo: invitare la politica ad essere più digeribile e gli elettori a esser più smaliziati nella scelta dei propri rappresentanti.

Troppe volte le elezioni assumono contorni sfumati e sembianze offuscate, tanto da non capire più dove sia la verità di chi propaganda e l’effettiva dignità di chi vota il prossimo candidato a un avviso di garanzia. Un grande scrittore che ci ha lasciato pochi giorni fa, ma continuamente presente nelle prossime righe, ha detto che l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.

Quindi, nel difficile tentativo di rappresentare la verità e nell’ingravido compito di descriverla come vorremmo, bisogna ammettere che da qui a poche settimane vedremo il solito malcostume che ha segnato le campagne elettorali passate. Senza alcun timore o senso di vergogna sappiamo che non basta un tromba d’aria giudiziaria per spazzare il cielo e pulire la scena politica da detriti di anni e anni di mala politica.

L’insana passione per la verità ci porta a credere che i poteri forti continueranno a soffiare su una città utilizzata da sistemi economici che ne hanno violentato il paesaggio e cultura, e che troveranno certamente candidati che saranno ricettacolo di voti su cui si baseranno alleanze e sottili strategie politiche.

Del resto sono gli uomini piccoli che sembrano normali e la nostra città è normalissima nel suo ripetersi di caos e progettualità retrospettiva. Il posto di lavoro sarà ancora un’arma, un ricatto e poco importa se quel posto di lavoro non porta nulla alla comunità e al suo sviluppo. Sarebbe auspicabile se, in questa tornata elettorale, i candidati fossero pronti a dimettersi prima della regolare scadenza del loro mandato qualora disattendessero le promesse che scenderanno a pioggia come a voler compensare la siccità di questo inverno. 

Personalmente non ho mai letto un solo programma politico in cui il candidato sindaco o gli aspiranti consiglieri abbiano promesso una città peggiore, più disoccupazione per tutti e piena disponibilità ai pagamenti in nero. Eppure quasi ogni volta tutti ci ricaschiamo. Caschiamo anche nell’antipolitica, nel fare di tutta l’erba un fascio, nel giudicare persone colpevoli di lavori in città che sono passati solo nelle segrete stanze, lontane dall’effettiva possibilità di miglioramento previste dalle commissioni.

Chi sarà intellettualmente libero o non troppo pigro dal non sapere nulla su chi affida il proprio voto, esprimerà la propria preferenza dopo attente valutazioni. Fare una tesi significa divertirsi e la tesi è come il maiale, non se ne butta via niente. Questo sarebbe già un grande punto d’arrivo in quanto processo libero dalle voci di voti comprati da buoni di benzina o da altri regali “disinteressati”.

Il timore che mi pervade è che a breve possa scemare l’ondata emotiva di sdegno verso chi ha lucrato sulle sorti della nostra città e che il loro modus operandi rifaccia capolino. Il potere è qualcosa che cambia le persone e alcune di loro cambiano solo per poter ambire ad esso.

L’utilizzo della res pubblica per fini meramente personali sta diventando un brutto costume tipicamente italiano e un verso di una vecchia canzone di Alex Britti descrive in modo crudo e semplice cosa spinge certi individui a utilizzare in maniera privata il potere, come se fosse il sugo sulla pasta: “finché non è finito non saprò mai dire basta”.  Una dipendenza morbosa che pesa sul futuro di bambini e adolescenti che chiedono un futuro diverso, un futuro più giusto.

Quando entra in gioco il possesso delle cose terrene, è difficile che gli uomini ragionino secondo giustizia, ma nei nostri spazi, in quello spazio che va dall’isola di Sant’Andrea sino alle campagne limitanti i quartieri più sconnessi della nostra città, passando per litorali devastati a nord come a sud il limite è stato superato da un bel pezzo. “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus” ("la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi" è anche la frase conclusiva del romanzo “Il nome della rosa” di Umberto Eco), la speranza è che di questo triste passato rimanga solo il nome.

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