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Tomaselli: "Ora il Pd brindisino ha bisogno di un nuovo congresso"

L'ultima tornata elettorale ci consegna alcuni dati oggettivi su cui riflettere. In primo luogo la crescita a livelli ormai strutturali dell'astensionismo: lo abbiamo visto nel voto regionale ma anche in molte realtà impegnate nello stesso voto amministrativo, per definizione il voto più coinvolgente

L'ultima tornata elettorale ci consegna alcuni dati oggettivi su cui riflettere. In primo luogo la crescita a livelli ormai strutturali dell'astensionismo: lo abbiamo visto nel voto regionale ma anche in molte realtà impegnate nello stesso voto amministrativo, per definizione il voto più coinvolgente. É un dato omogeneo, che ha certo riguardato tutto il paese, ma che ha pienamente coinvolto la Puglia e la nostra provincia. Credo che sia doveroso per il PD occuparsene anche quando vince come accaduto in Puglia e in molte altre regioni: non siamo infatti davanti ad un fenomeno da cui il centrosinistra possa ritenersi estraneo o non coinvolto, poiché per un numero sempre maggiore di elettori l'astensione appare una scelta ponderata più che una scelta anti sistema o qualunquista.

Una tendenza che ci parla di una politica sempre meno attrattiva e coinvolgente, attraversata da veri e propri miasmi che producono sommovimenti profondi dal punto di vista culturale prima ancora che politico, la cui prima risposta è proprio l'astensione: torna la mai definitivamente risolta questione etica e morale con epicentro le vicende di Roma; il complesso dramma dei migranti chiama in causa le politiche e le sensibilità diffuse in tema di sicurezza, nonché lo scetticismo verso una Europa che rivela tutta la sua inadeguatezza ad assumere iniziative condivise; e, sullo sfondo, la crisi economica ancora irrisolta con gli sconvolgimenti che ha prodotto in tante famiglie e imprese.

Lo stesso PD paga un prezzo elettorale a tutto ciò, lo si è visto ancora più chiaramente nell'esito del turno di ballottaggio in molte città dal Veneto alla Toscana alla Sicilia: risultati che chiamano in causa la stessa qualità della nuova stagione apertasi, dapprima nel partito e poi nella guida del paese, con la leadership di Renzi. Ovvero, un tema su cui varrà la pena tornare con più spazio ed argomenti: una leadership che mostra tutta la sua forza fatta di capacità di decisione, di necessaria discontinuità e di riforme coraggiose (per quanto controverse) più nell'azione di governo che nella guida del partito. Partito che, in questi diciotto mesi, specie nei territori appare abbandonato a se stesso, piegato a dinamiche tutte interne a lotte tra gruppi di potere o modellato su leadership locali fortemente autoreferenziali ed autonome, come insegnano le storie di De Luca ed Emiliano.

In Puglia abbiamo vinto nettamente ma lo abbiamo fatto "mobilitando" meno pugliesi e potendo contare su una coalizione più ampia di quella del 2010. E qui credo vi sia un secondo dato: l'aver promosso e offerto ai pugliesi un cartello di forze disomogenee e con larghi strati di un "ceto politico" che ha attraversato molte stagioni e fasi della vita politica regionale e dei territori, ha dato una idea debole di questo "rassemblement" che solo la forza e l'autorevolezza intrinseche  del candidato presidente Emiliano hanno in qualche modo attutito e nascosto. Tutto ciò è divenuto palpabile in quella che, a mia memoria, è stata una delle campagne elettorali più "misere" dal punto di vista politico che ricordi: tutta basata unicamente sulla iniziativa dei singoli candidati e priva di sostanziali messaggi politici unitari, sia da parte delle forze politiche e delle liste della coalizione sia dal punto di vista dei contenuti e dei programmi, se si escludono, appunto, le iniziative promosse da e con Emiliano.

E lo stesso lodevole sforzo del candidato presidente a promuovere liste civiche inclusive è stata l'occasione più per il "riposizionamento" politico sotto il vincente di turno di vasti settori di ceto politico, anziché per la promozione di una nuova leva di classe dirigente proveniente dalla società civile e dalle professioni: complice anche la riduzione del numero dei consiglieri il centro sinistra pugliese compie il capolavoro di non eleggere una sola donna e di eleggere in larga misura politici di lungo corso.

Un sistema elettorale basato sulle preferenze e sulla ricerca esasperata del consenso (su cui si dovrebbe riflettere con più serietà e meno emotività e demagogia) corrode la natura stessa dei partiti e li trasforma in somma di comitati elettorali concorrenti e in competizione tra loro. E fin qui, andrebbe anche bene. Salvo, poi, assistere ad alleanze trasversali e spregiudicate sempre più improbabili tra pezzi di ceto politico locale normalmente distanti, come abbiamo visto nel voto alle regionali e ancor di più nel voto amministrativo in alcuni comuni anche della nostra realtà. In alcuni dei quali, in nome del voto di preferenza o della conquista del governo cittadino, questi fenomeni finiscono per lambire disponibilità ad accogliere finanche consenso da settori della società contigui con ambienti ai confini della legalità: tema di straordinaria preoccupazione su cui ritengo necessaria una urgente riflessione politica ed istituzionale, anche a livello nazionale.

Insomma, non credo di dire una eresia se dico che di fronte a questi meccanismi degenerati di ricerca del consenso e di cedimento della funzione delle formazioni politiche evapora ogni sembianza di comunità politica a vantaggio di un mero scontro di potere, da cui le persone perbene scappano e i mestieranti della politica restano. Ognuno provi a declinare queste affermazioni con il tale comune, la tale vicenda amministrativa locale, la tale lista o coalizione e troverà, io credo, purtroppo, qualche esempio concreto anche nel nostro territorio.

In tale contesto, credo che il PD debba fare i compiti in casa propria. Nei giorni scorsi Fabrizio Barca, con coraggio e realismo, ha consegnato il suo rapporto sullo stato del PD nella città di Roma. Nella analisi dello stato dei circoli ne sono stati individuati alcune decine "in cui prevalgono interessi particolari che sovrastano o annullano gli interessi generali o sono arena di scontro di poteri. Il Circolo è dannoso perché blocca il confronto sui contenuti, premia la fedeltà di filiera, emargina gli innovatori". Mi chiedo: in tutta onestà, possiamo tranquillamente escludere che tale definizione si possa applicare anche ad un solo circolo della nostra provincia? Ed ancora: quanti in questo PD, qui a Brindisi, sono disposti a mettersi in gioco per sconfiggere queste crescenti distorsioni ed il sistema diffuso di gestione del potere locale di cui si alimentano e per ricostruire le condizioni dello "stare insieme"?

A questo pensavo quando qualche settimana fa ho avanzato la necessità di un passaggio congressuale: un momento ri-fondativo del PD nella nostra realtà, una occasione di rilettura di una realtà sociale ed economica, oltre che politica, che mostra da tempo segnali di sofferenza e difficoltà. Una occasione, certo, anche per immettere nuova linfa nella gestione e nella presenza sul territorio di una organizzazione da tempo statica e che sembra aver esaurito la stessa dose di innovazione pure apportata, tra luci ed ombre, dal "renzismo" di periferia. Insomma una occasione per aprire porte e finestre a nuove idee e nuovi protagonisti e non certo una ennesima occasione di conta tra mestieranti di vecchia e nuova generazione per la conquista di posizioni. Perché, se mai dovesse prevalere questa seconda strada, ancora più numerose sarebbero le persone libere e perbene che abbandonerebbero questa comunità.

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