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Intervento/ Sarò in piazza con la Cgil: sul lavoro questo governo sbaglia

Sabato 25 ottobre sarò pure io a Roma tra i partecipanti alla manifestazione della Cgil sul lavoro e sui diritti. Ho partecipato a molte altre manifestazioni ma questa volta provo un po' di disagio e di rabbia, mentre, forse, qualcun'altro gode per la divisione che tale occasione sta determinando all'interno del Pd

Sabato 25 ottobre sarò pure io a Roma tra i partecipanti alla manifestazione della Cgil sul lavoro e sui diritti. Ho partecipato a molte altre manifestazioni ma questa volta provo un po' di disagio e di rabbia, mentre, forse, qualcun'altro gode per la divisione che tale occasione sta determinando all'interno del Pd. Disagio e rabbia perché una parte del mio partito ritiene questa manifestazione un inutile e isolato grido contro un governo coraggioso e fattivo.

Gli aggettivi si sprecano. Si respira un clima di intolleranza nei confronti di chi non condivide le politiche del lavoro e le scelte che questo governo sta portando avanti. Esprimere il proprio dissenso in una manifestazione di piazza è un atto democratico che non richiede solo rispetto ma soprattutto ascolto e disponibilità al dialogo. E dopo la manifestazione è compito di tutti (Cgil compresa) e di chi ha le leve del governo predisporsi ad un dialogo per trovare soluzioni ai grandi problemi che la manifestazione pone: lavoro e diritti per tutti.

Lo stesso disagio lo proveranno le centinaia di migliaia di lavoratori, di pensionati, di giovani che vi parteciperanno. Molti di questi hanno votato e votano Pd. Gran parte di essi fanno parte di quel 40,8% delle ultime elezioni europee e di quel 25% del 2013, quelle di Bersani che hanno consentito a Renzi di "prendersi" il governo. In piazza non ci saranno conservatori ma convinti protagonisti di tante battaglie per il cambiamento, sostenitori di un processo riformatore il cui verso in parte non coincide con quello propugnato e praticato da questo governo.

Ma uno dei fattori che mi ha spinto ad essere in piazza è stata la motivazione che il Presidente del Consiglio e segretario del mio partito ha voluto dare all'abolizione di ciò che è rimasto dell'articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Libertà di licenziare come diritto dell'impresa e come condizione per creare lavoro e eliminare il precariato. Sono affermazioni gravi, antistoriche e fuorvianti. Il lavoro si crea non certamente licenziando o dando all'impresa libertà di licenziamento. L'impresa ha bisogno soprattutto in una fase recessiva di ben altro! Sostegno agli investimenti, contributi per l'innovazione, ripresa degli investimenti pubblici.

L'aver fatto passare nel senso comune e tra i giovani, i precari, i disoccupati che l'art.18 (la giusta causa per il licenziamento individuale) un privilegio dei garantiti e un ostacolo per allargare ed estendere la base occupazionale e produttiva, è un atto irresponsabile, grave, illusorio. Contrapporre precari e disoccupati ai garantiti, rompere la solidarietà tra generazioni, liquidare le rappresentanze sociali come una eredità malinconica, armare una parte dell'Italia contro un'altra, affermare che in piazza c'è un monologo di protesta e alla Leopolda il dialogo, non è una scelta che porta lontano e comunque una scelta del genere non può essere fatta dalla sinistra.

Non è certamente la possibilità di ricorrere al giudice da parte di un lavoratore, come succede in gran parte dell'Europa, contro un licenziamento senza giusta causa e non motivato che ha creato la crisi o che rende impossibile o difficile una ripresa e una crescita. E non è con i decreti e le deleghe in bianco al governo che si riforma il mercato del lavoro. Nessuno a sinistra nega il bisogno di una riforma e di un nuovo assetto degli strumenti, delle procedure, per essere più aderenti alle nuove realtà produttive, così come è maturo il tempo di rivedere lo stesso ruolo dei lavoratori e dei sindacati all'interno delle aziende con un rapporto contrattuale anche salariale legato alla produttività.

E su questo la stessa Cgil e la stessa sinistra hanno bisogno di uscire dalla difensiva e avere più coraggio. Penso al coraggio di un tempo della Cgil quando con la svolta dell’Eur mise fine al salario variabile indipendente, o al contributo dato alla politica dei redditi, o all'idea del diritto all'informazione sugli investimenti e al piano di impresa discusso preventivamente con i lavoratori. Mi auguro che la manifestazione abbia la forza di essere l'espressione più avanzata del mondo del lavoro e l'occasione per un rilancio sui temi dell'occupazione, dei diritti e del dignità del lavoro in termini tali da unire un paese che qualcuno vuole dividere e per riproporre il peso del lavoro per qualsiasi politica di crescita e di sviluppo.

Il nemico dei giovani non è il sindacato e ne' tantomeno una sinistra che non intende rinunciare a dare rappresentanza al lavoro e ai lavori, in quanto espressione e condizione della persona, della sua condizione e libertà. Quando la disoccupazione giovanile supera ormai il 43%e nel Sud il 50% ci vuole ben altro che l'abolizione dell'art. 18. Ci vogliono politiche pubbliche di investimenti, piani straordinari ed eccezionali come quelli che furono realizzati nel secondo dopoguerra.

L'attuale struttura produttiva del paese con o senza art.18 non è in grado di garantire da sola una crescita. Quando in 6 anni si perde il 25% della capacità produttiva è chiaro che c'è bisogno di interventi pubblici massicci in grado di creare nell'immediato occupazione e sviluppo. Ma di questo nella stessa legge di stabilità presentata in questi giorni non c'è traccia. I provvedimenti in essa contenuti se pur importanti sono ancora di natura monetarista e tesi solo ad aumentare la domanda interna. E questo non è sufficiente.

La sinistra parta da qui per ricostruire un ruolo e una proposta di mobilitazione e di dialogo con l'intero paese e soprattutto con i giovani. Lo deve fare anche per combattere coloro che vogliono farla passare come conservatrice e responsabile del mancato cambiamento di questi anni durante i quali in Europa e in Italia c'è stata, non contrastata sufficientemente, solo una deriva liberista di cui stiamo pagando le conseguenze.

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