Intervento/ Una classe dirigente senza titoli

Bene ha fatto Alfredo Passante a mettere il dito nella piaga con la franchezza che lo caratterizza. Il modo in cui viene selezionata la classe dirigente è, infatti, il problema dei problemi; quello cui si legano la trasparenza, la competenza, l’efficienza dei partiti e delle istituzioni.

Vincenzo Iaia

Bene ha fatto Alfredo Passante a mettere il dito nella piaga con la franchezza che lo caratterizza. Il modo in cui viene selezionata la classe dirigente è, infatti, il problema dei problemi; quello cui si legano la trasparenza, la competenza, l’efficienza dei partiti e delle istituzioni. In una parola, la loro credibilità. La crisi della politica non è il flagello mandato in terra da una qualche divinità avversa come la peste nell’accampamento acheo, bensì  la diretta e inevitabile conseguenza di un patto scellerato tra mediocri (con tante eccezioni), che hanno occupato partiti e istituzioni e li utilizzano per la promozione di sé sul piano sociale ed economico.

E la fortezza eretta è così inespugnabile che abbiamo più volte visto scorrere i titoli di coda e scoperto poi che nella sceneggiat(ur)a successiva i protagonisti erano sempre gli stessi. Personaggi che usano “occupare” i partiti e le istituzioni, nemmeno sfiorati dall’idea che l’impegno politico è un servizio da rendere alla collettività anche a costo di rimetterci, visto che nessuno ci ha costretti. E che militare voglia dire farsi portatore di istanze e interessi pubblici, cui dare risposte le più corrette ed efficaci.

Abbiamo, invece, assistito ad una corsa all’applauso, ai salamelecchi più smaccati pur di conquistarsi il sostegno alle proprie ambizioni, a quello spazio da tempo adocchiato e che sembra fatto su misura per le aspirazioni carrieristiche del valvassino di turno. Sanno che si fa così, che quella è la strada da battere, ben più abbordabile dello studio, della formazione, della militanza, del sacrificio, della coerenza, dell’onestà (non contrabbandata ad ogni piè sospinto, bensì semplicemente e silenziosamente testimoniata con la propria esistenza),  sulla base dei quali si dovrebbe accordare la fiducia al personale politico da proporre al giudizio degli elettori.

E’ vero che viviamo una profonda mutazione della civiltà e che, per dirla con Alessandro Baricco (I barbari, Feltrinelli), la muta dei barbari che avanza e che tutto contamina predilige il surfing all’approfondimento, il mantenersi alla superficie delle cose alla fatica dello studio, però la responsabilità della politica incide sulla carne viva degli amministrati e non possiamo, noi del Pd, avallare e rafforzare il luogo comune del “sono tutti uguali”!

Non affermo niente di originale se faccio notare che negli ultimi anni il livello qualitativo degli amministratori pubblici è incredibilmente crollato e che il fenomeno ha investito tutte le istituzioni, non escluse le due Camere. E che, lo dico a malincuore, la caduta non ha risparmiato neppure  il Partito democratico. Volutamente sorvolo sulla non esaltante parentesi delle primarie decembrine.

E allora scegliamo uomini e donne che abbiano qualcosa da dire e conoscano le cose da fare per rendersi utili ad un territorio che somiglia sempre più ad una plaga devastata dai lanzichenecchi, condannata da alcuni decenni a questa parte ad una sterile guerriglia tra parti contrapposte, che ha avuto come unico esito un frenetico circoscritto tramestio votato all’immobilismo. E sì; cos’altro può generare, del resto, una conflittualità tutta spesa sui personalismi e giammai su una diversa prospettiva di sviluppo della nostra provincia?

E a tal proposito: si è mai affrontata, meglio, è mai balenata nella mente di chi di dovere la fatica di chiamare ad un confronto serrato la classe dirigente del Partito per elaborare una visione unitaria ad un auspicabile tentativo di rilancio dell’economia brindisina, anche attraverso la individuazione (si badi bene: non invenzione) di una identità culturale, nel senso più lato del termine, come brand da lanciare sul mercato globale? Possiamo, forse, affermare che l’elettorato provinciale conosca la “ricetta” del Partito Democratico per il rilancio della nostra esangue economia, per il risanamento ambientale, per un’efficace azione di marketing territoriale?

E’ una carenza figlia della inadeguatezza, ancor più grave perché, in assenza delle passate contrapposizioni ideologiche, contribuisce al venir meno di quel senso dell’appartenenza che fa sentire il Partito come parte integrante della propria esistenza e che, per ciò stesso, traduce il fare politica in un impegno nobile e gratificante.

 

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