Sabato, 24 Luglio 2021
Politica

"Lo sviluppo di Brindisi è quello di tutta la Puglia meridionale"

L'europarlamentare Caroppo: "Mettiamo da parte i particolarismi politici e territoriali, la città ha le infrastrutture per essere volano di un territorio più ampio"

Andrea Caroppo

BRINDISI – Non deve sottovalutarsi. Brindisi ha le infrastrutture e la posizione strategica per potersi rilanciare: è la visione politica ed economica di Andrea Caroppo, europarlamentare di Sud in Testa e componente della commissione Industria, energia e ricerca al Parlamento Europeo. Ma per poter fungere da volano per un territorio più ampio – Brindisi è la porta del Salento – occorre che “tutti gli attori mettano da parte i particolarismi, di bandiera e di provenienza”. Occorre fare quadrato e intercettare più fondi possibili – spiega il leccese Caroppo – per rilanciare il territorio. Partiamo dai Contratti istituzionali di sviluppo. Di recente il ministro per il Sud e la Coesione territoriale Giuseppe Provenzano ha spiegato che devono essere allargati a un'area vasta, non rimanendo confinati alle sole città di Brindisi e Lecce.

Cis allargati. E' un bene?

“E' un obbligo, più che altro. Partiamo dal presupposto che la finalità istituzionale è esattamente questa: mettere insieme una serie di progettualità che riguardino un territorio inteso più ampio rispetto a quello del singolo comune. E che colleghino in maniera funzionale progetti strategici, che determinino un ritorno di crescita per le imprese, per la qualità di vita e soprattutto per l'occupazione”.

Che tipo di investimenti potrebbero essere attuati?

“Ormai è un anno e mezzo che si parla di Cis. Ci sono state diverse lungaggini. Dobbiamo parlare per la prossima programmazione, 2021-27. Il ministro Provenzano ci chiede di non fare una mera elencazione di progetti, ma di guardare a una visione complessiva. Tra l'altro proprio ieri (30 novembre, ndr) c'è stato un incontro in Prefettura. Io ho sempre proposto che i Cis si concentrassero sul territorio cerniera tra i due comuni capoluogo. Mi pare si stia andando in questa direzione”.

Che ruolo può avere l'industria “storica” in questa visione?

“Identifico alcune necessità, con Brindisi che deve fare da pivot dell'area più vasta. Negli anni ci sono stati vari tentativi da parte dei territori del Sud di abbandonare un'area economica importante. Io chiedo che la vecchia industria non vada abbandonata in toto, credo che una serie di realtà debbano andare nella direzione di uno sviluppo eco-sostenibile e digitale”.

Viene da pensare alla Cittadella della ricerca.

“Sì, assolutamente. Già oggi lì insistono realtà molto importanti. Partendo da quello che già c'è, credo che tutta la politica brindisina debba fare quadrato intorno alla Cittadella e chiedere alle realtà produttive multinazionali di implementare a Brindisi i loro centri di ricerca e innovazione. A parte Sanofi, gli altri hanno i centri di ricerca altrove. Lo sviluppo passa dalla localizzazione nella Cittadella di centri di ricerca delle principali aziende presenti sul territorio. Ciò scatenerebbe un humus di scambio di idee per la tecnologia”.

Cambiando argomento, in che maniera si possono sfruttare i ristori Tap-Snam?

“Va costituito in maniera ufficiale un partenariato economico e sociale, per confrontarsi rapidamente. Di tavoli ne abbiamo già fatti tanti. Bisogna enucleare una serie di priorità, se queste possono essere finanziate e sostenute dai ristori Tap-Snam, o dal Cis. Sul Just Transition Fund sono pessimista: io ho rilevato, a inizio 2020, come all'interno di un atto ufficiale da parte della Commissione si citasse una centrale a carbone, ma la si localizzava a Taranto. Ironicamente ho parlato di un refuso. Non c'è però alcun atto che chieda in maniera ufficiale che il Just Transition Fund venga allargato al territorio brindisino. A meno di interventi da parte della Regione o del Governo, rischiamo di fare un buco nell'acqua”.

E' più ottimista sul Recovery Fund?

Sui fondi del Recovery Fund attendiamo che l'Italia metta nero su bianco il piano di nazionale di impresa e di resilienza e poi lo condivida con l'Unione Europea. Prima c'è questo passaggio, poi la palla passa alla Regione, che dovrà inserire delle progettualità. E' necessario però che il territorio abbia un propria progettualità. Serve un'unità di intenti per cogliere le occasioni. Il vero problema di Brindisi è che si arriva in ritardo, quando i fondi già sono stati destinati ad altri territori”.

Come rilanciare le infrastrutture esistenti?

“Serve un rafforzamento dell'aeroporto e occorre immaginare un rilancio del porto. Ormai lo si dice da anni: va integrato in un contesto mediterraneo, in una visione che in questo momento manca. Pensiamo alla Svimez, che propone un quadrilatero che esclude Brindisi. Anche qui... è un refuso? Ma Brindisi a furia di refusi perde occasioni. Sembrano meri errori, ma la sostanza non cambia”.

Tra gli attori che dovrebbero proporre il rilancio di Brindisi c'è la Regione.

“Questo assolutamente. Avere altri cinque anni senza Brindisi nell'esecutivo regionale è un problema. Salta agli occhi. Però, così è. E' la politica, la maggioranza che deve rimediare a questo problema. In caso contrario bisogna provarlo a fare senza rappresentanza in Giunta. Brindisi deve riprendere la consapevolezza di essere la testa di ponte di un territorio più ampio: il Sud della Puglia. Anche i rappresentanti istituzionali di territori non strettamente brindisini devono dare manforte, perché lo sviluppo di Brindisi è lo sviluppo di tutta la Puglia meridionale”.

Gli attori istituzionali hanno temporeggiato troppo?

“Io credo che sul Just Transition Fund, sicuramente sì. Idem sui Cis, il cui annuncio risale all'estate 2019. E oggi siamo ancora agli albori. La strada presa non era quella corretta, mi pare evidente. Ci sono stati degli oggettivi ritardi, ma ora dobbiamo recuperare il terreno perso, tutti insieme. Perché Brindisi ha le carte in regola per rilanciarsi. Non perdiamo le occasioni che ci vengono offerte”.

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