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Domenica, 5 Dicembre 2021
Politica

Quando il lavoro diventa uno spot per politicanti, e non più un diritto

La discussione sul lavoro si è concentrata esclusivamente sulla mancanza del lavoro. Si è persa del tutto l’attenzione sul lavoro che c’è

Ho riletto con calma l’intervento di qualche giorno fa del caro Rino Piscopiello e alle sue importanti osservazioni provo ad aggiungerne alcune mie. Parto da una considerazione per me fondamentale e che mi gira in testa da tanto tempo. Il vuoto, creatosi nell’attuale mercato di lavoro, di conoscenza da parte della stragrande maggioranza di lavoratori, soprattutto giovani, delle leggi che attualmente regolano il mercato stesso, insieme al comportamento “approfittevole” della stragrande maggioranza dei datori di lavoro, ha consentito la recrudescenza, in questi anni di grosse difficoltà economica del nostro Paese, dell’idea, della concezione del lavoro quale “gentile elargizione”, concessione di un favore da parte di qualcuno.

Si è persa, nella vita di ogni giorno, l’idea che il lavoro sia un diritto, tra l’altro quello fondante la nostra Costituzione, e che questa diritto vada tutelato e difeso a tutti i livelli e soprattutto da tutte le rappresentanze politiche e sindacali. Il lavoro è diventato solo il bisogno assoluto di tutte le fasce della popolazione, giovani e meno giovani, e senza distinzione di genere. La discussione sul lavoro si è concentrata esclusivamente sulla mancanza del lavoro. Si è persa del tutto l’attenzione sul lavoro che c’è (e che potrebbe esserci) e sulle condizioni che questo lavoro dovrebbe avere (cito solo per fare alcuni esempi il caso Amazon o quello di Fedora Torino, il tema dei lavori nei call center, la precarizzazione folle, l’articolo 18).

Questa idea del lavoro e la perdita del senso di diritto ad esso legato, hanno consentito e consentono l’instaurarsi delle peggiori condizioni di lavoro a cui stiamo assistendo negli ultimi decenni. Soprattutto hanno consentito il diffondersi del meccanismo “culturale” del ricatto del lavoro, fondato sul bisogno del lavoro stesso e che è alla base delle dinamiche di potere che ben conosciamo noi “cittadini qualunque”. “Se ti do lavoro mi dovrai essere riconoscente, per sempre, magari con un voto, o con favori personali, o con orari flessibili, o rinunciando a parte della tua busta paga, o rinunciando a parte dei tuoi principi e ideali, o alle tue competenze, e soprattutto se non lo farai, ne troverò un altro...”. Tanto c’è sempre una benedetta fila fuori di gente che sarebbe disposta a tutto pur di avere un lavoro, qualunque lavoro.

Di lavoro si parla tanto o forse no, non se ne parla abbastanza per come se ne dovrebbe parlare e cioè come di un diritto, con precise regole contrattuali. Il contratto di lavoro si basa su un “do ut des” che ha, dovrebbe avere, limiti precisi. Non si acquista la vita di una persona ma una parte della sua energia, della sua conoscenza, delle sue competenze. Così come una volta avuto un lavoro non si acquista un ticket per la pensione o per una posizione di rendita, ma piuttosto un impegno contrattuale a dare il meglio di sé nel tempo del lavoro, conquistandoci con il nostro sforzo il diritto allo stipendio. Il lavoro lo si nomina tanto, spesso, troppo spesso, a vuoto. E’ una parola inflazionata, che riempie gli spot elettorali, i tavoli di trattativa governativa, quelli sindacali e nutre gli scambi impari che regolano la contrattazione ancora oggi nel 2018.

In Italia del lavoro poi parlano soprattutto quelli che il lavoro ce l’hanno o quelli per cui il lavoro non costituisce certo un problema. Difficilmente sentirete parlare del lavoro con lo stesso “oggettivo distacco” o con approccio intellettuale quelli che per la mancanza di lavoro o per paura di perderlo non dormono, non mangiano, non vivono. Questi ultimi sono troppo impegnati a sopravvivere alla disperazione per poter anche semplicemente aver voglia di ascoltare chi ne parla da pomposi pulpiti. E soprattutto gli ultimi, i disperati non hanno energie tempo denaro da spendere nella difesa dei propri diritti, sono in balia dei padroni del vapore del XXI secolo.

Da questa disperazione allora dovremmo ripartire, da questo bisogno. Ricominciare a costruire strumenti per la difesa del diritto al lavoro, per stare vicino davvero al bisogno e non sfruttarlo, per ridargli voce, possibilità di espressione e legittimazione. La sinistra può ricominciare ad essere casa, mettendo a disposizione i propri spazi e le competenze delle persone che vi abitano per fornire aiuto, consulenza, indicazioni, informazioni e anche assistenza legale a costo zero. La sinistra può ricostruire rappresentatività, anche nel nostro territorio, ricominciando a dire alcune verità, forse scomode, ma peraltro scandalosamente sotto gli occhi di tutti, un po’ come il bambino della favola “I vestiti nuovi dell’Imperatore”.

Il lavoro è cambiato, sta cambiando, il lavoro nuovo c’è e potrebbe esserci ma non può prescindere da una battaglia seria sul diritto al lavoro che spezzi la catena del ricatto, del lavoro quale gentile elargizione. A Riccardo Rossi e a tutta la coalizione che lo sostiene, al sindacato che lo sostiene, affido perciò una speranza: che si ricominci a chiamare le cose con il loro nome (il lavoro è un diritto regolato da norme contrattuali e non un favore, un’elargizione, un favore condizionabile dagli umori del “concessionario”), che si doti la nostra città di centri di servizi, di assistenza, di supporto e di sostegno al bisogno del lavoro e contrasto alla disperazione di chi un lavoro non ce l’ha o ce l’ha e per non perderlo è costretto, oggi, ancora, nel 2018, ad accettare condizioni contra legge.

Di competenze, di donne e uomini da “sfruttare” questa città è piena. C’è la fila fuori di qui, ma per una volta cominciamo a fare di questa fila uno stare insieme di molti, invece che un essere l’uno contro l’altro.

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