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La liberazione di Palmira

La liberazione di Palmira

Le guerre ancora da vincere, e l'esodo delle popolazioni impoverite

Le recenti notizie della liberazione di Palmira, sito culturale di rilevanza storica mondiale, da parte delle truppe lealiste siriane ha fatto letteralmente deflagrare l’idea che la Siria si stia finalmente liberando degli sciacalli dell’ Isis

Le recenti notizie della liberazione di Palmira, sito culturale di rilevanza storica mondiale, da parte delle truppe lealiste siriane ha fatto letteralmente deflagrare l’idea che la Siria si stia finalmente liberando degli sciacalli dell’ Isis incanalandosi contemporaneamente verso quella che potremmo definire una sorta di pace perpetua dove i “cattivi” vengono finalmente sconfitti.

Il merito di tutto questo, secondo alcune ricostruzioni del tutto approssimative, sarebbe solo dei russi che avrebbero avuto il “ coraggio” di attaccare i territori controllati da Al Baghdadi e dalle sue milizie terroristiche e criminali. Questa ipotesi è avvalorata anche dall’incontro ufficiale tra le delegazioni russe e statunitensi che si è tenuto a Mosca a fine marzo sul tema della crisi siriana.

La stretta di mano  tra il presidente russo Vladimir Putin e il segretario di Stato americano John Kerry ha forse dato l’impressione che i due giganti della terra abbiamo trovato un accordo per pacificare definitivamente la Siria che, lo ricordiamo, è ancora oggi divisa tra i territori controllati dal regime di Bashar Assad, tra quelli in mano alle truppe ribelli appoggiati dall’ Occidente e dai alcuni Paesi arabi, tra alcune zone a nord-est che sono state accorpate a porzioni dell’ Iraq dove l’Isis ha fondato il suo Stato abusivo e  da ultimo, e non poteva mancare, dai territori sotto il controllo dalla Jabhat Al Nusra, costola siriana di Al Qaeda.

In questo Risiko sempre più complesso si era anche  infilata in via ufficiale l’ Arabia Saudita, che alla fine del 2015 si era vantata di aver messo in piedi una mera “santa alleanza” di 34 nazioni islamiche per combattere l’Isis. Il Califfato di Al Baghdadi avrebbe quindi le ore contate?  Tra il dire e il fare, lo sappiamo bene, c’è sempre di mezzo il mare.

Non dimentichiamoci che già le Nazioni Unite, che in pratica dovrebbero rappresentare la giusta sede per i colloqui di pace ma che in teoria non lo sono per niente, avevano sospeso a febbraio la conferenza di pace sulla Siria con la motivazione che le posizioni tra il regime ed i ribelli erano “troppo lontane tra loro” per essere conciliate (scordandosi anche di dire come avrebbero fatto a riconquistare la parte del Paese in mano ai fondamentalisti islamici con cui è impossibile alcuna interlocuzione).

Segno tangibile di come la situazione sia complessa, intricata e difficile. Forse si è demandato il tutto ad un accordo tra le due vere e proprie  badanti del pianeta quali Usa e Russia, ma non illudiamoci che possa finire a tarallucci e vino la risoluzione di un conflitto che ha provocato oltre 250.000 morti in 5 anni.  E non illudiamoci  neanche che il cancro del radicalismo islamico potrà essere debellato alla fine del conflitto, che sottolineiamo è ancora in corso (altro che liberazione russa).

Oltre la Siria  in Medio Oriente ci sono altri Stati ormai in preda allo sbando e allo sfascio più totale come l’Iraq e lo Yemen , altra nazione in preda ad una guerra sanguinosa che è diventata nei fatti la fucina della resa dei conti tra sauditi ed iraniani. In questa situazione di caos totale i corvi del radicalismo islamico potranno sempre svolazzare liberamente e rappresenteranno in continuazione una minaccia globale.

Ma, soprattutto, non dobbiamo pensare in alcun modo che la grande ondata migratoria proveniente dai Paesi arabi cesserebbe il giorno dopo la fine della guerra siriana o dopo la ricostruzione della Libia. I livelli di povertà raggiunti nei Paesi arabi devastati dalla guerra sono diventati enormi e l’attrazione verso l’Europa , vista come l’oasi della ricchezza e della speranza di un futuro migliore, non potrà fare altro che aumentare indipendentemente dalla risoluzione dei conflitti in corso.

Sino a pochi anni fa i migranti cosiddetti “ economici” erano quelli provenienti dal cuore dell’ Africa. Insieme ad essi dovremo ora per forza gestire tutti quelli provenienti dal Medio Oriente. Quello che sta avvenendo in questi giorni nel campo profughi di Idomeni , al confine tra Grecia e Macedonia, è di significativa importanza per tutti noi, perché i drammi di quei migranti non possono più essere ignorati perché ormai facenti parte del mondo che abbiamo costruito ed in cui viviamo.

Anche e soprattutto per l’Italia, che con le sue regioni del Sud è sempre stata in prima fila nell’ accoglienza di chi fugge da terrore, lacrime e miseria. Che ci piaccia o no, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha detto chiaro e tondo : “Il destino dell'Italia è legato al superamento delle frontiere e non al loro ripristino". Ed ha detto davvero bene.

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