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La giustizia ai tempi della Xylella: quando la politica non dà indirizzi certi

Chissà quante piante si starà “mangiando” la Xylella mentre stiamo parlando di lei e quante ancora ne mangerà fino a che non si metterà un punto fermo a tutta questa questione. Torno a scriverne con la serenità del profano e il candore del cronista per dire che, rispetto a poche giorni fa, alcune cose mi sono più chiare

Chissà quante piante si starà “mangiando” la Xylella mentre stiamo parlando di lei e quante ancora ne mangerà fino a che non si metterà un punto fermo a tutta questa questione. Torno a scriverne con la serenità del profano e il candore del cronista per dire che, rispetto a poche giorni fa, alcune cose mi sono più chiare.

Mi è chiaro che in tempi non recenti sono state eradicate molte piante per esigenze non fitosanitarie senza che alcuno, magistrati e politici compresi, alzassero un dito. Mi è chiaro che, pur rispettando il lavoro dei magistrati, l’estrema giuridicizzazione della nostra vita produttiva e pubblica è una patologia italiana.

Laddove intervengono i magistrati dovrebbero intervenire i politici che governano e gli esperti che hanno studiato. Anche perché i magistrati inseguono reati e malfattori e nel caso della Xylella si arriva al paradosso di conchiudere entro queste categorie persone per bene e scienziati di chiara fama.

E’ del tutto evidente il danno che l’olivicoltura pugliese e l’intera regione stanno ricevendo sia dal batterio sia dai contrasti nel perseguirlo. Ciò che altrove sarebbe stato doloroso ma certo, qui si rivela superficiale e incerto. Siamo addirittura arrivati a farci censurare dalla rivista “Nature” che difende, in modo sacrosanto, gli uomini di scienza coinvolti nell’inchiesta penale.

Ho ascoltato molte campane, amici di lunga data come Enzo Lavarra, altri amici pugliesi che mi hanno segnalato l’intervento del magistrato Savino apparso sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”, ma ho anche sentito voci plaudenti al blocco delle eradicazioni conseguente alla decisione della procura di Lecce e del suo pivot, dottor Cataldo Motta.

L’obbligatorietà dell’azione penale forse ha spinto i magistrati salentini a intervenire. Mi lascia perplessa la modalità, cioè quel mettere in mora scelte già sottoscritte e quel “teorema” sullo sfondo che sembra far immaginare che un generale della Forestale, a capo della compagine anti-Xylella, e numerosi titolati scienziati siano degli untori.

Non sono convinto della neutralità della scienza – fin dai tempi del ‘68 e di Marcuse – ma sono totalmente certo che anche la magistratura non sia neutrale nelle sue decisioni anche quando le si dà, per dovere istituzionale, il beneficio della  indipendenza di giudizio e della terzietà.

Il fatto è che, quando si decidono cose così rilevanti ( gli ulivi, un siderurgico) si sente come il lavoro del magistrato è necessariamente una ghigliottina, un stabilire il bene e il male con l’accetta mentre le cose sono più complesse. La politica nasce, appunto, come governo, come ricerca di soluzioni, come ricerca di fonti a cui abbeverarsi per cercare soluzioni e come assunzione di responsabilità.

 Il magistrato ha campo libero  se riesce a provare con fondatezza che ci sono reati, non presunti reati, untori veri non scienziati le cui tesi non si condividono. Forse il povero Silletti sarà commissariato e forse toccherà ad Emiliano prendersi questa patata bollente. Ha voluto la bicicletta?

Non possiamo, però, dimenticare che lottiamo contro il tempo. Contro il discredito internazionale, contro il rischio dell’affossamento di una delle colture, e culture,  simbolo della regione, cardine della sua economia e di tante imprese, che non possiamo “sputtanare” scienziati che altrove sono stimati. Tutto il resto, cantava il Califfo, è noia.

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