Martedì, 18 Maggio 2021
Politica

"Tristezza e tanta rabbia per il Pd ostaggio degli arroganti"

Amarezza, delusione, tristezza e rabbia. Tanta rabbia. Queste sensazioni pervadono in queste ore ogni militante o simpatizzante del Partito Democratico brindisino, tra sensi di colpa, conferme e sorprese

Riceviamo dal consigliere comunale di Ostuni, e membro della direzione provinciale del Pd di Brindisi, Giuseppe Tagliente, la seguente riflessione sullo stato dello stesso partito dremocratico di Brindisi dopo il caso Consales.

Amarezza, delusione, tristezza e rabbia. Tanta rabbia. Queste sensazioni pervadono in queste ore ogni militante o simpatizzante del Partito Democratico brindisino, tra sensi di colpa, conferme e sorprese. Turba non poco l’ascolto e la lettura di dichiarazioni che muovono da considerazioni del tipo “lo dicevo da tempo”, come d’altronde risulta alquanto paradossale l’inerzia del Partito provinciale in tutta questa caotica vicenda, che non essere circoscritta solo al sindaco ed alla città di Brindisi, ma a tutto il PD provinciale.

Il silenzio ha accompagnato il Partito Democratico in provincia di Brindisi per troppo tempo, in modo tanto assordante quanto ingiustificato e derivato dalla chiusura di ogni luogo di discussione collegiale sulle vicende politico-amministrative che hanno interessato gli enti locali brindisini. Abbiamo voluto il PD per costruire un partito di popolo e comunità, salvo poi radicarlo sul territorio legandolo a doppio filo con dinamiche di potere che ne hanno snaturato missione ed obiettivi.

Ambiente, ciclo dei rifiuti, sanità, occupazione, politiche sociali: su tutto questo siamo rimasti sordi e distaccati, senza una meta, senza la possibilità di discutere e analizzare quanto stesse accadendo nella nostra provincia, con un partito più incline a definire ruoli, incarichi e responsabilità per i singoli che non ad individuare obiettivi di sviluppo condivisi.

Impotenti abbiamo assistito ed assistiamo alla delega permanente ed in bianco sottoscritta in favore di pochi, che assumono decisioni in modo arbitrario e indipendente, nella definizione di disegni politici finalizzati alla costruzione di un partito oligarchico e chiuso in tutte le realtà, lontano dalle emozioni che ne hanno permeato le fondamenta e dai principi su cui è stato edificato. Ora un’inchiesta giudiziaria, purtroppo, costringe il PD ad una riflessione forzosa su metodi e scelte che nel corso degli anni sono state prodotte.

La crisi di valori e di dignità del nostro partito viene da lontano, da quando il PD è divenuto terra di conquista per ambizioni personali smarrendo lo spirito di comunità per cui è nato, da quando i democratici (gli iscritti) sono divenuti un numero prezioso per bilanciare o controbilanciare gli esiti dei congressi, da quando la ventata di freschezza che pervadeva il PD ha lasciato spazio al ruolo di pochi.

In modo diffuso si è giocato a dadi il futuro del PD e del nostro territorio ed in questo gioco sono nati i diversi laboratori politici strutturati pur di vincere e le conseguenti alleanza innaturali, perché la nefasta mutazione genetica del più grande partito riformista e di sinistra in provincia di Brindisi parte dall’assunzione del dogma della vittoria elettorale a tutti i costi, del vincere a prescindere strutturando progetti politici con l’unione di punti contrari tra loro, che hanno viaggiato e viaggeranno per sempre paralleli senza mai incontrarsi.

Sono i valori ed i principi ad accomunare e costruire, non certamente l’interesse alla vittoria, che al contrario coagula esclusivamente le ambizioni dei singoli al successo, al comando ed al potere. Stiamo scoprendo soltanto ora gli effetti nefasti di tutto questo, dopo aver verificato i danni che ha prodotto la completa ed assoluta chiusura del partito in provincia di Brindisi ed in tutte (o quasi) le realtà locali. Abbiamo assistito inermi alla crescita di un partito arrogante, in cui si è accentuata quella “dicotomia” tra eletti e base, di cui discorreva giustamente la commissaria Antonica nell’assemblea regionale di pochi giorni fa.

Ciò dimenticando che è l’umiltà di una classe dirigente a contribuire all’arricchimento della linfa che connette le istituzioni ai cittadini ed i partiti ad essi, e che consente ad una forza politica di acquisire credibilità, identità, stabilità ed unità. Adesso è tempo di cambiare, mettendo un punto e andando a capo su un foglio bianco, nuovo e tutto da scrivere. La penna, questa volta, deve averla in mano una nuova generazione che sia autonoma ed in grado di superare limiti, colpe e responsabilità di chi sino ad oggi ha gestito e diretto.

Cambiare non può più essere uno slogan vuoto e senza senso. Non dopo ciò che è successo. Si è chiuso un ciclo politico durato anni e, come sempre, un altro deve aprirsi impedendo che la vacatio possa agevolare gli arrembaggi dei soliti noti che, muniti di tessere e consenso, continuano a perpetrare il ricatto del comando.

Una nuova generazione, quindi, che ha il compito di portare il PD a riscoprire se stesso, di riportare la nostra gente a credere davvero che non tutto è perso, ma che si può ricostruire insieme, con il coraggio di chi crede che la politica sia collettiva e partecipata, che può essere onesta e perbene, ma soprattutto leale, perché la disgregazione del “noi” ha condotto all’egoismo dell’ “io”, alle vendette ed ai rancori personali che si ripercuotono violentemente sulla essenza stessa di un partito comunità, perdendo di vista le radici da cui proviene, il senso di appartenenza che ci ha sempre contraddistinto.

Forze nuove, quindi, credibili, autonome e rappresentative delle nostre comunità, che siano profondi conoscitori delle dinamiche socio-economiche che caratterizzano il nostro territorio, che abbiano il coraggio di superare le ambizioni personali per ricostruire una identità collettiva dei democratici, vicina alle esigenze delle fasce più deboli della nostra popolazione, senza avere la paura di riportare in auge l’antica “questione morale” che ormai interessa ogni angolo della vita pubblica, ai danni di chi, con onestà e abnegazione, continua a spendersi per ristabilire la nobiltà di una coscienza in politica.

Abbiamo bisogno di discutere e tornare nelle sedi del nostro partito, riaprire quelle che il silenzio ha chiuso, tracciando una linea e degli orizzonti chiari, validi per tutti i comuni del brindisino, in cui il PD negli ultimi tempi, per le stesse ragioni sopra evidenziate, ha fatto scelte discutibili e, alle volte, paradossali.

Una nuova stagione politica, insomma, che spazzi via dal PD l’idea che il consenso personale sia fonte di un potere arbitrario e senza limiti, che combatta i ricatti e gli opportunismi che hanno primeggiato per lungo tempo e che ripristini il principio della comunità intesa quale luogo in cui diverse esperienze si incontrano alla pari, strutturando un progetto di sviluppo del territorio mediante il coinvolgimento delle sue migliori risorse, rinnovando la struttura del PD e dimostrando che passione e tenacia non sono parole destinate all’oblio, ma essenza viva di un Partito di governo.

In questo nuovo corso, chi ha consenso personale deve metterlo al servizio della politica contribuendo al miglioramento della vita dei cittadini e della salute delle istituzioni pubbliche, perché il PD non può più essere un treno elettorale, un cartello di convenienza o un trampolino di lancio per giungere laddove tutto si decide, ma deve tornare ad essere il simbolo della riscossa democratica della nostra popolazione, un nome affidabile capace di richiamare la propria storia fatta di progresso, di coraggio, di passione e di dignità.

Abbiamo chiuso tutta questa ricchezza per troppo tempo. Adesso è giunto il momento di riaprire lo scrigno e tornare a brillare di luce sana e nuova, liberi da condizionamenti, lacci e lacciuoli che a lungo hanno strozzato il dibattito interno per paura che qualcosa potesse macchiare il disegno ideato da pochi.

Se lo faremo non saremo soli, perché tante mani e tante menti si uniranno alle nostre per ricominciare insieme, anche quelle di coloro i quali non hanno più riposto fiducia in noi perché stanchi, delusi e arrabbiati, ma che hanno ancora nel loro sangue il Dna dei Democratici che rinviene dall’impegno profuso negli anni nelle singole realtà locali.

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