Martedì, 26 Ottobre 2021
Politica

Non saranno le barriere a riparare gli errori sulle politiche verso il Sud del mondo

Le drammatiche immagini che ci giungono dalle località di frontiera di alcuni paesi europei ( Gran Bretagna, Francia, Spagna, Ungheria ed in ultimo Grecia.), prese d'assalto da migliaia di disperati provenienti dall'Asia e dall'Africa per sfuggire alle guerre ed alle condizioni di miseria dei paesi d'origine, per trovare qui in Europa protezione umanitaria e condizioni di vita migliori, ci confermano che le ondate migratorie che si susseguono con sempre maggiore frequenza non sono un fenomeno solo italiano

Le drammatiche immagini che ci giungono dalle località di frontiera di alcuni paesi europei ( Gran Bretagna, Francia, Spagna, Ungheria ed in ultimo Grecia.), prese d'assalto da migliaia di disperati provenienti dall'Asia e dall'Africa per sfuggire alle guerre ed alle condizioni di miseria dei paesi d'origine, per trovare qui in Europa protezione umanitaria e condizioni di vita migliori, ci confermano che le ondate migratorie che si susseguono con sempre maggiore frequenza non sono un fenomeno solo italiano.

"Aver compagni al duol scema la pena", verrebbe da dire, ricordando i versi del sommo poeta, ma sarebbe una ben magra consolazione. In verità, quando l'Italia si rivolgeva a Bruxelles per chiedere solidarietà agli altri paesi europei sulla questione dei flussi migratori, era Londra ad opporsi alle quote di accoglienza, mentre, da quando è stata investita da una forte pressione alle frontiere, la stessa Gran Bretagna insieme alla Francia hanno sottoscritto di recente un appello alla Ue affinché il problema immigrazione diventi "priorità europea ed internazionale", chiedendo agli altri paesi dell’unione un comune impegno per affrontare "alla radice" l'emergenza. 

A riguardo, per ridurre il numero di migranti che partono dall' Africa,  i governi dei due paesi propongono una strategia di lungo termine, mirata allo smantellamento delle reti di trafficanti e scafisti attraverso la  collaborazione tra servizi di intelligence europei. Si spera che questa presa di posizione segni una resipiscenza ed una svolta nella politica dei paesi Ue nei confronti dei movimenti migratori, così che si abbandoni finalmente la pratica dello "scaricabarile", dell' "ognuno per sé", seguita finora dai singoli paesi e tutti insieme si osservi una linea comune per fronteggiare con maggiore efficacia la generale emergenza.

In proposito, non v'è da farsi molte illusioni sulla futura attenuazione dei flussi, perché le prospettive sono tutt'altro che tranquillizzanti e non saranno certo i muri, le barriere, 'i fili spinati', od altri deterrenti a contenere la pressione esercitata sulle frontiere dai disperati che fuggono da quelle terre. A subire le maggiori spinte continueranno ad essere i paesi del Sud Europa, principalmente l'Italia, più vicini alle coste africane e medio-orientali, dove si ripeteranno con drammatica sequenza le tragedie del mare, con migliaia di annegati, che, comunque, non serviranno a far desistere altri migranti in attesa dal tentare il tutto per tutto pur di giungere in Europa, vista come una specie di Eldorado. 

Alcuni dati possono darci un'idea della dimensione che la questione immigrazione assumerà in prospettiva: raggiunta la soglia dei 7,3 miliardi di abitanti nel corso del 2015, un recente studio delle Nazioni Unite e dell'Università di Washington, pubblicato su "Science", stima che la popolazione mondiale potrebbe arrivare a ben 11 miliardi di persone nel 2100. Le proiezioni indicano che, mentre la popolazione europea manifesterà una flessione, la maggior crescita sarà concentrata in Africa, dove la popolazione quadruplicherà, passando da circa un miliardo a circa 4 miliardi, alla fine del secolo, a causa dell'elevato tasso di natalità rilevato, soprattutto nelle nazioni dell'Africa sub-sahariana, e dello scarso accesso ai metodi contraccettivi, mentre la mortalità per malattie, come ad esempio quella dovuta all'infezione da Hiv, va costantemente diminuendo. 

E' evidente che il continuo e forte incremento della popolazione mondiale avrà gravi ripercussioni sullo sfruttamento delle risorse del pianeta, sullo sviluppo socioeconomico e la sostenibilità ambientale.  Per cercare di mitigare il problema, le politiche globali, secondo lo stesso studio, dovrebbero mirare ad una diminuzione del tasso di natalità nei paesi in via di sviluppo, puntando sull'incremento del livello di scolarità delle donne e sull'accesso e l'educazione alla contraccezione.

Da che mondo è mondo i movimenti migratori si sono diretti dai paesi poveri a quelli ricchi, o laddove si offrivano occasioni di lavoro e di sussistenza per tutti: come esempio più eclatante può citarsi la colonizzazione delle Americhe e dell'Australia, avvenuta nei secoli scorsi da parte delle popolazioni europee. Ben diversa connotazione, invece, va assumendo, attualmente e sempre più in futuro, il fenomeno migratorio verso i paesi europei, dove le opportunità di lavoro, anche per i mestieri più dequalificati e faticosi, si vanno progressivamente riducendo. Si è in presenza qui alla ricerca di un rifugio sicuro per coloro che fuggono dalle guerre e alla richiesta di assistenza e di condizioni di vita migliori da parte delle moltitudini di diseredati provenienti in maggioranza dai paesi africani.

E' ovvio che a lungo andare tale situazione per i paesi europei diventerà sempre più insostenibile e, poiché anche la barriera più impenetrabile non riuscirà a contenere la pressione sulle frontiere esposte agli ingressi, è necessario che la Ue trovi da subito un denominatore comune per scongiurare le eventualità peggiori. Si ripete spesso che per ridurre la consistenza dei flussi migratori bisogna migliorare le condizioni di vita nei paesi d'origine, ma al di là di promesse non mantenute e dell'impegno encomiabile svolto, pur nella ristrettezza dei mezzi, dalle numerose associazioni no-profit, Ong, missioni religiose, che operano nel campo della solidarietà internazionale, ben poco si è riusciti a fare a livello istituzionale.

Vale  la pena qui ricordare come l'obiettivo dello stanziamento da parte dei paesi ad economie avanzate  dello 0,7% del Pil ( Prodotto interno lordo ), recentemente riconfermato ed indicativo della quantità di risorse necessarie per programmi di sviluppo nei paesi poveri, è ben lungi dall'essere raggiunto.  Nel 2013 gli aiuti allo sviluppo della Ue, provenienti sia dai fondi europei che dai bilanci nazionali dei paesi membri, sono ammontati a 56,2 miliardi di euro, pari allo 0,43% del Pil, mentre per quanto riguarda l'Italia la situazione è ancora più deficitaria: dal 2008 al 2012 gli aiuti italiani sono scesi da 4,86  a 2,87 miliardi di dollari che tradotti in termini percentuali corrispondono rispettivamente allo 0,22% ed allo 0,14%.

Nel frattempo, in base a dati del Ministero dell'Interno, è aumentata nel nostro paese la spesa per l'assistenza agli sbarchi, ammontante a 746,172 milioni di euro nel 2014 per l'accoglienza di 170.816 persone, con un costo totale dell'emergenza sbarchi nel periodo 2011-2014 di ben 2,288 miliardi di euro. Con questa cifra alcuni studi hanno calcolato che si sarebbero potuti creare circa 2 milioni di posti di lavoro e sostenere circa 13 milioni di persone nei paesi d'origine, sfruttando le grandi potenzialità di quelle realtà. Se alle alte cifre destinate all'assistenza dai paesi europei si potessero, per assurdo, aggiungere i miliardi di euro che i migranti versano alla criminalità organizzata dei trafficanti di uomini e degli scafisti per giungere in Europa ( circa 1500 euro a testa), indirizzando le risorse così reperite al finanziamento di programmi di sviluppo, risultati ben più efficaci e duraturi si potrebbero ottenere nei luoghi di partenza dei migranti. 

E' evidente che se non si vuol allargare nel tempo la forbice tra spese all'assistenza e quelle allo sviluppo, a  favore delle prime, si pone in maniera forte -  accanto alla questione della quantità e dell''incremento dei fondi destinati alla crescita economica e civile dei paesi sottosviluppati -  il tema della qualità degli interventi, della loro sostenibilità e soprattutto della loro efficienza ed efficacia, per scongiurare i rischi di spreco delle risorse: sprechi imputabili, soprattutto, alla corruzione imperante in quei paesi ed alla cattiva utilizzazione degli aiuti, spesi spesso da parte dei beneficiari per gratificare le clientele governative.

In proposito, molta strada v'è ancora da percorrere affinché le risorse e le tecnologie, trasferite dai governi delle economie più avanzate a quelli dei paesi sottosviluppati, raggiungano in pieno gli obiettivi prefissati. In un mondo globalizzato, dove tutto è interconnesso, va crescendo, comunque,la consapevolezza nell'opinione pubblica più attenta che troppa disuguaglianza nel pianeta può generare sconvolgimenti incontenibili: pertanto, intervenire a sanare i problemi del Terzo Mondo  significa raggiungere maggiore stabilità e favorire anche la crescita dei paesi industrializzati.  

In favore dell' Africa, infine, il più consistente e duraturo impegno richiesto agli stati sviluppati trova giustificazione, assumendo quasi il valore di un parziale risarcimento , nello sfruttamento subito da quel continente durante i lunghi secoli di dominazione  coloniale quando esso è stato depredato di ingenti risorse umane ( la tratta degli schiavi verso le Americhe) e materiali ( del suolo e sottosuolo ), senza che successivamente la situazione sia migliorata.

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